Luigi Gatto: quel pescatore sparito nel nulla finito tra i pentiti

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Luigi Gatto

Gallipoli. Le ultime, residue speranze di sapere come e dove è finito Luigi Gatto, scomparso nella primavera inoltrata del ’95, sono state molto probabilmente soffocate dalle tossiche nebbie della guerra tra componenti della criminalità organizzata di queste parti, pentiti e non, incatenati a carceri, processi, rancori insanabili

La brutta storia del pescatore che il 18 giugno 1995 aveva 31 anni, è tornata a galla nell’aula del Tribunale di Lecce, in cui si sta celebrando il processo per gli omicidi di Carmine Greco (Gallipoli, 13 agosto 1991) e Salvatore Padovano (Gallipoli, 6 settembre 2008). Ne hanno parlato i pentiti Giorgio Manis di Matino e il brindisino Simone Caforio, entrambi per aver ricevuto delle confidenze da Marco Barba, un ex pentito e fratello dell’attuale collaborante Giuseppe.

«Lo ha ammazzato lui per un mancato pagamento di una partita di droga – ha detto Caforio ai giudici – lo ha poi bruciato e seppellito in campagna».  Anche Greco, in precedenza, sarebbe stato eliminato per ordine di Rosario Padovano e per lo stesso motivo.

Il corpo di Luigi Gatto sarebbe finito così sotto terra in una zona “dietro l’abitazione di Barba, in località Casette”.

Marco Barba, oltre ad annunciare querele nei confronti dei due pentiti,  ha avuto facile gioco particolarmente nello smentire il brindisino un paio di settimane dopo: «All’epoca dei fatti non stavo neanche a Gallipoli». In effetti il giovanissimo già avviato a delinquere era in carcere. Ha poi aggiunto: «Mai avuto diverbi con  Gatto», senza aggiungere altro. E la tesi della “lupara bianca” resta perciò tutta in piedi.

Secondo le testimoianze del fratello dello scomparso, Luigi Gatto – dopo un passato tormentato e burrascoso ma da cui era uscito pulito nei processi – negli ultimi due anni aveva cambiato (o cercato di cambiare) vita. Lavorava sul peschereccio di famiglia, aveva una vita coniugale tranquilla, faceva anche il bagnino qualche volta. Aveva da poco ceduto la sua quota del peschereccio al fratello maggiore e nutriva un sogno: aprire un ristorante in Spagna, cambiare proprio vita ma lontana da qui.

Però Luigi Gatto sparì lo stesso, ad oggi unica angosciante certezza, in una città affollatissima tra bolidi offshore, emiri arabi, imprenditori e politici di spicco e tanti fari puntati sulla città che si voleva far notare. Gli ultimi a notarlo in pantaloncini e zoccoli, lo videro salire su di un’auto con altre due persone a bordo, nei pressi di un bar di corso Roma: erano le 19 circa di quel giorno che non potrà neppure essere scritto sulla sua lapide, quando sarà.

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