A San Silvestro “la strina allu mesciu”

PC087904La regina si mette il vestito nuovo a Capodanno, le signore nobili il giorno dell’Epifania, le donne del popolo a Pasqua e a Natale. Nella lingua “te lu tata” così recita il detto popolare:” De la strina, se mmuta la ricina; de la Bbifanìa, se mmuta la signurìa; de Pasca e dde Natale, se mmutane le furnare”. Naturalmente la regina, chi aveva soldi, poteva permettersi il vestito nuovo anche a Capodanno, oltre che nelle altre feste. Poteva farsi e fare regali, come si usava all’inizio di un nuovo anno. Anche nelle classi meno abbienti. «Santu Sulivesciu, porta la strina a llu mesciu», si diceva quando i ragazzi, dopo le scuole elementari cominciavano a frequentare la bottega di qualche artigiano che li accoglieva e insegnava loro “l’arte”, cioè il mestiere. A San Silvestro, chiusura di un anno e inizio del nuovo, i “mesci” venivano ringraziati con un regalo.

La tradizione di una “strina” a fine anno, in particolare nella settinana da Natale a San Silvestro ha origine antichissime, per alcuni bisogna risalire ai Romani e anche più in là. Lo stesso nome “strina” deriva dalla dea Strena, protettrice della salute: nel bosco dedicato a lei si andava a raccogliere rami di verbena che poi venivano regalati per augurio.

Nella tradizione popolare l’inizio dell’anno si carica di valori simbolici e di segni: «Ci chiange de Capudannu, chiange tuttu l’annu» o al contrario «ci rite de Capudannu, rite tuttu l’annu». Proprio perché si è all’inizio di un nuovo corso, le giornate cominciano a diventare più lunghe anche se di pochissimo (“de la strina, vanza nu pete de caddina”), si riteneva propiziatorio scambiarsi i doni. Nell’antica Roma i doni erano fichi secchi, miele, datteri focacce, promesse di un anno ricco in agricoltura.

L’ambito di riferimento era il mondo rurale, i prodotti della terra, lo scambio dei beni che si producevano. Quando la campagna ha cessato di esserlo anche per i valori che rappresentava e tramandava, l’abitudine della “strina” è venuta meno. Al suo posto i doni di S. Nicola (6 dicembre) di Babbo Natale (25) della Befana (il 6 gennaio).

Della “strina” rimangono alcune testimonianze di canti, appunto le “strine”, soprattutto nella Grecìa salentina. Intorno a Natale fino a Capodanno gruppi di cantori accompagnati da strumenti musicali andavano di masseria in masseria cantando della nascita del Bambino, augurando una buona annata e chiedendo doni che, di solito, non venivano mai rifiutati. Questa tradizione era radicata anche in Sicilia e Calabria, (provincia di Cosenza). Qui i cantori, se venivano rifiutati i doni, si allontanavano cambiando i toni del canto, non più invocazioni di benedizioni, ma invettive.

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