S.Roccu pensa pure alla dote

by -
0 726

Simu Salentini.  Sono quelle che rischiano di più, trovandosi a ridosso della brutta stagione, autunno inoltrato. Ma hanno ugualmente un fascino antico, quando avevano davvero un’altra funzione: qui si parla delle fiere autunnali di cui fa parte San Rocco, terza domenica  di ottobre, ad Alezio.

Gli echi della festa, con ovvio corredo di luminarie, bande,  bancarelle e concerto di musica leggera finale, si rintracciano nel sempre più attivo gruppo di facebook “Enciclopedia termini dialettali aletini, detti, proverbi, ricette antiche” dello stesso paese, dove è bastata una domanda su cosa ricordavano gli appartenenti al gruppo delle tradizioni legate alla Fiera te santu Roccu per scatenare una trentina di interventi di aletini residenti in paese e non.

Dai ricordi di Gabriella Vantaggiato, Carlo Manta, Michele Piccinno, Luisa Mercuri, Biagino “Priman” ed altri, è emerso uno spaccato ed un profumo del tempo andato, quando alla fiera, oltre a noci e castagne (le prime “se nu erane troppu care”) c’era chi comprava “to pale te baccalà”, che dovevano durare almeno fino a San Martino, per farcire le pittule.

Ad Alezio era caratteristica la scena di alte scale per la raccolta delle olive e poi per la rimonda degli alberi, appoggiate una accanto all’altra ad un palazzo di piazza Fiorito. Accanto gli immancabili panieri di canne e arbusti, “lu sarracchiu” senza il quale la rimonda era impossibile da fare. E poiché se il cattivo tempo non era arrivato, era sicuro che ci sarebbe prima o poi stato, ecco l’acquisto di gambali di gomma e ombrelli.

Ma la gran parte dei soldi guadagnati con la recente vendemmia era destinata ad un obiettivo non proprio immediato anche se auspicato: il matrimonio della figlia o delle figlie, quindi la preparazione della costosa dote, perché non fossero “panni te unu” quelli che la giovane sposa si sarebbe portata appresso nella nuova casa. L’orgoglio dei contadini era tale che non volevano assolutamente sfigurare in quella occasione, quando si usava anche esporre la dote il giorno del fatidico e, allora, forse più durevole “sì”. “Nu ‘mbuline cu se ‘nde scornane” davanti agli occhi indagatori delle immancabili cummari.

Commenta la notizia!