Home Rubriche Una "Piazza" piena di auguri

Pasquale Cavalera    Lo trovarono morto, adagiato sul letto del fiume, con un grosso masso legato intorno la caviglia destra. La gravità lo tirò giù, non permettendogli mai più di riemergere.
   Ancor prima lo vidi sui giornali cittadini, era stato insignito del titolo di Cavaliere del Lavoro. Quale onore per il nostro piccolo paese, anche perché non avevo amico o parente che non lavorasse in una delle sue fabbriche.
   Ancor prima lo vidi scendere dalle gradinate della Cattedrale sottobraccio alla sua novella sposa, una donna vent’anni più giovane, meravigliosa, nel nostro quartiere la chiamavamo “la figlia del Re” per il suo superbo atteggiamento da oca.

   Ancor prima, scortato dal fratello minore, lo vidi rientrare con un volo transoceanico, portava con sé un mucchio di denaro. “Investimenti dall’esito scontato” ripeteva. Non vi era motivo per non credergli. Nel frattempo i viaggi aumentarono, così come il suo conto, un fiume di banconote in piena. Fu in quel periodo che fondò la sua prima azienda.

   Ancor prima lo vidi per le vie del paese, con una scopa in mano a pulire la merda lasciata dai cani. Il giudice penalista aveva riscontrato un suo netto miglioramento nei rapporti interpersonali ed in accordo con due psichiatri, decise per l’assegnazione ai servizi sociali. Le ore di riposo, così come le festività, le trascorreva in compagnia dei monaci.

   Ancor prima lo vidi in televisione, sui telegiornali nazionali, cronaca nera, prima notizia. Ne parlarono un paio di giorni, poi l’interesse per il caso andò scemando e non si seppe più nulla. Lo vidi al processo, poi in carcere, infine ai domiciliari per buona condotta. Nel frattempo conobbe figure poco raccomandabili che frequentavano il suo appartamento in qualsiasi ora del giorno, nessuno vigilava.

   Ancor prima lo vidi entrare in casa mia. Afferrò mia figlia per i capelli. La fissò dritta negli occhi con sguardo rabbioso. Le urlò “schifosa puttana”. La trascinò per strada come fosse una cagna, la fece inginocchiare sull’asfalto a testa china, sfilò dalla tasca una pistola. La freddò con un colpo secco alla nuca. Lo pedinai per vent’anni, a partire da quel giorno.

   Lo vidi andar giù lentamente, come inghiottito dal fiume.

   Quella fu l’ultima volta che lo vidi.

   E fui anche l’ultimo a vederlo.

   Vivo.
Pasquale Cavalera, Galatina

1536637_630150720379769_591247830_nPer luogo comune o per forza di cose, il Natale è quel periodo dell’anno in cui tornano con insistenza alla memoria i ricordi dell’infanzia. Così, quasi per paradosso e in automatico, alla frenesia consumistica di questi ultimi anni si contrappongono nella mente la dolce tranquillità, il calore e la semplicità che ci avvolgevano da bambini, quando la situazione economica non era più rosea di quella attuale ma un forte spirito di essenzialità ci rendeva felici con poco.

Cinque erano i pilastri del Natale salentino: la chièsia, il luogo in cui attendere simbolicamente il sorgere del Sole, ogni mattina per nove giorni di seguito, tra canti e invocazioni, rinnovando la disponibilità ad accogliere e adorare il “Re Signore, che sta per venire”; la màttra, il magico mobile per gli impasti sul quale nonne e mamme davano forma a pucce, pettole, cartiddhrate e purciddhruzzi, una sorta di altare domestico su cui le donne riproponevano la teologia culinaria del lievito evangelico che fermenta la massa e del Dio fatto carne, che rimane tra la sua gente in forma di Pane; la bbànca, la tavola imbandita per decine e decine di persone, capaci di condividere quel poco che sa di molto; lu bbrisèpiu, un microcosmo, dovizioso di particolari, in cui inquadrare metastoricamente l’incarnazione del Figlio di Dio; il fucalìre, il grande camino, luogo fatato e metafisico dei racconti dei vecchi, al caldo bagliore del fuoco.

Intorno a quest’ultimo, le nenie e le rime dei nonni rincalzavano, lasciando i più piccini a bocca aperta davanti a tanta sapienza senza pretese, ricca di quella cultura priva di orpelli con cui nessun docente universitario potrà mai competere. Si imparava così, contro ogni legge di natura, che nell’insolito tripudio della creazione rinnovata dalla nascita del Dio Bambino “la notte ti Natale / stròlica in grecu ogne animale, / li ciucci pàrlanu comu cristiani, / càntanu e bàllanu puru li cani” (la notte di Natale borbotta in greco ogni animale, gli asini parlano come fossero umani, mentre anche i cani cantano e danzano). Si ricordava come il Divino Infante non pretenda molto dall’Uomo, se non un pizzico di buona volontà nel vivere le virtù: “iò, ti parte mia, àddhru no tegnu / ca quisti doni cu ti mentu ‘nnanti: / ti fede, ti speranza e caritàte / tre pignatièddhri sempre spittirrànti” (io, da parte mia, non ho altro da presentarti che questi doni: tre piccole pignatte sempre traboccanti di fede, speranza e carità). Si imparava che, spesso, dal molto manca e dal poco resta, se si è capaci di condivisione di ciò che è concesso all’uomo dal frutto del proprio lavoro e dalla benevolenza di Dio, per la cui grazia ” ‘na muddhrècula ci minò, / tuttu lu mundu si bbinchiò″ (con una mollica di pane che lasciò cadere dal Cielo, fece sì che tutto il mondo si saziasse).

Insomma, allora più di oggi, si era in grado di fare proprie l’essenzialità e la gioia che irradiano dall’umile grotta di Bethlem. Sono valori non sempre di moda nell’attuale società del falso benessere e del consumismo, veri fautori della crisi che attanaglia il nostro tempo. Con i loro versi, i nostri Padri ci hanno testimoniato come si possa essere pienamente felici godendo di ciò che si ha… anziché eternamente infelici, in balìa di passioni irrealizzabili e vuoti capricci. Sia questo il vero spirito del Natale!

Francesco Danieli, Galatone

 

 

Aucuri a tutti li signuri,
a cinca ete e a cci se sente,
aucuri ‘mprufumati comu fiuri,
purtati comu nu presente,
nu rracalu a bboni e fiacchi,
alli curaggiusi e alli vigliacchi,
allu pasturu ca nu sape ccu llegge…
allu dutturu ca ete laureatu in legge.
Aucuri sinceri allu cchiu’ crande scenziatu,
allu ciucciarrone ccu llu cervieddru
bbacatu,
a ccinca stu mumentu sta bbene allu mundu,
allu vecchiarieddru centenariu suturnu
a ccinca ete servu,a ccinca e’ patrunu,
allu stommucu chinu e a quiddru a ddasciunu
alli ricchi spundati ma senza cervieddru
allu ggeniu ncompresu perce’ povarieddru.
Alli servi te Ddiu,quiddri tutti ‘nchittati,
e a l’addri servi ca vane strazzati.
Aucuri a  le vittime te la cuerra,
a quiddri ca li chiangene ssusu a sta Terra.
A li ggiunalisti onesti e vinduti,
alli pacifisti ca portene iuti,
alli menefreghisti ca nu ndolene te fare,
a quiddri ca lu mundu lu olene salvare..
Aucuri a cinca sape ccunta ccu llu core,
e a cinca tene mposcia lu curtieddru,
n’aucuriu te fiducia allu pesciu traditore,
allu cchiu’furbu urpone,
allu cchiu’fessa auceddru…
Aucuri a tutti quanti, ca nde bbimu bbisognu,
ccu se pozza realizzare onni speranzusu sonnu…
Bon Natale a cinca ncete e cinca nde cuarda te lu cielu,
nu miraculu u 25,
a qquai nde serve ‘ppe daveru….

Aton Scorrano, Gallipoli

È friddu stu Natale,
eppuru, non c’è nive e mancu gelu,
e lu cautu sulla terra ae ‘nchianatu,
‘na cappa ‘nde ripara de lu cielu,
ma lu friddu. se sente aumentatu.
È friddu, propriu friddu stu Natale,
de tremulizzi battene li cori,
quandu la solitudine t’assale,
videndu svanire li sogni e li valori.
È friddu stù Natale, cara gente,
quandu ad ogni casa manca lu calore,
quandu li panzieri te ombrane la mente,
privanduli de ogni gioia e ogni amore.
È friddu stu Natale senza nuddu fare,
senza certezze vere per ogni crai,
mancandu nù lavoru pè campare,
e, a ventre vuota, no, nun lucisce mai.
È friddu stu Natale, puru ca ‘nce sole,
se poi intra a casa manca lu danaru,
nu scarfane li corpi, le parole,
e puru li purceddhuzzi sapene de maru.
È friddu stu Natale, senza contentezza,
senza ‘na manu cauta cu te n’carezza,
senza ‘na voce amica o nu sorrisu,
senza nuddu baciu, sullu friddu visu.
È friddu stu Natale ,senza pace,
se ormai si grida solamente guerra,
e nudda ucca sape chiui cu tace,
manandu focu sù stà santa Terra.
È friddu stu Natale, senza fede umana,
cercandula sulu quando c’è dulore,
se cerca comu acqua alla funtana,
dissetando lu corpu, prima ‘mmore.
Cautu era lu Natale, de ‘ddu tiempu andatu,
quando a tutti ‘nde ridia lu core,
onorandu lu Bambinieddhu appena natu,
scarfandulu de fede e tantu, tantu amore.

Vincenzo Marra, Gallipoli

danny corteseMarley era morto, ma questo già lo sapete, e conoscete anche la storia dei tre fantasmi del Natale passato, presente, e futuro, che in una notte di tanti anni fa vennero a farmi visita facendomene passare delle belle, fino a che non mi fecero rinsavire dalla cupidigia e tirchieria, convertendomi al rispetto e all’amore verso il prossimo.
Quello che però non sapete è quanto accadde dopo, quando ormai finalmente ravveduto, avevo imparato a prendermi cura degli altri onorando tutte le feste comandate, Natale in testa, e se non felice, almeno sereno, attendevo il tramonto della mia esistenza.
Anche questa volta, fu grazie, o per colpa, fate un po’ voi, del mio caro e adorato nipote Fred, che di ritorno da una vacanza in Italia, mi raccontò di essere stato in una regione del Sud chiamata Salento, e di aver soggiornato in una bellissima cittadina di nome Gallipoli.
Per tutti i giorni nell’arco di un’intera settimana, Fred continuò a raccontarmi della sua vacanza, descrivendomi ogni particolare di quella città divisa in due parti: una antica quanto la storia che sorgeva sopra un’isola, e una moderna ricca di negozi, piazze, giardini, lidi, cinema, teatri e alberghi, tanti tantissimi B&B, e perfino la redazione di un giornale, che in pochi anni era diventato la voce di un intero comprensorio.
“Dovresti andarci, zio, ti assicuro che ne vale la pena.” Mi disse Fred con gli occhi che gli luccicavano.
“Viaggiare non è più per me, caro Fred, ma ti ringrazio di avermi reso partecipe di questa tua esperienze.” Risposi abbracciandolo, mentre lo accompagnavo alla porta.

Non appena Fred ebbe chiuso il portone del palazzo, corsi subito alla scrivania ed accesi il computer, non avevo mai avuto molta dimestichezza con quella diavoleria, ma almeno sapevo come fare una ricerca, e così digitai: G A L L I P O L I sulla pagina di Google, ed iniziai a leggere tutto quanto mi fu possibile trovare.
Quando ebbi finito, l’alba del nuovo giorno si era già affacciata dalla finestra, ma non ero per niente stanco, anzi una decisione si era ormai fatta strada dentro di me; mi sarei trasferito a Gallipoli.
Certo la cosa poteva sembrare azzardata, alla mia età non è che certe cose si possono fare su due piedi e bastone, ma a Gallipoli c’era il sole, e questo avrebbe di sicuro giovato alle mie ossa ormai infradiciate dall’umidità londinese.
Così mi recai all’aeroporto e lasciai Londra alla volta della Kalepolis.

Appena arrivato, mi sistemai in una casa in affitto.
Non fu difficile trovarne una rigorosamente a uso foresteria da liberare entro la fine di maggio, così cominciai ad aggirarmi nella mia nuova città, pronto ad acclimatarmi e fare conoscenza con i miei nuovi concittadini.
All’inizio non deve essere stato facile per i miei nuovi concittadini abituarsi a un vecchietto che girava in marsina e tuba.
Qualcuno a ragione, avrà pensato che mi mancasse qualche rotella, ma poco importava, a me la città piaceva, e ci avrei passato volentieri il resto dei miei giorni.
Dopo qualche mese, quando ormai avevo fatto conoscenza con quasi tutti gli abitanti del posto, decisi di dare una grande festa, dove avrei fatto un annuncio pubblico importante.

Anche Piazzasalento pubblicò la notizia con tanto di titolo in grassetto: EBENEZER SCROOGE SCENDE IN CAMPO? Il finanziere londinese si candida a sindaco della cittadina jonica.
Invitai tutti, ma proprio tutti: ex onorevoli, ex senatori, ex primo ministro, ex sindaci, ex assessori, ex consiglieri comunali, insomma tutti gli ex che fui capace di trovare sull’elenco del telefono, e credetemi erano davvero in tanti.
Durante la festa, ad un certo punto come era uso fare dalle mie parti quando si vuole fare un annuncio importante, presi un calice e con un cucchiaino, cominciai a batterci sopra per attirare l’attenzione dei presenti.
Tutti i presenti ammutolirono mostrando sorrisi a trentadue denti.
Ringraziai tutti per l’ospitalità che avevo avuto fino a quel giorno, e ribadì quanto fossero fortunati i gallipolitani di vivere in un simile paradiso, fatto di bellezza, tradizioni, arte, e donne e uomini magnifici.
Poi dissi che mi sarei augurato con tutto il cuore e tutto me stesso, che il futuro sindaco, forse presente in quella stanza, e che da lì a qualche mese avrebbe ricevuto l’onore e l’onere delle chiavi di Palazzo Balsamo, si potesse fare carico dei tanti problemi della collettività, con fermezza, onestà, e autorevolezza nel rispetto della legge, lungi da scandali e compromessi di potere.

Ed a tutti augurai di ricevere, almeno una parte del bene, che con tanta comprensione mi avevano elargito, senza dover scendere a compromessi di potere.
Appena finì di parlare, quasi tutti, uno dopo l’altro salutarono e lasciarono la casa, e io intuì che di sicuro avevano impegni molto più importanti che restare a gozzovigliare alla festa di un povero vegliardo.
Qualcuno restò fino alla fine, e fummo in pochi a gustarci un cognac accompagnato da un sigaro seduti accanto al fuoco del camino.
Tra qualche giorno è Natale, ed io ripartirò per l’Inghilterra, Fred mi aspetta e non c’è festa dell’Avvento se non lo si passa in famiglia, o comunque con le persone a cui si vuole veramente bene, ma a Gallipoli ci ritornerò, sempre, a patto che le mie vecchie ossa me lo permettano.

Adesso è davvero tutto, questo è quanto non sapevate e che il vecchio caro Charles Dickens non vi aveva raccontato.
Si è fatto tardi, vado a preparare i bagagli.
Buon Natale.

Danny H. Cortese – Gallipoli

Daniela SansQuetu Quetu è turnatu
Lu Natale tantu desideratu.
N’annu interu è passatu
Senza nde ccurgimu, se ndave ulatu.
Ci fucendu, ci cu calma
Ndimu ntorna cchiati
Sotta sta capanna.
Ohh…bambinieddru meu
Ci putivi cuntare
Quante cose nde putivi insegnare!!!!
Lu mundu sottasusu save sbutatu
Nu sse capisce chiui nienti
Pe comu save cangiatu.
I piccinni uijacati
Spettane dra notte tutti incantati
Sulu pè li lustrini brillantinati.
None comu na fiata
Quandu dra nuttata
Era tantu desiderata.

Mandarini,fiche e purciaddruzzi
Se nchine le poscie puru l’uceddruzzi.
Ci passavi nnanti e case
Dr’oiu frittu te zziccava
E de pittule caute te ncasciava.
Sonarieddri e pasturale
Te facine emozionare…
C’era bella dr’atmosfera
Ricca sulu te preghiera.
Moi,u Natale,è pè lu riccu ca pote ccattare
E nu  continuu sugnare
Pè lu poarieddru ca nu pote affrontare..
Guardamunde intra lu core
E scarfamunde te amore.
Luce in segnu te speranza
Imu ddumare finu a oltranza.
Nu de sprecu,nu de timore
Imu vivere a tutte l’ore..
Ieu bè auguru te core
Cu nde ulimu bene senza rancore
E cu sciamu nde mbrazzamu allu Signore.
A Iddru nde affidamu
Cu nde ssiste e cu nde guida
E cu nde ama pè la vita.
Minti Te na manu Santa
Su dre capu te violenza..
Imu bisognu te assistenza
E de tanta pruvvidenza..
Tanti auguri a tutti quanti
Ricchi, poveri e immigranti.
E pè l’annu nou ca ave rrivare
Nu focu te artificiu imu sparare
Comu simbulu te armonia
E de tanta allegria…

Daniela Sansò, Alezio

Giorgio Tricarico…palora la cchiù beddha, la cchiù ‘ntica
‘na cantilena ca face scumparire
tristezza, fazzità, otiu e rancore
e lla gente nu’ lla face cchiui suffrire.
Zunfunia ca ‘ntennara lu core,
stendi ‘na manu a cinca have basognu,
cerca puru teve, nu’ tte scundire,
jeu ppe’ tte nu’ ‘mboju me bargognu.
Ci quardi cchiù luntanu tuttu viti,
mille culuri ‘ncelu ddarlampare,
‘lluminate trovi l’ucerneddhe,
ca moscene la STEDDHA te ciarcare.
“AMARE” nu’ costa pròpiu nienti,
nun’è oru ca ccatti ccu lli sordi,
ete sentimentu mutu crande.
Parcè sulu a Natale te racordi?
Ci caminamu sozzi frate meu,
manu ppe’ manu, putimu scire ‘nnanti,
ma ci te scundi a ‘n’angulu, superbu,
te trovi ccu lli mani toi vacanti.
Jeni ccu me, jeni frate meu,
te portu addhu tuttu ete spiandòre
addhu la gente capisce veramente
ca lu Natale è sulamente “Amore”.

Giorgio Tricarico – Gallipoli

1010199_922573324426189_221195456012196836_nNel centro del mio paese, insieme al carretto dello zucchero filato e a quello delle crêpe, c’è una giostra antiquata dai colori spenti che accoglie le risate rumorose dei bambini.
Alla fine delle loro corte braccia, trattenute da cappotti di almeno due taglie più grandi, ci si possono trovare due cose: un papà intento a “minacciare” il figlio di un possibile pavimento vuoto sotto l’albero di Natale oppure un palloncino colorato, sicuramente più mansueto e silenzioso.
Intorno a quest’aura di leggerezza e serenità, così bella da far venir voglia di rinchiuderla in una palla di vetro con la neve, quest’anno basta spostare un po’ lo sguardo per cambiare umore.
Al posto delle luci natalizie, attaccati sulle saracinesche abbassate, luccicano grandi cartelli fluorescenti con “affittasi” e “vendesi” impressi di nero con sotto un numero scritto a caratteri grandi. Niente addobbi ‘fai da te’ sulle mensole nella merceria della signora sempre sorridente, niente file nel parrucchiere messo in quel buco dal 1947, niente file nel negozio di scarpe, nella pescheria o nella mia libreria preferita. Solo serrande chiuse sotto la totale indifferenza dei maggiori. Probabilmente questa è solo la ciliegina sulla torta di questo anno che si sporca le mani di stragi, tristezze generali, paura e dolore.
Da bambina ho sempre adorato gli addobbi, le canzoni di Natale, il mercante in fiera in famiglia, la tanto bramata quanto bella neve. Me ne stavo accoccolata nella mia casa al profumo di cannella, con i biscotti al burro nel forno per poi mangiarli – appena cotti – sotto il plaid, guardando un film di Natale. Un po’ inconsapevole, positiva, felice.

Mi piace la positività che abita nei bambini e trovo che ora più che mai dovremmo prendere spunto da loro e pensare che vivremo altre primavere dopo gli inverni. Un autoregalo utile, gratis e con benefici.
Nel supermercato John Lennon intona in filodiffusione “War is over, if you want it”. Tra gli scaffali la gente, armata di carrello, si sfida alla caccia dello sconto speciale sul bagnoschiuma e crema corpo coordinati. Ne comprano cinque o sei di queste confezioni e via la paura, l’incubo dei regali senza spendere troppo è superato.
Quest’anno nella mia casa il venticinque dicembre si avrà più posto in tavola. Mancherà quella persona speciale, quella persona che guardando la frenesia della gente durante questo periodo dell’anno, avrebbe disapprovato commentando con un: “Ai miei tempi ci si mettevano le arance nelle calze e tutti erano più felici” ed avremmo riso di gusto, caro nonno.

Maria Pacella – Casarano

Lenzuola di zucchero raggomitolano
una granella di perle di neve e cotone
allunate d’ inverno sui tetti a dicembre,
ambrando di stelle il fumo di un camino.

Fiocchi, lanterne e scampoli d’ agrifoglio,
inchiostro d’ uvetta e merletti d’ arancia candita,
coriandoli di muschio e corteccia d’ abete,
intarsiano di festa i paesaggi del presepe.
Un raggio di cuore infreddolito si scioglie:
il canto dell’ angelo annuncia la nascita del Salvatore.

Valentina Rizzo – Racale

ilaria seclLa letterina, quest’anno, non la scrivo a Babbo Natale. Lui si occupa di bimbi felici, con una famiglia, magari con un cane, un acquario. Lui si occupa di bambini che hanno pigiami caldi e i termosifoni sempre accesi, bimbi che fanno la doccia ogni giorno e vanno a karate e a basket, a calcio o in piscina. Sicuramente vanno pure a lezione di pianoforte o violino, giocano con l’ultimo modello della playstation e fanno pure le vacanze.
Insomma, quel simpatico nordicone di Babbo Natale, con la barba lunga, i capelli bianchi e sempre sorridente, non fa il lavoro sporco. Non si occupa di cose e casi tristi. Di bambini tristi. Di poveri Cristi, insomma. Di famiglie tristi.
Che poi, chiamare famiglie quelle che scappano dalla guerra, dalla morte, attraversano il Mediterraneo di notte all’addiaccio, con vestiti lisi e bagnati, tute non certo termiche, coperte insufficienti a ripararle dal freddo, col rischio che un figlio, un padre o la madre muoiano annegati e la famiglia si spezzi, si frantumi, si polverizzi. O addirittura scompaia intera. Come si fa a chiamare famiglia una famiglia costretta a lasciare la propria casa e la propria terra per non morire, per concedersi la speranza della sopravvivenza? Per loro il lusso è questo.
Il regalo di Natale è vivere. Anzi, sopravvivere. Per noi abituati alla comodità del divano di fronte alla tv, all’abbonamento internet e forse pure a Sky, queste no, non si possono chiamare famiglie.
No, no, questa lettera non può proprio essere indirizzata a Babbo Natale. Che ne sa lui? Proprio lui… Lì, nel Nord Europa, tutti belli, ricchi, felicissimi. Hanno pure l’aurora boreale! Secondo me, l’unico che può capire e ascoltare è Gesù Bambino.
Lui ne sa qualcosa, di fughe, di incomprensioni, di esìli, di poveri, di malfamati, di storpi, di emarginati. Di profughi. Sì, lui ne sa qualcosa. Allora sì, è una buona idea. Allora:
Senti Gesù Bambino, come la mettiamo? È davvero una lenta apocalisse? Dici che finirà? Quanti bambini – ancora – moriranno in mare? Quanti? E quanti per guerre in corso e guerre minacciate?

Questa è un’agonia lunga, un Getsemani senza scadenza. Una crocifissione che dura decenni. E noi, dimmi, noi, che possiamo fare? Dico noi, quelli sul divano comodissimo e la tv di fronte e i riscaldamenti accesi e il caminetto e Sky.
Gesù Bambino ci sei? Come devi partire? Che dici? Dove vai? E la lettera? Non è finita! Non ascolti nemmeno tu? Ti devo dire degli operai che si uccidono perché le banche hanno bruciato i loro risparmi. E ti devo dire di quelli che si uccidono perché hanno perso il lavoro. Sì, lo so, troppa carne al fuoco, ma questo è il mondo. Un casino! Chi sogna di sopravvivere scappando dalla guerra e muore in mare e chi si uccide perché le banche in un soffio disperdono i suoi soldi.
Ma dove vai? Aspetta, Gesù Bambino! Ma che modi!? Non dici niente?
– Devo andare, addio, i miei genitori hanno speso tutti i loro risparmi per questo viaggio. Mi aspettano, devo andare, è arrivato il barcone.
Ma come Gesù Bambino… risparmi, barcone? Cosa stai dicendo? Dovresti piuttosto parlare di Magi, del bue e l’asinello…
– No, mi dispiace, quest’anno non ci sono. Meglio così. Rischierebbero di morire pure loro.

di Ilaria Seclì,  Parabita

uccio piro e nadia marra gallipoli 2Mentru staci ccu rrafretti,
chianu sienti ‘a Pasturale
comu se mangene le pìttule
se ‘mbicina lu Natale.

Santu ‘Ndrea e Santa Cicilia,
vane sozzi quisti toi
pìttule, rape e baccalà
a quintali, quante ‘ndoi;

rriva poi la ‘Mmaculata
ca nde porta li dasciuni
e prima te mangiare la puccia
se scasciavane li purtuni;

lu tritici te dicembere S. Lucia
è l’urtima Pasturale
se facene spese crosse
parcè rriva lu Natale.

Ma cci giurni, cci mumenti,
devantamu tutti boni,
ma ‘mpena passa ‘stu giurnu
sienti lampi, sajette e troni.

Caputannu ccu lli pupi
ca se sparene allu focu
tricche-tracche e castagnette
a ogne pizzu a ogne llocu.

Ma ttrorà ca l’Annu Nou
cchiù beddhu ole ccu trase,
ma querre, bombe e morti
catene comu le ciarase.

di Uccio Piro, Gallipoli

Voce al Direttore

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Sono trascorsi quattro anni da quando si sono avuti i primi sentori che qualcosa non andava per il verso giusto: gli ulivi erano malati,...