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"Simu salentini", la nostra rubrica dedicata alla riscoperta della cultura e delle tradizioni della nostra terra.

Sannicola – Strettamente legate alla storia del ben più noto monastero di San Mauro, ubicato a nord di Gallipoli, lungo la serra dell’Altolido, sono le vicende della vicina chiesa monastica di San Salvatore, situata su un pianoro che costeggia la serra già citata, nei pressi della zona industriale della cittadina ionica, in un sito che probabilmente costituiva, in epoca medievale, un importante snodo viario locale. Dell’antico nucleo monastico sopravvive oggi solo l’edificio della chiesa abbaziale, inglobato in un complesso masserizio tardo-cinquecentesco di proprietà privata, che attualmente versa, purtroppo, in uno stato di conservazione assai precario.

L’edificio religioso, a tre navate suddivise da due arconi e mezzo per lato e terminante con un’ unica abside, viene datato, in base alle testimonianze documentarie, agli inizi del XIV secolo, più precisamente al 1310, ma le analogie strutturali e decorative con la vicina San Mauro, fanno ritenere che le due fondazioni possano essere datate alla stessa epoca, il XII secolo. Di notevole interesse, nonostante il pessimo stato di conservazione e la sua estrema frammentarietà, è la decorazione pittorica ancora superstite, databile all’inizio del XIV secolo.

Gli affreschi meglio leggibili sono ubicati nel cilindro absidale, ove è raffigurato un gruppo di quattro vescovi officianti, sormontati da una “Deesis”, e da quella che è stata identificata come una “Trasfigurazione” nella soprastante parete lunettata, tutti attribuibili a maestranze legate agli ambienti monastici greco-bizantini. Nonostante le numerose iniziative di sensibilizzazione e gli accorati appelli promossi negli anni da studiosi e associazioni, tra le quali anche Legambiente e l’Osservatorio Torre di Belloluogo, con lo scopo di accendere un faro sulla criticità della situazione e individuare le soluzioni più urgenti e necessarie per garantire il recupero e la salvezza dell’edificio, ferito a morte da incuria e crolli, San Salvatore e il suo scrigno di affreschi e testimonianze rischiano di scomparire, inghiottiti dall’incuria e dall’indifferenza.

Servirebbe un miracolo. Quel  miracolo che potrebbe arrivare dalla trattativa in corso da qualche tempo tra proprietari e Amministrazione comunale di Sannicola e che potrebbe sfociare entro la fine dell’anno in una convenzione che prevederebbe la cessione totale della proprietà dell’ edificio al Comune e la sua gestione equamente suddivisa al 50% tra i due contraenti. Una speranza, forse l’ ultima, una piccola luce che potrebbe strappare San Salvatore all’abisso dell’oblio senza ritorno. E viene in mente, non a caso, una frase significativa  di Oscar Wilde: ”Nemico delle memorie è il tempo. Passano le generazioni e ineluttabile è il transito delle cose verso l’oblio, e se di esse non si parla è come se non fossero mai esistite”.

Andrea Vaglio

Maglie – L’Amministrazione e Biblioteca comunale con il sostegno di alcune associazioni culturali vogliono ricordare le persone che hanno segnato la storia recente della città: poeti, scrittori, intellettuali che nella scuola hanno “cresciuto” intere generazioni di giovani. Dopo il poeta Salvatore Toma nel mese scorso, ora è il turno dei due Micolano, Mario e Claudio, entrambi umanisti: il primo docente di italiano e latino per tanti anni presso l’Istituto magistrale e poi nel liceo Capece; il secondo, docente di latino e greco, figura dominante  per decenni nel liceo Capece. Ora la Fondazione Capece, L’Alca e l’Amministrazione comunale, venerdì 13 luglio,  nell’atrio esterno della Biblioteca (ore 21), ricorderanno le due personalità con la presentazione del libro “Poesie e saggi” a cura di Giuliana Coppola e Salvatore Coppola.

Con Claudio (foto, scomparso a 87 anni nel 2010) in parecchi hanno condiviso l’insegnamento al Capece ed i sei anni di Tempo d’Oggi, dal 1974 al 1980 (come chi scrive questo articolo).  Tempo d’ Oggi è stato un quindicinale che ancora oggi viene citato, una miniera di notizie, di ricerche storiche sul territorio, su cui hanno scritto intellettuali, storici e poeti di Maglie  come Nicola De Donno, Emilio Panarese, Salvatore Toma, ma anche della provincia come Vittorio Zacchino di Galatone, Domenico de Rossi di Gallipoli, Donato Moro di Galatone, Donato Valli di Tricase, Ercole Ugo D’Andrea di Galatone. Come dire le migliori menti del periodo e oltre. Le prose di Claudio Micolano sono raccolte in “Uomini e formiche” e “Prose (due un soldo)”, le sue poesie  in “Crepuscolo” e “S’è chiuso il cielo”, ma numerosi sono i suoi contributi sulle riviste culturali dell’epoca.

Claudio Micolano e Tempo d’oggi Claudio Micolano è presente nella redazione del giornale già dal primo incontro quando in pochi si decise di dare vita a un giornale quindicinale. Il  suo primo pezzo è sul secondo numero  e inaugura una serie di interventi in cui la condizione presente viene confrontata con quella del passato, frutto di memoria personale  o di ricerca documentaria. La nota dominante è la nostalgia di un tempo che non tornerà più. “Com’era verde il mio paese” si intitola il primo pezzo in cui Micolano constata la  natura violata dalla speculazione edilizia  e ricorda con nostalgia “i campi verdi digradanti sul declivio dell’umile serra… dalla contrada Palicella alla Poligarita”. I suoi articoli, tutti lunghi e documentati (d’altronde si trattava di un quindicinale)  ruotavano intorno a precisi nuclei tematici:

La città  Numerosi i pezzi che analizzano la situazione di Maglie. Quello sul n. 6/74,  intitolato “La vecchia signora”, è di stridente attualità, sembra scritto oggi. Micolano fa l’analisi della mancata crescita demografica di Maglie a differenza degli altri centri salentini.  C’è un’accurata indagine sulle cause: mancanza di fonti di lavoro sufficienti e adeguate, priorità ed eccellenze perse nel campo dell’artigianato e del commercio. C’è sempre attenzione agli aspetti quotidiani della città: n.15-16/74 “Finalmente il parco giochi a Maglie” (il parco della Rimembranza); n.21/74  “Il mercato del sabato” descritto minuziosamente usando il registro narrativo; 2/75 “Il problema della biblioteca” (invoca più personale e intervista il sindaco Salvatore Fitto); n 10/75 “È tempo ormai di provvedere: basta con le promesse” riferito alle condizioni del centro storico in degrado; “Non scandali, ma buoni consigli”(n.3/78), Maglie ridotta a uno stagno dove “non si muove nulla”.

Turismo: è un tema caro a Micolano. Sul n10/74 nel pezzo intitolato”Puglia, svendesi villaggi turistici” riflette e commenta su  una visita di giornalisti stranieri; sul n.12 del medesimo anno nota con disappunto le tendopoli abusive ai laghi Alimini;  nel n. 19/ 75 “La calata dei forestieri” fa alcune  riflessioni sul turismo fiorente solo in apparenza (vacanze brevi, turismo di lusso per pochi); nel n. 6/77  analizza “Colpe ed errori del turismo nel Salento” e allo stesso tema dedica l’editoriale  “Tirando le somme” nel n. 15 del medesimo anno; nel  n. 4/78  coniuga il turismo con l’archeologia “S. Cesarea Terme”; “Problemi turistici del Salento: Castro” è il titolo di un pezzo sul n.7 del medesimo anno; “Se dunque non ci difendiamo da soli, chi ci difenderà?”, riflessioni sui “grossi complessi di società fantasma” (n.10/78).

Artigianato e artigiani.  Sempre attento all’evoluzione dell’artigianato (e in alcuni casi ne registra la scomparsa); riflettori accesi  sulle figure di artigiani ancora attivi e sui mestieri che sono scomparsi. n 12/75 “C’era una volta l’artigianato magliese e ora c’è ancora”, riferito alla mostra organizzata dall’Arci; n.4 /77 “Chi salverà l’artigianato?”, a proposito ancora della mostra; n. 9/77 “Mostra artigiani,  farsa o tragicommedia”. Si interessa ancora delle sorti della mostra (“A conclusione di una mostra” n.16/78) e segue la realizzazione dell’area artigianale (“A che punto è a Maglie l’area artigianale” n.6/78; “La metropoli degli artigiani” n.17/78.   Tratteggia con puntuale precisione le figure di alcuni artigiani-artisti: “Enrico Vincenti” (n.11/74); “Ricordo di mesciu Pippi Panarese” (n 2/75); “Adolfo Piccinno l’ultimo artista del legno” (n.11/76); Giuseppe Vella (n.21-22/76);  “Ricordo di un maestro, Pippi Conte” (8-9/79). Recupera con ammirevole precisione i mestieri che sono scomparsi o sono ormai in fase di estinzione: “Lu zzucaru” (n.18/75); “Lu falegname d’arte grossa (n.21/75); “Lu mbrellaru cconzalimmi e ggiustacofane” (n5/76);   “Pellettari o “cunzaturi”, storia delle pelletterie a Maglie attive dal 700, ricerca storica e descrizione dell’ultima quella dei fratelli Tondi (n 7/77); “Lu guarnamentaru”(12/79). In tutti i pezzi, tutti molto lunghi e articolati, una descrizione precisa e minuziosa degli strumenti e delle tecniche senza trascurare gli aspetti ”umani” in cui traspare la solidarietà di fondo con la gente semplice e operosa.

Economia e problemi connessi Apparentemente in contraddizione con la sua formazione classica è il corposo numero di articoli che trattano di economia di ordine generale e in modo specifico locale. Micolano su questo tema si muove con disinvoltura (senza pretese di scientificità) partendo a volte da articoli e riflessioni apparsi su giornali nazionali, oppure traendo spunto da occasionali colloqui con i commecianti locali.  “Crisi e disordine del commercio” (n. 22/74; sul medesimo numero tratteggia la figura di Giuseppe Romano “tra commercio e teatro”; “Spigolature d’economia”(n.2/75),   vista da un comune cittadino dalla parte dei consumatori;  sul n. 23/75  affronta la crisi del tabacco “Per il Sud non c’è speranza”; “C’era una volta l’agricoltura”  sulla  mancanza di politica agricola, crisi della terra collegata alla crisi della società (n. 12/76); “ Economia oggi” (n. 21/77). Strettamente legato all’economia il problema dell’emigrazione : n.17/74 “ La crisi dell’emigrazione”;  nel numero successivo ritorna sull’argomento dopo il referendum in Svizzerra favorevole alla permanenza dei lavoratori stranieri. “Ha vinto il lavoro”- scrive- e si augura che in futuro si possa parlare non di “lavoratori all’estero” ma di “fratelli”.

Scuole  Da uomo di scuola ha a cuore tutti gli istituti  di Maglie e si occupa in particolare di quelli che hanno qualche disagio per penuria di locali: n 25/74 “Ancora critica la situazione di alcune scuole a Maglie”, in particolare il Tecnico industriale  professionale femminile e il  Tecnico commerciale; “Dopo la tempesta” la situazione  del professionale per l’industria e l’artigianato (n.2/76); sul n. 3/77 “Tavola rotonda al Lions club sulla riforma della scuola superiore”;  sul n.16/77 “Obiettivo scuola”, caos di inizio anno visto anche  nelle ripercussioni sulle famiglie; infine due puntate (n.17-18/77) “Obiettivo scuola”, analisi della condizione di tutti gli istituti scolastici.

Difesa delle tradizioni  Attenzione alle tradizioni che sono scomparse o che cambiano:Tradizioni che cambiano”   nostalgia per le tradizioni natalizie (n.1/75); n.11/75 “San Nicola  di ieri e di oggi” (n.11/75); “La fiera dell’Addolorata” (5/76) . La difesa delle tradizioni è legata  al rispetto e alla considerazione degli anziani: n. 26/75 “Non c’è spazio per i vecchi”; n. 12/77 “Questa casa è di tutti”, atti di vandalismo nella casa di riposo in costruzione;  n. 7/79 ”La casa di riposo a Maglie è una realtà”

La politica  Rimane lontano dalle passioni politiche che agitavano gli animi in quegli anni.  La sua posizione può essere riassunta da un editoriale scritto sul n.4-5 del 74 in prossimità del referendum sul divorzio  “Facendo il punto”  è il titolo del pezzo. Ecco la sua posizione” Chi scrive non fa in genere politica, ma segue gli avvenimenti da lontano (non è bello, lo so, ma è comodo), e può spesso tirar le somme d’un fatto con tranquilla obiettività”. Così nel n.17/75 coglie delle recenti elezioni lo spreco dei manifesti elettorali, “Peccato, quanto spreco” è il titolo significativo. In ogni argomento che affronta riaffiora il senso della misura e dell’equilibrio ereditato dal suo amore per il mondo classico.

Recensioni e racconti  Sono gli ambiti in cui si trovava completamente a suo agio.  Da segnalare le numerose recensioni (sempre puntuali e mai servili)  che seguono la produzione (in particolare saggistica) provinciale.  Col n.22 del 21dicembre  del 78  Tempo d’Oggi cambia formato, non più quello “lenzuolo”  ma uno ridotto e maneggevole. Non cambia solo il formato, cambia anche lo spirito che aveva animato i primi tre anni.  Dal quel numero in poi  prendono il sopravvento gli articoli da terza pagina con collaborazioni esterne pregevoli che si aggiungono alle eccellenti competenze interne alla redazione (Nicola De Donno, Emilio Panarese, Verofilo D’Amanzo, Nello Sisinni). Claudio in ogni numero, fino all’ultimo del 20 dicembre 1980,  scrive un racconto: il primo si intitola “La vendetta delle formiche”, l’ultimo “Ignavos redimunt Musae (ovvero: la forza della poesia)”.  Tutto da rileggere.

 

 

Alezio – Molti la ricordano ancora, ad Alezio, Federica Scorrano, una ragazza piena di vita, una bellezza mediterranea, stroncata a 33 anni dal Linfoma di Hodgkin. Di Federica, però, non rimane solo il ricordo sempre più lontano nel tempo, come le vecchie foto dalle quali gli anni risucchiano i colori. Nel volume “Ti Voglio un Bene Più Grande della Morte” (Edizioni Esperidi, 2018), la breve vita di Federica è raccontata dalla sorella Stefania (foto), funzionaria di banca e alla sua prima esperienza letteraria. L’amore per le lettere le era stato trasmesso proprio da Federica, la quale, studentessa di medicina, era anche un’appassionata lettrice. Stefania ricorda la sorella, tre anni più grande di lei, come una presenza costante della propria vita. Le sembra di ricordare, e forse lo ricorda davvero, di aver visto, già nei primi giorni di vita, Federica, appena più alta della culla, sbirciare “tra un pizzo e l’altro” la nuova arrivata nella famiglia.

Il legame si rafforzerà negli anni dell’adolescenza, con la condivisione dei tanti piccoli segreti, le complicità, le gioie e le lacrime dell’età. Federica, come tutte le adolescenti sogna l’amore che, a quell’età, non può essere che assoluto, esclusivo. Quando “Lui” arriva, Federica ne è travolta. Quel “Lui” è la materializzazione dei suoi sogni, è l’amore della vita, quello vissuto attraverso le eroine dei tanti romanzi letti, idealizzato quasi al punto da non poter essere reale. Ma per “Lui” non è la stessa cosa. I ragazzi vivono spesso le storie d’amore in maniera diversa dalle loro coetanee, più leggera, meno romantica. L’impatto della realtà sul sogno non può che generare delusione, che però non affievolisce il sentimento di Federica, che a quell’amore rimane fedele e attenderà che “Lui” ritorni, che comprenda che è lei la sua anima gemella. Nella vana attesa, col passare degli anni, Federica si chiude sempre di più in se stessa, nel suo mondo di letture, di diari segreti e di studi. Ma proprio negli studi cominciano a manifestarsi i segni di quell’insicurezza che va sviluppando. La difficoltà ad affrontare gli esami di medicina, pur con una solida preparazione, si fa sempre più grave. Pur capace di aiutare i colleghi di corso a superare gli esami, non riesce ad affrontare i propri, forse anche per il maniacale perfezionismo che ormai mette in tutte le sue cose. Non si sente mai abbastanza preparata. Non viene mai bocciata, ma si ritira spesso all’ultimo momento. Quando, dopo una serie di esami clinici per indagare le cause di un vago senso di malessere fisico, le viene diagnosticata la malattia, Federica è in compagnia della sorella.

Tornate a casa, Stefania cercherà il Linfoma di Hodgkin sull’enciclopedia medica, che fino a quel momento aveva fatto bella mostra di sé sugli scaffali del soggiorno, ma non era mai stata aperta. Ma Federica ha già capito, non è ancora un medico ma sa di non avere scampo. Pochi mesi dopo, in ospedale, qualche ora prima di morire, Federica mette nella mano della sorella un biglietto, arrotolato. Stefania vorrebbe leggerlo, ma la sorella con un filo di voce le intima: “Dopo”. Poi si addormenta. Non si sveglierà più. “Ti voglio un bene più grande della morte. Spero che Dio mi conceda di poterti fare gli auguri un altro anno. Spero che tu sia felice. Federica”. Stefania l’accompagnerà fino alla fine, laverà e vestirà il corpo della sorella, freddo come marmo, senza alcuna “analogia con la bellezza florida a cui ci avevi abituato per trentatre anni,” fino al momento della cremazione, una pratica espressamente indicata da Federica. Stefania Scorrano ha aspettato ventuno anni per mettere sulla carta ricordi e riflessioni, per fermare per sempre istanti di vita irrimediabilmente lontani.

Il tempo non ha attenuato il dolore, l’ha solo fatto affondare nel profondo dell’anima, dove rimane, sordo e pronto a prorompere ancora alla vista di un oggetto, un libro, un diario, un’immagine che richiamino alla mente momenti di ordinaria vita felice. Tuttavia, Ti voglio un bene più grande della morte non è un libro triste. Tutt’altro, è un libro pieno di vita, di emozioni vere e pure, un canto all’amore fraterno e alle piccole grandi cose della quotidiana familiarità, della cui essenzialità spesso ci accorgiamo troppo tardi. La scrittura di Stefania è snella, la narrazione serrata. Una volta iniziato il libro, è difficile resistere alla tentazione di continuare a leggere ininterrottamente fino all’ultima delle 143 pagine. Il ricavato del libro sarà devoluto alla ricerca contro il cancro. Un motivo in più per acquistare e leggere questa storia appassionata e appassionante.

Aldo Magagnino

Diso – Anche le donne hanno fatto la storia, ma di fatto sono poco presenti sui libri di storia. Il motivo è che gli storici hanno privilegiato l’aspetto politico-istituzionale, sicché le donne,  che hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1946, sono state escluse dalla vita pubblica e politica e… dalle pagine dei manuali. Questa la situazione fino a qualche tempo fa, ora invece si registra un’inversione di tendenza perché  gli studiosi concordano che non si può parlare dei grandi eventi storici passando a piè pari sul contributo delle donne. Come nel caso della rilettura della Grande Guerra fatta da Salvatore Coppola attraverso il saggio “Pane!… Pace!, il grido di protesta delle donne salentine negli anni della Grande Guerra” edito da Giorgiani editore  nella collana Cultura e Storia della Società di Storia Patria di Lecce.

Donne del Nord e donne del Sud di fronte alla guerra. Il ruolo delle donne, in larga parte di quelle del Nord e del Centro Italia,  a partire dal 24 maggio del 1915, (data dell’ingresso in guerra dell’Italia) è stato evidenziato in quello che venne definito il “fronte interno”  in contrapposizione a quel “fronte di guerra” dei militari che vennero arruolati per difendere i confini della patria.  «Su una popolazione di 4,8 milioni di uomini che lavoravano in agricoltura, 2,6 furono richiamati alle armi – scrive lo storico Antonio Gibelli in La Grande guerra degli italiani 1915-1918“ (Bur Rizzoli). Sicché rimasero attivi nei campi solo 2,2 milioni di uomini sopra i 18 anni, più altri 1,2 milioni tra i 10 e i 18 anni, contro un totale di 6,2 milioni di donne superiori ai 10 anni. Inevitabile fu l’occupazione femminile di spazi già riservati agli uomini, e contemporaneamente lo straordinario aggravio di fatica e di responsabilità». Così le donne cominciarono a occupare spazi prevalentemente occupati dagli uomini nelle campagne, nelle fabbriche, si riunirono in associazioni solidali, si impegnarono a confezionare indumenti per l’esercito, organizzarono raccolte fondi, divennero crocerossine. La guerra fu quindi anche occasione di emancipazione, anche se si trattò di un’esperienza provvisoria: a guerra conclusa non ci fu più posto per operaie e impiegate e gli uomini si ripresero il posto lasciato vuoto per combattere al fronte. Ma in quella parentesi, in cui “indossarono i pantaloni”, si distinsero in efficienza, come puntualizza Alessandro Gualtieri, in “La grande guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno” (Mattioli 1885): «La guerra non è solo la prima linea: hanno combattuto a modo loro anche le donne rimaste al lavoro nei campi, talmente efficienti nello svolgere le loro mansioni che la produzione agricola non scese mai al di sotto del 90 per cento negli anni tra il 1915 e il 1918; o quelle che hanno sostituito gli uomini nei trasporti pubblici o negli uffici postali, dimostrando coi fatti quanto fosse falsa l’idea della inferiorità naturale della donna teorizzata da tanta cultura del tempo». E le donne nel Salento? L’ultimo libro di Salvatore Coppola illumina una zona d’ombra e dimostra come sia proprio fuori dalla storia  lo “stereotipo della donna meridionale, passiva e indifferente alle vicende sociali e politiche” (dall’introduzione di Giuseppe Caramuscio).

Per il pane e per la pace. Le donne salentine lottarono per il pane e la pace , manifestarono contro la penuria alimentare, contro il ritardato pagamento dei sussidi destinati alle famiglie dei richiamati, contro gli abusi nell’assegnazione delle tessere annonarie, contro la guerra reclamando il ritorno a casa dei loro mariti. Si  trattò di manifestazioni spontanee anche se i vertici politici e militari attribuivano la responsabilità delle proteste alla cosiddetta propaganda disfattista alimentata da socialisti e giolittiani. Manifestazioni di protesta massicce interessarono nel 1917 Lecce, Gallipoli, Galatone, Nardò dove la protesta fu contro i funzionari governativi che promuovevano la raccolta fondi per il prestito nazionale. Ma ci furono proteste anche in centri minori come Alezio, Aradeo, Arnesano, Carmiano, Corigliano, Cutrofiano, Felline, Maglie, Martano, Melissano, Muro Leccese, Neviano, Poggiardo, Presicce, Racale, Scorrano, Sogliano, Taviano, Tricase. Le contestazioni avevano una nota comune: accanto al grido  “vogliamo pane, siamo a digiuno noi e i nostri figli”, ci fu quello “abbasso la guerra”, “vogliamo i nostri mariti e congiunti e non il denaro”, “vogliamo la pace”. Le manifestazioni, la cui partecipazione era prevalentemente femminile, provocarono prima sorpresa nelle classi dirigenti, naturalmente maschili, e poi  “un forte senso di fastidio” perché il modello femminile  era quello di “riprodurre, starsene a casa , oziare”

I tumulti di Gallipoli, Galatone, Nardò, Presicce. Il 4 e 5 maggio del 1917 scoppiò quello che viene ricordato come il “tumulto di Gallipoli” , che da manifestazione per il pane divenne protesta contro la guerra. Furono arrestate cinque donne ritenute promotrici e rinviate a giudizio con l’accusa di “avere pubblicamente istigato le donne a fare una dimostrazione ostile alla guerra”. Si era diffusa la voce che stava per mancare il pane perciò le donne la mattina del 5 si radunarono nei pressi di piazza Mercato e cominciarono a gridare contro le autorità comunali che avevano deciso di spostare la vendita dalle panetterie all’ufficio di polizia municipale dove si doveva pagare in contanti. Il 6 e il 7 maggio a Galatone ci fu una manifestazione contro la guerra e la propaganda a favore del prestito nazionale che era sostenuta dall’onorevole Antonio De Viti De Marco. Seguirono altre proteste a Nardò, a Presicce dove 16 donne furono rinviate a giudizio ritenute responsabili del tumulto perché chiedevano che il grano venisse consegnato direttamente alle famiglie e non ai panificatori. Non mancarono le manifestazioni a favore della pace in ambito cattolico.  Si svolsero dappertutto processioni per la pace  raccogliendo l’invito di Benedetto XV che aveva invitato a pregare per la fine del “tremendo flagello”.

Non bastano due giorni di tramontana di fine agosto a cacciar via l’estate. Già si parla di una settima ondata di caldo intenso fuori dalle medie stagionali. Prevista ancora afa e quindi aria condizionata a go-go. D’altronte , così è l’estate, guai a dirne male.  “Ci dice male de la state, dice male de mammasa” e ancora “Ci dice male de la state, ulìa mpicatu” così ammoniscono gli antichi modi di dire.  In fondo “Ddo fiate a ll’annu, nu vvene la state”, meglio, quindi, godercela, quando c’è con tutte le sue caratteristiche, afa e siccità comprese. Anzi, “Pregamu lu Petreternu, la state cu èggia state, e lu jernu cu èggia jernu” perché “Se lu jernu nu jerniscia, la state nu statiscia”. Inutile accanirsi dietro le previsioni meteo facendone oggetto di continue dissertazioni, da quello che si ricava dalla saggezza popolare in estate le cose devono andare prorprio come vanno. Se è agosto, ci deve essere sole e tanto caldo e non bisogna lasciarsi ingannare da qualche nuvola passeggera: “Nule de state e sserenu de jernu, nu ffare ffidamentu”.  Non sempre l’acqua, che viene spesso invocata,  è una benedizione. Tutt’altro: “ Acqua de state la piscia lu diaulu” e “Acqua de state, pisciazza de Lucifero” e quindi  beato chi la sopporta: “Acqua  de state, jata a cci la pate”

In conclusione, l’estate è una bella stagione, perché anche chi è in difficoltà riesce a vivere dignitosamente, accontentandosi di poco e in buona salute:“La state è la mamma de li puareddi” perché “La state fannu latte puru li ceddi”.  Non manca l’esortazione ai contadini a continuare a impegnarsi nei lavori dei campi e a programmare l’attività dei mesi successivi perché  “Ci dorme la state, disciuna lu jernu”. Esortazione fatta propria dalle operose massaie impegnate nel sole estivo a seccare  pomodori, zucchine e peperoni per gustosissimi piatti nelle giornate fredde d’inverno.

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Patience Gray e Norman Mommens a Spigolizzi

Patience Gray e Norman Mommens a Spigolizzi

SIMU SALENTINI. Nell’anniversario dei cento anni della nascita di Patience Gray, è uscita la biografia di questa donna straordinaria: “Fasting e feasting, the Life of visionary food writer Patience Gray”, scritta dal giornalista statunitense Adam Federman. Il volume, pubblicato dalla Chelsea green publishing, è stato presentato a Londra il 3 luglio. All’inizio degli anni settanta, Patience Gray, scrittrice, giornalista e artista inglese, e il suo compagno, lo scultore di origine fiamminga Norman Mommens, si stabilirono sulla serra di Spigolizzi, nelle campagne di Salve, in una masseria del XVIII secolo, in stato di abbandono da diversi anni. La resero abitabile, ma non vollero mai la corrente elettrica. L’illuminazione era fornita dalle lampade Aladdin a petrolio o dalle candele. Solo anni dopo, un amico tedesco installò sul tetto due pannelli solari, che fornivano sufficiente energia per due lampadine a basso consumo, una nello studio di Patience e una nella cantina, dove conservavano un vino glorioso che producevano con l’aiuto di un gruppo di amici. A Spigolizzi, per oltre trent’anni, i giorni furono scanditi dal ticchettio della Olivetti Lettera 22 di Patience e dal tintinnio del martello e dello scalpello di Norman, ma anche dai ritmi imposti dal lavoro nel campo antistante la masseria, dominato dalla statua del “Gran pazzo” eretta sul perimetro dell’antica aia circolare. Qui, Patience ha portato a compimento Honey from a Weed, Fasting and Feasting in Tuscany, Catalonia, The Cyclades and Apulia (Prospect Books, Londra 1986), un libro di cucina e cultura culinaria mediterranea unico nel suo genere. L’opera, che ebbe un notevole successo e lusinghiere recensioni, e che continua a essere ristampata, ha avuto una gestazione di quasi vent’anni. Nel corso di lunghe peregrinazioni tra Carrara, la Catalogna e la Grecia, al seguito della “insaziabile fame di pietra” del compagno scultore, Patience aveva raccolto un numero impressionante di ricette, dalla viva voce di massaie, contadini e cuochi delle locali trattorie, confluite in quello che è universalmente considerato un capolavoro. Norman morì l’8 febbraio del 2000, Patience lo seguì cinque anni dopo, il 10 marzo 2005. Ambedue riposano nel cimitero di Salve. Adam Federman ha trascorso due mesi a Spigolizzi, ospite di Nicolas Gray, figlio di Patience, e di sua moglie Maggie Armstrong, che dopo la morte di Norman e Patience si sono stabiliti a loro volta alla masseria. Ha avuto la possibilità di consultare anche il copioso carteggio lasciato dalla scrittrice, centinaia di lettere scambiate con amici, famigliari, editori, scrittori, giornalisti e artisti di mezzo mondo. Recensendo il volume, William Boyd, autore di “Una dolce carezza” e “Ogni cuore umano”, parla di “un libro illuminante su una donna straordinaria, cuoca e scrittrice. La vita intensa Patience Gray sembra aderire perfettamente alle sue idee visionarie e rivoluzionarie sul cibo, la cucina e il mangiare. Dovrebbe essere considerata una figura totemica dell’arte culinaria del nostro tempo.” Federman ha anche intervistato molti di coloro che l’hanno conosciuta, qui nel Salento e altrove, delineando il ritratto di una donna affascinante, intelligente e versatile.

luigi mariano con neri marcoreSIMU SALENTINI. A quasi un anno dalla sua pubblicazione e dopo il “Premio Lunezia doc” 2016 ritirato a luglio a Marina di Carrara, “Canzoni all’angolo” (Esordisco/Audioglobe), il secondo cd del cantautore di Galatone Luigi Mariano, riceve un secondo, inaspettato, riconoscimento: il Premio Civilia “Zingari felici”, giunto quest’anno alla sua seconda edizione. Di fatto, il premio conferito al miglior album di un artista salentino 2016. Nella prima edizione la targa era andata a Carolina Bubbico con il suo “Una donna”. L’associazione Civilia, molto attiva nel valorizzare la canzone d’autore a partire dagli artisti del territorio, ha ideato da un po’ di tempo il Premio Civilia, all’interno del quale nasce (l’anno scorso, appunto), il Premio “Zingari felici” riservato ai dischi.

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Il museo civico di Alezio

Il museo civico di Alezio

SIMU SALENTINI. Tarallini per tutti i gusti: all’olio d’oliva, al peperoncino, al pepe, al finocchio. Sono diventati, dopo le friselle, il prodotto da forno più radicato nei gusti dei salentini esportati nel mondo. Raccontano una storia antichissima e poco conosciuta: negli scavi archeologici del santuario messapico di Demetra a Oria, risalenti al VI sec. a.C., sono stati trovati tarallini bruciati offerti alla dea. Un elemento in più per conoscere i Messapi di cui troviamo traccia, tra gli altri centri, anche a Nardò, Alezio, Ugento, Vereto. Ma i tarallini costituiscono solo una parte del menu della “Tavola dei Messapi, itinerari di archeologia, cultura e sapori nel Salento” una guida pubblicata dall’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili con la consulenza scientifica dell’Università del Salento in collaborazione con gli Istituti alberghieri per il Turismo e agrari della provincia di Lecce.

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SIMU SALENTINI. Un tavolo, con tanto di caffè e pasticcini, non riuscirebbe a contenerle tutte le associazioni di Alezio. L’ultimo – affollato – “caffè” itinerante, ospitato nella sede della Pro loco lo scorso 19 maggio, ne è stata la prova. Se poi il tavolo è “tecnico”, per cercare di far dialogare i diversi volti della comunità e costruire un ventaglio di iniziative per tutti, omogeneo e armonico, le difficoltà non mancano. Ma ciò che prevale è la voglia di esserci, scambiare un poco del proprio “saper fare”, per se stessi e per gli altri. È un po’ lo spirito “aggregatore” della Pro loco, sempre a ricalcare un percorso di tradizioni, lasciando spazio però anche alla “contaminazione”: «Ma la promozione del territorio – spiega la presidente Tina Levantaci – passa anche da integrazione e accoglienza. Con questo spirito ci prepariamo alla nostra se- rata “Itaca”, il prossimo 25 giugno. Seguirà poi la rievocazione storica del corteo murattiano, il 23 luglio e la serata Alixias con il premio Luci d’autore il 20 agosto».

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bluesalentoSIMU SALENTINI. Se da un lato il progetto Bluesalento si contrappone agli stilemi anglosassoni producendo musica contemporanea non allineata alle suggestioni mediterranee, dall’altro sembra non tradire il senso che si evince già dal nome. L’adozione della lingua salentina come dimensione unica della parola e del verso e l’utilizzo di sonorità al confine fra Mediterraneo orientale e suggestioni euro-folk possono essere infatti considerati un gesto di riappropriazione identitaria che nulla ha da invidiare alla nascita e diffusione del blues nella Cotton Belt.

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SIMU SALENTINI. Un “Caffè in redazione” pieno di amici e conoscenti di provenienza diversa ma con tante cose da dire quello svolto a Taviano il 21 aprile, nella sede dell’associazione Vittorio Bachelet” in odore di festeggiamenti per il 25mo compleanno. A cominciare da chi è stato chiamato subito in causa per caso o per notorietà o per chiara curiosità: capire il senso di questi incontri e magari dire la propria. Il Salento eletto a patria adottiva dopo anni di palazzetti dello sport tra Casarano, Alessano, Squinzano, Presicce, ora Taviano: il “Caffè” è partito infatti da Andrea Battilotti e Marco Lotito, giallorossi della Pag Edilcentro Volley. Incuriositi anche loro dalla lunga galleria di manifesti e ritagli che testimoniano 25 anni di attività culturale e ricreativa ad ampio raggio a cura della “Bachelet”, i due atleti hanno parlato del bel presente al profumo di promozione ed anche del loro personale futuro prossimo (ne riferiamo sopra). Con il vicepresidente della società sportiva Donato Bruno, il passo è stato breve verso il tema che preoccupa chi fa sport competitivo ad un certo livello: gli impianti. Riferendosi alla precedente storica esperienza, Bruno ha ricordato che si andava a Lecce per giocare gli incontri di Coppa Italia della serie A. Facile prevedere che potrebbe riproporsi il problema della capienza del Palasport e delle altrettanto probabili deroghe da parte della federazione pallavolistica, non si sa fino a quando. Riprendere e rilanciare le strutture, magari riconvertire un impianto preparandolo per più discipline. Partendo da qui il pensiero è andato al campo sportivo e alla tristemente famosa pista di atletica. la cui storia (finora triste) è stata ripercorsa da Francesco Longo, ex Sindaco e tecnico comunale a Casarano. Nonchè responsabile dell’associazione regionale di categoria. «Riconvertendo vecchie strutture e rendendole multidisciplinari, realizzeremmo anche risparmio di suolo”, ha detto Bruno, che da imprenditore ha volto lo sguardo anche ad altre lacune strutturali, come centri per congressi, contenitori per concerti al coperto. Quindi il tema dei temi: come arrivare qui e come muoversi.

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Icaffe tavianol “Caffè in redazione” venerdì 21 sarà ospitato a Taviano. Dopo gli appuntamenti a Melissano, Parabita, Galatone, Casarano e Racale, venerdì ci troveremo in via Immacolata 16 presso l’Associazione “Vittorio Bachelet”. Appuntamento dalle 15.30 in poi con chi voglia parlare da vicino del giornale, dell’informazione, dei rischi e delle bufale, dei problemi e delle soluzioni. E di qualsiasi altra cosa si voglia. Proprio come in un caffè.

 

SIMU SALENTINI. Il periodo pasquale ci richiama alcune immagini che ne sintetizzano l’essenza: uovo, agnello, colomba, i più frequenti. Diventano oggetto di desiderio nelle ricche vetrine delle pasticcerie e nei menù tradizionali, solo che ai più risulta sempre più difficile risalire al significato di questa “foresta di simboli” da cui siamo circondati proprio in questo periodo. Sempre più arduo, infatti, non solo cogliere le segrete corrispondenze del simbolo, ma anche semplicemente il sottile filo che lega il contenuto e la sua rappresentazione visiva. I simboli, come i segni, sono “qualcosa che sta per qualcos’altro”, che risulta, però, ampliato e polisemico. Colpisce l’immaginario prima dei bambini, la figura dell’uovo, con la sorpresa più o meno importante a seconda della grandezza, che catalizza l’attenzione più del gusto della cioccolata. Quando c’erano poche risorse e più fantasia, i bambini dipingevano con colori brillanti le uova sode che disponevano nei cestini e che venivano usate come segnaposto nel pranzo di Pasqua. L’uovo è un chiaro riferimento alla fertilità non legato immediatamente (e secondo alcuni in nessun modo) all’evento della Resurrezione di Cristo. Alla base di numerose cosmogonie, lo troviamo nell’antico Egitto, è ritenuto dappertutto il simbolo della primavera; col cristianesimo diventò la figura della tomba di pietra da cui Cristo resuscitò. Nessuna presenza di uova nella Pasqua ebraica né nella festa degli Azzimi. Troviamo le uova sode nella tradizionale cuddura salentina, nelle pupe e nei cadduzzi. Nella cuddura il numero delle uova doveva essere dispari (ritenuto portafortuna); veniva regalata dal fidanzato alla promessa sposa o alla suocera.

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Cesario Picca

Cesario Picca

SIMU SALENTINI. Rosario “Saru” Santacroce è un giornalista salentino che lavora a Bologna da vent’anni. Tornato nella sua terra per concedersi un anno sabbatico si imbatte in un delitto che nel breve giro gli fa perdere i buoni propositi di un periodo di quiete. Questa in estrema sintesi la trama de “Il dio danzante”, il terzo romanzo di Cesario Picca (foto), nel quale lo scrittore, prendendo spunto da un reale fatto di cronaca – la fuga di un pericoloso ergastolano dall’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce – narra delle indagini di un cronista d’assalto, Saru, appunto. Il tutto nello scenario di un Salento magico, ma anche violento, colorato, odoroso, intrigante e trasgressivo.

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SIMU SALENTINI. Dopo l’esordio a Melissano e la successiva tappa a Parabita (nella foto), il “Caffè in redazione”, versione itinerante, sarà a Galatone venerdì 10 marzo, alle ore 15, nella sede dell’associazione “Open your mind” di piazza San Demetrio e successivamente a Casarano, venerdi 24 marzo, per l’incontro organizzato da “La soffitta senza tetto” (in via delle Industrie 52) e dal comitato “Casarano Libera”

Lu Titoru gallipolino nel corteo dedicatogli in occasione della tradizionale sfilata nella "Città bella"

Lu Titoru gallipolino nel corteo dedicatogli in occasione della tradizionale sfilata nella “Città bella”

SIMU SALENTINI. Anche le maschere hanno le loro stagioni e obbediscono e si adeguano alle mode del tempo. Ci si continua a mascherare, ma l’oggetto che la maschera vorrebbe emulare o deridere cambia con gli anni obbedendo a suggerimenti di costume e di cronaca. A partire dal mondo e dalla fantasia dei bambini. Basta dare una sbirciatina alle feste che si organizzano nella scuola dell’infanzia, ai veglioncini per la gioia dei piccoli: che fine hanno fatto Arlecchino e Pulcinella, Colombina e Pantalone? Al loro posto Gattoboy, Gufetta e Geco dei PJ Masks SuperPigiamini, personaggi tratti dalla collana popolare di libri “Les Pyjamasques”; oppure Elsa e Anna di Frozen, Masha e Orso, Peppa Pig, e gli intramontabili personaggi di Disneylandia. Il gusto di mascherarsi, di liberarsi dai panni quotidiani e di assumere per qualche ora una personalità diversa in grado di far dimenticare o esorcizzare i problemi, non conosce crisi.

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SIMU SALENTINI. «Come si amministra un Comune in stato di dissesto? In questa prima fase, in attesa dell’arrivo dei commissari, dobbiamo capirlo bene anche noi. Di certo le difficoltà sono in aumento e ci sono meno spazi gestionali. Occorre comprendere cosa si potrà fare e con quali risorse. Ma la decisione assunta è stata inevitabile, come credo d’aver ben spiegato in Consiglio comunale, ed i cittadini hanno compreso. Salvo poi, magari, continuare a chiederti sempre le stesse cose. Ma ora a cambiare sono, purtroppo, le risposte, e non certo per colpa nostra». È il Sindaco di Melissano Alessandro Conte, avvocato 46enne dallo scorso giugno alla guida dell’Amministrazione comunale, l’ospite al centro del “Caffè in redazione” di Piazzasalento, appuntamento per l’occasione divenuto itinerante (il 24 febbraio, alle ore 16, a Parabita presso la biblioteca Ennio Bonea a Palazzo Ferrari).

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SIMU SALENTINI. Luogo di culto di una salentinità verace: questo è stato nei suoi 29 anni di attività la trattoria “da Santino”. L’uomo che ha dato il nome e l’anima al locale che nel cuore del centro storico di Galatone, (in via Diaz, a due passi dai principali monumenti della città) ha accolto dal 1988 cercatori genuini di vino e “pezzetti”, è Santino Congedo. Proverbiali, quei pezzetti di Santino, apprezzati e conosciuti – insieme al clima della locanda – in tutta la provincia, ma non solo. Preparati con arte e tradizione dalla signora Teresa, la moglie dell’oste galateo, sempre al suo fianco insieme ai figli. Dopo quasi trent’anni Santino cede il passo, tra lo sconcerto e l’incredulità di una cittadina intera. «Mi trasferii in Germania all’età di 17 anni, andando a lavorare per vent’anni in fabbrica” – racconta l’inconfondibile baffo galateo, oggi 65enne – e lì la sera portavo avanti un circolo che gli immigrati italiani avevano messo in piedi: «Un lavoro che mi è sempre piaciuto svolgere, certo faticoso, che mi ha portato a stare una vita qui dentro, insieme alla mia famiglia che mi ha sempre dato una grande mano». Una volta di ritorno dalle terre d’oltralpe, Santino acquistò il locale dalle volte a stella che oggi porta il suo nome, che in passato fu una cantinetta. «Quando ho cominciato – afferma – non pensavo che la trattoria diventasse quello che è stato: ricorderò soprattutto i rapporti d’amicizia coltivati con persone presenti tutte le sere, tra una briscola e un bicchiere di vino.

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antonio maglio foto

Antonio Maglio

SIMU SALENTINI. Un tema libero di attualità sul Mezzogiorno d’Italia è l’argomento scelto per la sesta edizione del premio “Antonio Maglio”. Nel decimo anniversario della scomparsa del giornalista scomparso il 13 gennaio del 2007 a Newcastle e nato ad Alezio nel 1941, collaboratore di importanti testate locali e nazionali nonché tra i fondatori di Quotidiano, l’“Associazione Antonio Maglio”, presieduta dall’onorevole Giacinto Urso, ha voluto “rafforzare il ricordo di questo straordinario uomo del Sud” con una tematica a lui quanto mai cara, quella del Salento e del Mezzogiorno. Il termine per la presentazione degli elaborati (articoli e inchieste pubblicati su quotidiani, periodici, testate online) scadrà il prossimo 31 maggio.

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Cosimo Mudoni

Cosimo Mudoni

SIMU SALENTINI. C’è un piccolo angolo di storia e di cultura in via Duca d’Aosta 16 a Matino: testi, citazioni, immagini, poesie della città e dei matinesi che nel tempo hanno lasciato tracce a volte silenziose, a volte no. E c’è l’associazione “Autori Matinesi” che si cura di custodire con orgoglio questo patrimonio culturale arricchendolo attraverso un’importante attività di ricerca e di produzione. Senza sosta dal 2007 (quest’anno ricorre il decennale), i soci lavorano al recupero di materiale nel quale si menziona la città o alcuni concittadini. Tra le ultime attività seguite dal presidente Cosimo Mudoni (foto), da Tonio Ingrosso, Donato Stifani e altri appassionati, la redazione del calendario annuale tematico quest’anno dedicato al censimento di “fontanine”, “caseddhi” o “scritte latine”.

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Caroli Caputo e il direttore di "Famiglia Cristiana" don Antonio Rizzolo, premiato nell'ambito di Figilo, il festival dell'informazione locale

Caroli Caputo e il direttore di “Famiglia Cristiana” don Antonio Rizzolo, premiato nell’ambito di Figilo, il festival dell’informazione locale

SIMU SALENTINI. «Parlare del valore dell’informazione locale ai tempi di Internet è come lavorare ad un’operazione di sintesi tra il poco e il tutto, tra qualcosa che si muove dentro precisi limiti e qualcosa che ha una prospettiva tendenzialmente illimitata. Eppure non è difficile individuare precisi elementi di convergenza sinergica»: questo uno dei passaggi più significativi dell’intervento del consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Adelmo Gaetani, al primo Festival dell’informazione giornalistica locale svoltosi a Gallipoli a fine gennaio. Nato da una idea del direttore di “Piazzasalento”, Fernando D’Aprile, ha trovato sponda culturale e operativa nel direttore dei Caroli Hotels, Attilio Caroli Caputo. Quali sono queste “sinergie” a tratti impensabili tra giornali e Internet? «Ci piace considerare l’informazione locale (e ancor più il ragionamento è valido per quella iperlocale) – ha detto Gaetani – come quella più aderente alla verità sostanziale dei fatti e la più potenzialmente corretta nei confronti dell’opinione pubblica. Il motivo è semplice: il lettore non conosce o può non conoscere il fatto al centro di un servizio giornalistico, ma sa molto sul contesto in cui la storia è nata e si è svolta e questa situazione di favore consente di giudicare con cognizione di causa il contenuto dell’articolo e le sue ricadute. Il lettore di un giornale locale è un utente, ma anche un osservatore interessato, a volte un testimone diretto. Questo prezioso meccanismo di osmosi ha avuto un’imprevedibile accelerazione con Internet e soprattutto con l’irruzione sul mercato di massa del primo Smartphone, presentato il 9 gennaio 2007 da Steve Jobs. Da quel giorno sino ad oggi sono stati dieci anni di fuoco. Una scintilla che ha rivoluzionato il modo di vivere delle persone, le relazioni tra gli individui e gli stessi meccanismi dell’informazione, non più saldamente nelle mani dei giornalisti» (il testo completo dell’intervento del consigliere dell’Ordine a pag. 31, ndr).

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Da sinistra Enrico Muscetra e Gino Vallone

Da sinistra Enrico Muscetra e Gino Vallone

SIMU SALENTINI. La scomparsa di Gino Vallone, uomo gentile, sempre attento alle cose fatte bene, sensibile e partecipe al valore della cultura e dell’arte, mi rattrista e mi sconsola: se ne va, assieme alle serene e piacevoli serate che organizzavamo periodicamente nella mia casa, un’amicizia piacevole, discreta, insostituibile. Ho brindato per un ventennio con quei vini che amava creare e che con costanza generosa offriva in tutte le occasioni di mie mostre d’arte (spesso spedendoli anche all’estero). Cosa che faceva con la sensibilità e l’interesse disinteressato per il mio lavoro e con la gioia di donare una sua creazione allo scopo di rallegrare un’altra creazione. Il mio amico Gigi De Luca che ha diretto l’Istituto di culture mediterranee, in un suo scritto ha messo in luce il partecipe e continuo sostegno di don Gino Vallone indirizzato al valore della cultura e dell’arte, un sostegno a detrimento di qualsiasi interesse personale e nell’assenza totale di ogni spirito di sponsor. «Così fu – scrive De Luca – in occasione del lungo coinvolgimento nella rassegna Salento Negroamaro sin dalla sua fondazione nel 2001» D’altro canto è significativo, oltre ad essere raro, che i Vallone in passato si siano sbarazzati di alcuni istituti bancari per dedicarsi ai vitigni e alla nobile arte del vino.

Di Enrico Muscetra

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SIMU SALENTINI. Prende il via venerdì 27 gennaio, alle 18 presso l’8+ Hotel di Lecce, con la prima lezione dal titolo “Storia messapica e Salento” dello storico Aldo D’Antico, il primo Master di Storia e Cultura salentina. I successivi appuntamenti ogni venerdì sino al 17 marzo. Il master è promosso e organizzato dall’Ics (Istituto di cultura salentina) in collaborazione con Lion club “Codacci – Pisanelli” di Lecce, l’associazione Amici dell’ulivo secolare di Maglie, Laica di Lecce, l’associazione Ionia di Sannicola, Caffè letterario di Nardò, comitato “Un cordone per la vita”  e  Movimento culturale “Valori e rinnovamento” di Lecce, Fidapa di Gallipoli,  Donne insieme “Mina Venuti” e Giullari a corte di Collepasso. Hanno concesso il patrocinio all’iniziativa l’Ordine degli Agronomi di Lecce e la casa editrice ArgoMENTI. L’Istituto di cultura salentina è nato nello scorso anno con l’obiettivo di “mettere in rete le eccellenze e le risorse del bacino del grande Salento, troppo spesso non adeguatamente valorizzate, e di esportarle oltre i confini regionali e nazionali per una positiva ricaduta  in termini di  crescita e sviluppo locale” come  dichiarato dalla presidente Annalaura Giannelli.

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palazzo ferrari parabitaIl “Caffè in redazione” venerdì 24 sarà ospitato a Parabita. Dopo l’inaugurazione del tour di incontri ravvicinati a Melissano l’altro venerdì (sul giornale in uscita il resoconto con aneddoti e storie), dopodomani ci troviamo alla sede del “Laboratorio” di Aldo D’Antico a Palazzo Ferrari. Appuntamento dalle 16 in poi con chi voglia parlare da vicino del giornale, dell’informazione, dei rischi e delle bufale, dei problemi e delle soluzioni. E di qualsiasi altra cosa si voglia. Proprio come in un caffè.

SIMU SALENTINI. Il tenente borbonico giunto vicino al nascondiglio di Epaminonda Valentino non potè non notare che lo sguardo della moglie Rosa de Pace volgeva in continuazione verso il granaio, il luogo in cui il patriota, attraverso una stretta botola, si era calato per non farsi trovare, rifiutando la fuga. Sollevando quel lastrone, nel 1848 i gendarmi chiusero un capitolo di storia risorgimentale tutto aletino, quello in cui il casino di campagna Stracca, a poca distanza da Villa Picciotti, antico nome di Alezio, ospitò la latitanza del famoso carbonaro mazziniano di origini napoletane. Di lì a poco Valentino morì nelle carceri di Lecce durante il maxi-processo politico che portò davanti alla “Gran Corte Criminale di Terra d’Otranto” l’intellighenzia salentina, rea di “cospirazione avente per oggetto di cambiare la forma del Governo”. Sormontato da un fabbricato del 1600, ad immergere gli ospiti in un viaggio nel passato è il frantoio ipogeo del XIV secolo, in cui si possono trovare ancora tutti i segni di chi, di passaggio, cercava l'”acchiatura”, un tesoro forse fatto di frammenti di quella storia di lotta e resistenza che affascina ancora. «Una vicenda scoperta da noi per caso – affermano Simona Schirosi e Pompeo Demitri, che dal 2010 sono impegnati nel progetto di riqualificazione per farne una masseria didattica – in cui ci siamo imbattuti, con nostra sorpresa, mentre eravamo alla ricerca di documenti che ci raccontassero qualcosa in più sull’origine della struttura».

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...