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Gallipoli – Il 4 aprile le classi terze del liceo classico Quinto Ennio di Gallipoli si sono recate presso la redazione del giornale “Piazzasalento” per incontrare il direttore Fernando D’Aprile e due suoi collaboratori. Tanti sono stati gli argomenti affrontati dal giornalista in una piacevole chiacchierata in cui ha fatto riferimento ad episodi e situazioni vissuti in prima persona nel corso della sua carriera giornalistica. Ne sono scaturite affermazioni interessanti sul ruolo e sul metodo di lavoro del giornalista.
Inizialmente il direttore si è soffermato su come procurarsi le notizie per scrivere un articolo giornalistico in modo corretto. Innanzitutto dal momento che la lettura del giornale cartaceo da parte dei giovani è diminuita e soprattutto negli ultimi anni si preferisce informarsi sul web, bisogna prestare molta attenzione alle cosiddette fake news (false notizie). Oppure molto spesso i giornali di portata locale tendono ad inserire notizie associando loro un titolo di impatto che poi non corrisponde all’esatta realtà dei fatti per ottenere più click.
I tre giornalisti hanno inoltre spiegato ai ragazzi che, nonostante le notizie di cronaca nera interessino una fetta di popolazione maggiore, è per un giornale locale anche molto importante valorizzare attività ed eventi riguardanti la comunità.
“Il giornale locale è un servizio sociale”, afferma infatti il direttore Fernando D’Aprile, “che ha come obiettivo quello di avvicinare le persone, di favorire i rapporti umani”.

Durante gli ultimi minuti dell’incontro dedicati alle curiosità dei ragazzi, una domanda in particolare ha colpito il direttore. Quanto incide il lavoro del giornalista sulla vita privata? La risposta ha messo in evidenza il lato negativo di questo mestiere poiché un giornalista deve cercare di essere sempre il primo a cogliere la notizia e dunque ciò può rappresentare un limite per la vita privata.

Terze classi Liceo Classico – Gallipoli

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Correva l’anno 1986 e le radio italiane cantavano le note di Rosalino Cellamare, in arte Ron: “E’ l’Italia che va con le sue macchinine vrum vrum, sulle piccole autostrade bum, sotto cieli di cristallo blu, blu …”
È il ritornello che mi rimbalzava nella testa, mentre vedevo i tanti giovani (circa 10.000), come quelli rappresentati nella foto, in fila, per partecipare ai test di medicina per accedere all’immatricolazione. Quella folla, pardon, quei giovani hanno suscitato in me tanta tenerezza, alimentata sicuramente dal mio essere genitore, ma anche tanta speranza perché si tratta di giovani con tante potenzialità e pieni di un entusiasmo e passione non comune. 
Quel fiume umano, che scorreva lungo i rivoli della nuova fiera di Roma per accedere ai padiglioni in cui si sarebbe svolta la prova, disarmava; era necessario avere un gran rifornimento di passione, entusiasmo e speranza per non cedere alla tentazione di abbandonare. 
Ed invece quei giovani procedevano, guardavano avanti, vedevano oltre quella marea e cercavano di proiettarsi verso un futuro.

“È l’Italia che va”, mi ripetevo. 
Ma quale Italia!!!
Non è l’Italia che va, sono quei giovani che vanno! Vanno in cerca di un futuro. E ormai, sempre più frequentemente, vanno fuori dai confini nazionali, dove molti di loro troveranno risposte alle loro potenzialità, al loro genio, alla loro passione.
Quest’Italia, invece, non so dove stia andando!

Non mi sarei meravigliato se avessi visto 10.000 persone partecipare ad un concorso per circa 200 posti; e non mi sarei nemmeno meravigliato se avessi visto 10.000 medici concorrere per aspirare a 200 posti. 
Mi meraviglio invece nel vedere che viviamo in un Paese dove si selezionano 10.000 giovani per 200 posti di aspirante universitario, che di per se dovrebbe essere un diritto garantito ad ogni cittadino.
Lo reputo senz’altro un non-senso in un epoca in cui giornalmente ci ripetono che presto in Italia mancheranno medici; lo reputo un non-senso nel constatare che negli ospedali pubblici mancano medici. Lo reputo un non-senso se penso che in ogni professione, per ogni facoltà, per ogni scelta, sará comunque e sempre l’attitudine, la capacità e la genialità di ciascuno a fare la selezione; ed una volta immessoti nel mercato è il mercato stesso che ti selezionerà, scegliendoti o bocciandoti. 
Con la differenza che a quel punto ognuno avrà avuto la sua chance, la sua occasione che è e deve essere, o forse dovrebbe essere, un diritto di tutti.

Mi sono trovato a dialogare con un illustre amico, mio ex compagno di liceo – oggi, medico specializzato, con esperienza acquisita nelle migliori strutture sanitarie ed università europee, autore di numerose pubblicazioni su riviste internazionali, capitoli su volumi internazionali, autore di numerose relazioni e presentazioni orali a congressi nazionali e internazionali, attualmente Professore associato in una illustre Università Italiana – il quale mi rappresentava la sua contrarietà all’attuale sistema di accesso alla facoltà di Medicina e Chirurgia delle Università Italiane e mi diceva “probabilmente se 34 anni fa io e i nostri amici medici ci fossimo dovuti sottoporre all’attuale selezione di accesso, nessuno di noi avrebbe superato test del genere”, aggiungendo, “dispiace dover constatare che quello che è stato consentito a noi, alla mia generazione, cioè di giocare la nostra partita, non è consentito ai nostri figli che sono meglio e più svegli di come eravamo noi”.

E allora mi chiedo: Qui prodest? A chi giova questo sistema, se è vero, come è vero che molti dei nostri giovani vanno a studiare Medicina fuori, esportando finanza e genialità nelle altre nazioni Europee, peraltro, in molti casi, in Università gestite all’estero da quelle Italiane? E chi questa possibilità non può permettersela?
A chi giova? Giova, giova! 
Giova alla “meccanica”!!! Giova ai meccanismi del nostro sistema: le selezioni di ieri hanno fatto incassare, euro in più, euro in meno, 1 MILIONE E 200MILAEURO, per non parlare di tutto il resto del sistema che ci gira intorno: corsi di preparazione organizzati, durante l’anno, in giro per l’Italia da facoltà e scuole; aziende e società specializzate nell’organizzazione dei test, affitti di fiere, soggiorni, ecc ecc ecc.
Insomma, è l’Italia che va … o forse che non va.
Intanto, a tutti Voi giovani di buona speranza, il mio augurio che i vostri sogni possano vedere l’alba; ma sopratutto l’augurio che possiate essere il futuro di quest’Italia che, attualmente, ne è rimasta orfana.

Avv. Antonio Ermenegildo Renna (Vice Sindaco Comune di Alliste)

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In questa campagna elettorale, che sa di commedia dell’assurdo, siamo stati costretti a subire situazioni che fino a pochi anni fa sarebbero potute essere solo prodotti fantasiosi di cattivo gusto: Salvini acclamato a salvatore del sud; squallidi rigurgiti fascisti accolti come la nuova e strabiliante soluzione dei tanti problemi della nostra Italia; statisti di Voghera a gogo; politici d’acciaio, riciclabili all’infinito.

In questa macedonia dell’irrazionale c’è una vicenda che sembra possa mantenere vivo un barlume di speranza: quello che è stato definito il “popolo degli imprenditori”. A Verona, Confindustria ha organizzato un tavolo di lavoro alla cui fase finale hanno partecipato ben 7000 imprenditori che ha avuto come risultato la redazione di un business plan per l’Italia.

Sono proposte concrete, frutto di necessità impellenti che vengono pretese dalla classe politica.

Guardando i logori quadri di questa campagna elettorale, vissuta da tutti come la più pirotecnica, in quanto a promesse, e la più bugiarda, in quanto alla loro irrealizzabile entità, sono anche mancati momenti seri di discussioni o peggio ancora sono mancati addirittura tematiche serie su cui confrontarsi.

Ogni posizione diversa è stata estremizzata, compromettendo di fatto la possibilità di confronti. L’opinione pubblica è stata marginalizzata fino a diventare afona e del tutto assente.

In questa crepuscolare situazione, forse, un appello è da rivolgere proprio ai nostri imprenditori che scommettono quotidianamente del loro, che affidano il proprio destino, e quello dei propri dipendenti, sì alle proprie capacità e competenze, ma una parte di successo -non residuale tra l’altro-, dipende dal contesto territoriale in cui agiscono, dalle infrastrutture, dal sistema creditizio e proprio per questo hanno il sacrosanto diritto di esigere condizioni favorevoli.

Perché, allora, non emulare l’esperienza veronese del Popolo degli imprenditori? Perché non organizzare un’assise, da cui far uscire un business plan per il Salento, per la Puglia che deve essere l’unico canale di comunicazione consentito al mondo politico?

È pura minestra riscaldata la “visita in fabbrica” del politico di turno. È offensivo per le intelligenze di tutti continuare a credere che, sia il politico, sia l’imprenditore abbiano la reale speranza di trarre beneficio da queste visite pastorali.

Se i politici sentono così tanto il desiderio di incontrarvi, di visitare le vostre fabbriche, di indagare, addirittura, sulla privata vita dei singoli operari, cambiate il vostro modo di accoglierli, fatelo solo ed esclusivamente sottoponendo loro quel “business plan” che deve stillare concretezza, ancorarli a scelte e non più promesse.

Unitevi e fate fronte comune, sarebbe un gesto Politico, sociale e umano di una potenza dirompente e di straordinario impatto. Sarebbe l’unico gesto concreto e sensato di questa trita sfilata elettorale.

Si parla di una ripresa economica anche per il TAC; compattarsi ed esigere scelte forti potrebbe essere un segno di maturità imprenditoriale.

Potrebbe rappresentare il gesto della rinascita di un settore che dagli errori del proprio recente passato trae lezioni imprescindibili per operare, finalmente, quel salto di qualità che ci proietterà in una dimensione di maggiore autonomia e identità imprenditoriale. Potrebbe essere il presupposto per trasformare in variopinta e forte farfalla ciò che oggi è stato una timida e soggiogata crisalide.

Il resto della società civile sembra aver smarrito l’interesse a occuparsi in modo incisivo della cosa pubblica, creando un preoccupante vuoto sociale.

La speranza è che i vostri interessi, la vostra intraprendenza possano essere quella scintilla tale da riportare questa sommatoria di individui a ridiventare società, Popolo, recuperando il ruolo centrale dell’agire politico.

Marco Mazzeo – Casarano 

Diso – Anche le donne hanno fatto la storia, ma di fatto sono poco presenti sui libri di storia. Il motivo è che gli storici hanno privilegiato l’aspetto politico-istituzionale, sicché le donne,  che hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1946, sono state escluse dalla vita pubblica e politica e… dalle pagine dei manuali. Questa la situazione fino a qualche tempo fa, ora invece si registra un’inversione di tendenza perché  gli studiosi concordano che non si può parlare dei grandi eventi storici passando a piè pari sul contributo delle donne. Come nel caso della rilettura della Grande Guerra fatta da Salvatore Coppola attraverso il saggio “Pane!… Pace!, il grido di protesta delle donne salentine negli anni della Grande Guerra” edito da Giorgiani editore  nella collana Cultura e Storia della Società di Storia Patria di Lecce.

Donne del Nord e donne del Sud di fronte alla guerra. Il ruolo delle donne, in larga parte di quelle del Nord e del Centro Italia,  a partire dal 24 maggio del 1915, (data dell’ingresso in guerra dell’Italia) è stato evidenziato in quello che venne definito il “fronte interno”  in contrapposizione a quel “fronte di guerra” dei militari che vennero arruolati per difendere i confini della patria.  «Su una popolazione di 4,8 milioni di uomini che lavoravano in agricoltura, 2,6 furono richiamati alle armi – scrive lo storico Antonio Gibelli in La Grande guerra degli italiani 1915-1918“ (Bur Rizzoli). Sicché rimasero attivi nei campi solo 2,2 milioni di uomini sopra i 18 anni, più altri 1,2 milioni tra i 10 e i 18 anni, contro un totale di 6,2 milioni di donne superiori ai 10 anni. Inevitabile fu l’occupazione femminile di spazi già riservati agli uomini, e contemporaneamente lo straordinario aggravio di fatica e di responsabilità». Così le donne cominciarono a occupare spazi prevalentemente occupati dagli uomini nelle campagne, nelle fabbriche, si riunirono in associazioni solidali, si impegnarono a confezionare indumenti per l’esercito, organizzarono raccolte fondi, divennero crocerossine. La guerra fu quindi anche occasione di emancipazione, anche se si trattò di un’esperienza provvisoria: a guerra conclusa non ci fu più posto per operaie e impiegate e gli uomini si ripresero il posto lasciato vuoto per combattere al fronte. Ma in quella parentesi, in cui “indossarono i pantaloni”, si distinsero in efficienza, come puntualizza Alessandro Gualtieri, in “La grande guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno” (Mattioli 1885): «La guerra non è solo la prima linea: hanno combattuto a modo loro anche le donne rimaste al lavoro nei campi, talmente efficienti nello svolgere le loro mansioni che la produzione agricola non scese mai al di sotto del 90 per cento negli anni tra il 1915 e il 1918; o quelle che hanno sostituito gli uomini nei trasporti pubblici o negli uffici postali, dimostrando coi fatti quanto fosse falsa l’idea della inferiorità naturale della donna teorizzata da tanta cultura del tempo». E le donne nel Salento? L’ultimo libro di Salvatore Coppola illumina una zona d’ombra e dimostra come sia proprio fuori dalla storia  lo “stereotipo della donna meridionale, passiva e indifferente alle vicende sociali e politiche” (dall’introduzione di Giuseppe Caramuscio).

Per il pane e per la pace. Le donne salentine lottarono per il pane e la pace , manifestarono contro la penuria alimentare, contro il ritardato pagamento dei sussidi destinati alle famiglie dei richiamati, contro gli abusi nell’assegnazione delle tessere annonarie, contro la guerra reclamando il ritorno a casa dei loro mariti. Si  trattò di manifestazioni spontanee anche se i vertici politici e militari attribuivano la responsabilità delle proteste alla cosiddetta propaganda disfattista alimentata da socialisti e giolittiani. Manifestazioni di protesta massicce interessarono nel 1917 Lecce, Gallipoli, Galatone, Nardò dove la protesta fu contro i funzionari governativi che promuovevano la raccolta fondi per il prestito nazionale. Ma ci furono proteste anche in centri minori come Alezio, Aradeo, Arnesano, Carmiano, Corigliano, Cutrofiano, Felline, Maglie, Martano, Melissano, Muro Leccese, Neviano, Poggiardo, Presicce, Racale, Scorrano, Sogliano, Taviano, Tricase. Le contestazioni avevano una nota comune: accanto al grido  “vogliamo pane, siamo a digiuno noi e i nostri figli”, ci fu quello “abbasso la guerra”, “vogliamo i nostri mariti e congiunti e non il denaro”, “vogliamo la pace”. Le manifestazioni, la cui partecipazione era prevalentemente femminile, provocarono prima sorpresa nelle classi dirigenti, naturalmente maschili, e poi  “un forte senso di fastidio” perché il modello femminile  era quello di “riprodurre, starsene a casa , oziare”

I tumulti di Gallipoli, Galatone, Nardò, Presicce. Il 4 e 5 maggio del 1917 scoppiò quello che viene ricordato come il “tumulto di Gallipoli” , che da manifestazione per il pane divenne protesta contro la guerra. Furono arrestate cinque donne ritenute promotrici e rinviate a giudizio con l’accusa di “avere pubblicamente istigato le donne a fare una dimostrazione ostile alla guerra”. Si era diffusa la voce che stava per mancare il pane perciò le donne la mattina del 5 si radunarono nei pressi di piazza Mercato e cominciarono a gridare contro le autorità comunali che avevano deciso di spostare la vendita dalle panetterie all’ufficio di polizia municipale dove si doveva pagare in contanti. Il 6 e il 7 maggio a Galatone ci fu una manifestazione contro la guerra e la propaganda a favore del prestito nazionale che era sostenuta dall’onorevole Antonio De Viti De Marco. Seguirono altre proteste a Nardò, a Presicce dove 16 donne furono rinviate a giudizio ritenute responsabili del tumulto perché chiedevano che il grano venisse consegnato direttamente alle famiglie e non ai panificatori. Non mancarono le manifestazioni a favore della pace in ambito cattolico.  Si svolsero dappertutto processioni per la pace  raccogliendo l’invito di Benedetto XV che aveva invitato a pregare per la fine del “tremendo flagello”.

Andando a spasso con il mio nipotino di sei anni, mi sono avvicinata alla piazzetta della stazione, cercavo di fargli visitare il Monumento ai caduti e spiegargli il suo significato.

Ho avuto vergogna quando il bambino, vedendo l’acqua della fontana sporca e maleodorante, ha osservato:” Nonna, dove mi hai portato? Qui è tutto sporco e puzzolente!”

Non ho saputo trovare le parole adatte che giustificassero lo stato del posto e la dimenticanza di quanti hanno perso la vita per onorare la Patria.

Come possiamo insegnare il rispetto e l’amore per il nostro passato quando calpestiamo il ricordo di chi ha difeso e combattuto per i nostri valori?

Si dice che i giovani non avviano valori; a me sembra che siano proprio le istituzioni ad averli cancellati così distratti dal contingente e dall’apparire.

Sono amareggiata per le condizioni generali in cui versa Gallipoli dove da diversi anni è cresciuta l’arroganza e la forza del dio-denaro (unico valore).

Mille manifesti autocelebrativi si smentiscono di fronte ad una amarissima realtà

Gallipoli – Giuseppina Montuori

Caro Direttore,
la presente lettera è doverosa per due motivi:
da una parte per rendere omaggio al servizio dialisi del Presidio Ospedaliero di Gallipoli, dove mio suocero ha dializzato per pochi mesi prima di morire e che a noi, come familiari, è sembrato d’eccellenza. E dall’altra, senza voler accusare o denunciare qualcuno, per cercare in qualche modo di segnalare, per migliorare, i comportamenti di alcune figure professionali. Mio suocero è morto il 6 settembre u.s. ed ha dializzato a Gallipoli, dove il personale tutto, dai tecnici, infermieri e i medici, hanno dimostrato, verso una persona sofferente,  tanta comprensione, disponibilità infinita e umanità, che oggi non è poco per familiari e pazienti.

Da questo ne è scaturito un encomio scritto,  ufficiale, con targhetta in pergamena, che abbiamo consegnato ai bravi medici del servizio di dialisi.

Ma purtroppo in questa mia si rende doveroso evidenziare come nel nostro peregrinare nei vari reparti della provincia, abbiamo incontrato non poche difficoltà e disservizi dovuti ai tagli ed accorpamenti di ospedali, che una politica reg.le, bieca e malvagia, sta praticando contro il diritto alla salute delle nostre popolazioni. Per non dire di comportamenti personali, di alcuni sanitari, che spesso esulano dalle inefficienze strutturali, e che vanno ricondotte solo ad atteggiamenti individuali, di alcuni. Come quei medici che per tre volte avevano dimesso mio suocero, e poi fatto rimanere in reparto perché litigiosi tra di loro, non riuscivano a mettersi d’accordo sulle condizioni effettive del paziente. Oppure potrei dire di quel primario che ha sempre negato il nostro familiare avesse contratto in dialisi (non a Gallipoli ovvio) epatite C e poi gravemente ammalato.

Ma qui sarà la magistratura a stabilire verità e giustizia.   

O ancora di quel medico, in un altro reparto, che si è dimostrato verso mio suocero che soffriva, burbero e scontroso. Spesso il servizio dialisi, e noi stessi come familiari, abbiamo chiesto quando stava male il nostro congiunto se fosse possibile praticare una paracentesi per alleviare,  anche se momentaneamente, quel corpo sofferente. E c’era chi accampava pretesti. Alle volte rivolgere un sorriso o una parola di conforto per un paziente che sta male, è come attenuare un dolore fisico. Dico solo questo ai medici e, non solo medici anche miei colleghi infermieri, a chi non riesce a comprendere le sofferenze degli altri: in un ospedale, molti anni fa, c’erano alcuni baroni che dispensavano sorrisi e riservavano stanze solo a chi, pazienti e familiari, si dimostrava “generoso” con loro, con cibi piacevolmente freschi.

La saluto cordialmente, direttore.

Maurizio Maccagnano – Galatone

Gentile Redazione Le mando questo mio semplice scritto, veda se ritiene utile pubblicarlo, grazie.

Tasse e servizi.

Pagare le tasse è un dovere per tutti i cittadini, è anche un bel modo civile per avere dei servizi.

Come dovremmo sapere tutti le tasse che i cittadini pagano, servono per avere tanti servizi e possibilmente ben funzionanti ed efficienti.

A livello locale, scuole, asili nido, manutenzione delle strade, acquedotti, fognature, centri sociali per anziani, case di riposo e molti altri servizi.

A livello nazionale, esercito militare, forze per la pubblica sicurezza, servizio sanitario nazionale, istruzione e formazione, università, trasporti, infrastrutture sul territorio nazionale, protezione civile, ambiente, salute e tantissimi altri servizi.

Se tutti pagassero il dovuto, si pagherebbe di meno tutti e si avrebbero più risorse per avere servizi migliori.

Cari giornalisti e mezzi d’informazione vi chiedo, fate più informazione, formazione, con più trasparenza e obiettività.

Vi chiedo anche perché non dite che chi evade il fisco, chi porta i soldi all’estero, quelli che fanno il lavoro nero, i corrotti, il mal affare, i mafiosi, perché non dite che tutti questi che fanno cose illegali, godono dei servizi che pagano con le tasse i tanti cittadini onesti.

Perché non dite che questi disonesti se vogliono godere dei servizi pubblici, se li dovrebbero pagare.

Cari giornali e tutti mezzi d’informazione, uscite dal generico e delle discussioni inutili, entrate in merito al dovere delle tasse, che vanno pagate, fate chiarezza trasparente, limpida, servirebbe per far crescere la  coscienza e consapevolezza nei cittadini del bene comune, che è un nobile dovere civile e sociale pagare il dovuto.

E ne trarrebbero vantaggio tutti i cittadini, il paese e tutta la società.

Francesco Lena  – Cenate Sopra ( Bergamo)

Gentile direttore,

ho molto apprezzato l’inchiesta su Gallipoli fatta da Piazza Salento.

Da salentino a Roma credo che il giornalismo locale abbia funzioni e responsabilità non inferiori a quelle della classe politica sulla costruzione del dibattito pubblico e sulla crescita culturale del territorio. C’è bisogno di coraggio e verità.

Anche per questo ho pensato di citare una parte dell’inchiesta in un articolo a mia firma su Tap per Strade, una testata nazionale da sempre impegnata in battaglie contro l’irrazionalità e per l’innovazione (link qui: http://stradeonline.it/innovazione-e-mercato/3040-tap-per-fortuna-cresce-il-salento-ancora-no)

Un cordiale saluto e buon lavoro,

Michele De Vitis – Roma

Non bastano due giorni di tramontana di fine agosto a cacciar via l’estate. Già si parla di una settima ondata di caldo intenso fuori dalle medie stagionali. Prevista ancora afa e quindi aria condizionata a go-go. D’altronte , così è l’estate, guai a dirne male.  “Ci dice male de la state, dice male de mammasa” e ancora “Ci dice male de la state, ulìa mpicatu” così ammoniscono gli antichi modi di dire.  In fondo “Ddo fiate a ll’annu, nu vvene la state”, meglio, quindi, godercela, quando c’è con tutte le sue caratteristiche, afa e siccità comprese. Anzi, “Pregamu lu Petreternu, la state cu èggia state, e lu jernu cu èggia jernu” perché “Se lu jernu nu jerniscia, la state nu statiscia”. Inutile accanirsi dietro le previsioni meteo facendone oggetto di continue dissertazioni, da quello che si ricava dalla saggezza popolare in estate le cose devono andare prorprio come vanno. Se è agosto, ci deve essere sole e tanto caldo e non bisogna lasciarsi ingannare da qualche nuvola passeggera: “Nule de state e sserenu de jernu, nu ffare ffidamentu”.  Non sempre l’acqua, che viene spesso invocata,  è una benedizione. Tutt’altro: “ Acqua de state la piscia lu diaulu” e “Acqua de state, pisciazza de Lucifero” e quindi  beato chi la sopporta: “Acqua  de state, jata a cci la pate”

In conclusione, l’estate è una bella stagione, perché anche chi è in difficoltà riesce a vivere dignitosamente, accontentandosi di poco e in buona salute:“La state è la mamma de li puareddi” perché “La state fannu latte puru li ceddi”.  Non manca l’esortazione ai contadini a continuare a impegnarsi nei lavori dei campi e a programmare l’attività dei mesi successivi perché  “Ci dorme la state, disciuna lu jernu”. Esortazione fatta propria dalle operose massaie impegnate nel sole estivo a seccare  pomodori, zucchine e peperoni per gustosissimi piatti nelle giornate fredde d’inverno.

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Patience Gray e Norman Mommens a Spigolizzi

Patience Gray e Norman Mommens a Spigolizzi

SIMU SALENTINI. Nell’anniversario dei cento anni della nascita di Patience Gray, è uscita la biografia di questa donna straordinaria: “Fasting e feasting, the Life of visionary food writer Patience Gray”, scritta dal giornalista statunitense Adam Federman. Il volume, pubblicato dalla Chelsea green publishing, è stato presentato a Londra il 3 luglio. All’inizio degli anni settanta, Patience Gray, scrittrice, giornalista e artista inglese, e il suo compagno, lo scultore di origine fiamminga Norman Mommens, si stabilirono sulla serra di Spigolizzi, nelle campagne di Salve, in una masseria del XVIII secolo, in stato di abbandono da diversi anni. La resero abitabile, ma non vollero mai la corrente elettrica. L’illuminazione era fornita dalle lampade Aladdin a petrolio o dalle candele. Solo anni dopo, un amico tedesco installò sul tetto due pannelli solari, che fornivano sufficiente energia per due lampadine a basso consumo, una nello studio di Patience e una nella cantina, dove conservavano un vino glorioso che producevano con l’aiuto di un gruppo di amici. A Spigolizzi, per oltre trent’anni, i giorni furono scanditi dal ticchettio della Olivetti Lettera 22 di Patience e dal tintinnio del martello e dello scalpello di Norman, ma anche dai ritmi imposti dal lavoro nel campo antistante la masseria, dominato dalla statua del “Gran pazzo” eretta sul perimetro dell’antica aia circolare. Qui, Patience ha portato a compimento Honey from a Weed, Fasting and Feasting in Tuscany, Catalonia, The Cyclades and Apulia (Prospect Books, Londra 1986), un libro di cucina e cultura culinaria mediterranea unico nel suo genere. L’opera, che ebbe un notevole successo e lusinghiere recensioni, e che continua a essere ristampata, ha avuto una gestazione di quasi vent’anni. Nel corso di lunghe peregrinazioni tra Carrara, la Catalogna e la Grecia, al seguito della “insaziabile fame di pietra” del compagno scultore, Patience aveva raccolto un numero impressionante di ricette, dalla viva voce di massaie, contadini e cuochi delle locali trattorie, confluite in quello che è universalmente considerato un capolavoro. Norman morì l’8 febbraio del 2000, Patience lo seguì cinque anni dopo, il 10 marzo 2005. Ambedue riposano nel cimitero di Salve. Adam Federman ha trascorso due mesi a Spigolizzi, ospite di Nicolas Gray, figlio di Patience, e di sua moglie Maggie Armstrong, che dopo la morte di Norman e Patience si sono stabiliti a loro volta alla masseria. Ha avuto la possibilità di consultare anche il copioso carteggio lasciato dalla scrittrice, centinaia di lettere scambiate con amici, famigliari, editori, scrittori, giornalisti e artisti di mezzo mondo. Recensendo il volume, William Boyd, autore di “Una dolce carezza” e “Ogni cuore umano”, parla di “un libro illuminante su una donna straordinaria, cuoca e scrittrice. La vita intensa Patience Gray sembra aderire perfettamente alle sue idee visionarie e rivoluzionarie sul cibo, la cucina e il mangiare. Dovrebbe essere considerata una figura totemica dell’arte culinaria del nostro tempo.” Federman ha anche intervistato molti di coloro che l’hanno conosciuta, qui nel Salento e altrove, delineando il ritratto di una donna affascinante, intelligente e versatile.

luigi mariano con neri marcoreSIMU SALENTINI. A quasi un anno dalla sua pubblicazione e dopo il “Premio Lunezia doc” 2016 ritirato a luglio a Marina di Carrara, “Canzoni all’angolo” (Esordisco/Audioglobe), il secondo cd del cantautore di Galatone Luigi Mariano, riceve un secondo, inaspettato, riconoscimento: il Premio Civilia “Zingari felici”, giunto quest’anno alla sua seconda edizione. Di fatto, il premio conferito al miglior album di un artista salentino 2016. Nella prima edizione la targa era andata a Carolina Bubbico con il suo “Una donna”. L’associazione Civilia, molto attiva nel valorizzare la canzone d’autore a partire dagli artisti del territorio, ha ideato da un po’ di tempo il Premio Civilia, all’interno del quale nasce (l’anno scorso, appunto), il Premio “Zingari felici” riservato ai dischi.

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Il museo civico di Alezio

Il museo civico di Alezio

SIMU SALENTINI. Tarallini per tutti i gusti: all’olio d’oliva, al peperoncino, al pepe, al finocchio. Sono diventati, dopo le friselle, il prodotto da forno più radicato nei gusti dei salentini esportati nel mondo. Raccontano una storia antichissima e poco conosciuta: negli scavi archeologici del santuario messapico di Demetra a Oria, risalenti al VI sec. a.C., sono stati trovati tarallini bruciati offerti alla dea. Un elemento in più per conoscere i Messapi di cui troviamo traccia, tra gli altri centri, anche a Nardò, Alezio, Ugento, Vereto. Ma i tarallini costituiscono solo una parte del menu della “Tavola dei Messapi, itinerari di archeologia, cultura e sapori nel Salento” una guida pubblicata dall’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili con la consulenza scientifica dell’Università del Salento in collaborazione con gli Istituti alberghieri per il Turismo e agrari della provincia di Lecce.

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SIMU SALENTINI. Un tavolo, con tanto di caffè e pasticcini, non riuscirebbe a contenerle tutte le associazioni di Alezio. L’ultimo – affollato – “caffè” itinerante, ospitato nella sede della Pro loco lo scorso 19 maggio, ne è stata la prova. Se poi il tavolo è “tecnico”, per cercare di far dialogare i diversi volti della comunità e costruire un ventaglio di iniziative per tutti, omogeneo e armonico, le difficoltà non mancano. Ma ciò che prevale è la voglia di esserci, scambiare un poco del proprio “saper fare”, per se stessi e per gli altri. È un po’ lo spirito “aggregatore” della Pro loco, sempre a ricalcare un percorso di tradizioni, lasciando spazio però anche alla “contaminazione”: «Ma la promozione del territorio – spiega la presidente Tina Levantaci – passa anche da integrazione e accoglienza. Con questo spirito ci prepariamo alla nostra se- rata “Itaca”, il prossimo 25 giugno. Seguirà poi la rievocazione storica del corteo murattiano, il 23 luglio e la serata Alixias con il premio Luci d’autore il 20 agosto».

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bluesalentoSIMU SALENTINI. Se da un lato il progetto Bluesalento si contrappone agli stilemi anglosassoni producendo musica contemporanea non allineata alle suggestioni mediterranee, dall’altro sembra non tradire il senso che si evince già dal nome. L’adozione della lingua salentina come dimensione unica della parola e del verso e l’utilizzo di sonorità al confine fra Mediterraneo orientale e suggestioni euro-folk possono essere infatti considerati un gesto di riappropriazione identitaria che nulla ha da invidiare alla nascita e diffusione del blues nella Cotton Belt.

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SIMU SALENTINI. Non si poteva non parlare di turisti, vacanze e soldi nel “Caffè in redazione” del 5 maggio a Gallipoli. Di andamento stagionale (in calo? Costante?), di attività clandestine (in nero, in tutto o in parte), di periodi da allungare e con quali richiami, delle vicende giudiziarie collegate al Parco Gondar e dei rischi per l’economia indotta dal parco dell’intrattenimento soprattutto in agosto. E del centro storico che chiude praticamente per lunghi mesi dall’autunno ad inizio primavera, nonostante le occasioni anche di carattere religioso (i riti della Passione).

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caffe in redazione alezioIl “Caffè in redazione” venerdì 18 sarà ospitato ad Alezio. Dopo gli appuntamenti a Melissano, Parabita, Galatone, Casarano, Racale, Taviano e Gallipoli (sul giornale in uscita il resoconto con aneddoti e storie), domani ci troveremo in via Municipio 5, presso la Pro loco. Appuntamento dalle 16 in poi con chi voglia parlare da vicino del giornale, dell’informazione, dei rischi e delle bufale, dei problemi e delle soluzioni. E di qualsiasi altra cosa si voglia. Proprio come in un caffè.

caffe gallipoliIl “Caffè in redazione” venerdì 5 sarà ospitato a Gallipoli. Dopo gli appuntamenti a Melissano, Parabita, Galatone, Casarano, Racale e Taviano (sul giornale in uscita il resoconto con aneddoti e storie), domani ci troveremo in via Sigismondo Castromediano 4, presso la nostra redazione. Appuntamento dalle 15.30 in poi con chi voglia parlare da vicino del giornale, dell’informazione, dei rischi e delle bufale, dei problemi e delle soluzioni. E di qualsiasi altra cosa si voglia. Proprio come in un caffè.

SIMU SALENTINI. Un “Caffè in redazione” pieno di amici e conoscenti di provenienza diversa ma con tante cose da dire quello svolto a Taviano il 21 aprile, nella sede dell’associazione Vittorio Bachelet” in odore di festeggiamenti per il 25mo compleanno. A cominciare da chi è stato chiamato subito in causa per caso o per notorietà o per chiara curiosità: capire il senso di questi incontri e magari dire la propria. Il Salento eletto a patria adottiva dopo anni di palazzetti dello sport tra Casarano, Alessano, Squinzano, Presicce, ora Taviano: il “Caffè” è partito infatti da Andrea Battilotti e Marco Lotito, giallorossi della Pag Edilcentro Volley. Incuriositi anche loro dalla lunga galleria di manifesti e ritagli che testimoniano 25 anni di attività culturale e ricreativa ad ampio raggio a cura della “Bachelet”, i due atleti hanno parlato del bel presente al profumo di promozione ed anche del loro personale futuro prossimo (ne riferiamo sopra). Con il vicepresidente della società sportiva Donato Bruno, il passo è stato breve verso il tema che preoccupa chi fa sport competitivo ad un certo livello: gli impianti. Riferendosi alla precedente storica esperienza, Bruno ha ricordato che si andava a Lecce per giocare gli incontri di Coppa Italia della serie A. Facile prevedere che potrebbe riproporsi il problema della capienza del Palasport e delle altrettanto probabili deroghe da parte della federazione pallavolistica, non si sa fino a quando. Riprendere e rilanciare le strutture, magari riconvertire un impianto preparandolo per più discipline. Partendo da qui il pensiero è andato al campo sportivo e alla tristemente famosa pista di atletica. la cui storia (finora triste) è stata ripercorsa da Francesco Longo, ex Sindaco e tecnico comunale a Casarano. Nonchè responsabile dell’associazione regionale di categoria. «Riconvertendo vecchie strutture e rendendole multidisciplinari, realizzeremmo anche risparmio di suolo”, ha detto Bruno, che da imprenditore ha volto lo sguardo anche ad altre lacune strutturali, come centri per congressi, contenitori per concerti al coperto. Quindi il tema dei temi: come arrivare qui e come muoversi.

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Icaffe tavianol “Caffè in redazione” venerdì 21 sarà ospitato a Taviano. Dopo gli appuntamenti a Melissano, Parabita, Galatone, Casarano e Racale, venerdì ci troveremo in via Immacolata 16 presso l’Associazione “Vittorio Bachelet”. Appuntamento dalle 15.30 in poi con chi voglia parlare da vicino del giornale, dell’informazione, dei rischi e delle bufale, dei problemi e delle soluzioni. E di qualsiasi altra cosa si voglia. Proprio come in un caffè.

 

SIMU SALENTINI. Il periodo pasquale ci richiama alcune immagini che ne sintetizzano l’essenza: uovo, agnello, colomba, i più frequenti. Diventano oggetto di desiderio nelle ricche vetrine delle pasticcerie e nei menù tradizionali, solo che ai più risulta sempre più difficile risalire al significato di questa “foresta di simboli” da cui siamo circondati proprio in questo periodo. Sempre più arduo, infatti, non solo cogliere le segrete corrispondenze del simbolo, ma anche semplicemente il sottile filo che lega il contenuto e la sua rappresentazione visiva. I simboli, come i segni, sono “qualcosa che sta per qualcos’altro”, che risulta, però, ampliato e polisemico. Colpisce l’immaginario prima dei bambini, la figura dell’uovo, con la sorpresa più o meno importante a seconda della grandezza, che catalizza l’attenzione più del gusto della cioccolata. Quando c’erano poche risorse e più fantasia, i bambini dipingevano con colori brillanti le uova sode che disponevano nei cestini e che venivano usate come segnaposto nel pranzo di Pasqua. L’uovo è un chiaro riferimento alla fertilità non legato immediatamente (e secondo alcuni in nessun modo) all’evento della Resurrezione di Cristo. Alla base di numerose cosmogonie, lo troviamo nell’antico Egitto, è ritenuto dappertutto il simbolo della primavera; col cristianesimo diventò la figura della tomba di pietra da cui Cristo resuscitò. Nessuna presenza di uova nella Pasqua ebraica né nella festa degli Azzimi. Troviamo le uova sode nella tradizionale cuddura salentina, nelle pupe e nei cadduzzi. Nella cuddura il numero delle uova doveva essere dispari (ritenuto portafortuna); veniva regalata dal fidanzato alla promessa sposa o alla suocera.

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Abbiamo scritto ieri pomeriggio un articolo con una tempestività – confessiamo - non voluta considerato quanto si sarebbe sprigionato da lì a poche ore...