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Torre San Giovanni (Ugento) – Cani in spiaggia sì o no? L’accesso al litorale da parte degli amici a 4 zampe è da tempo oggetto di discordia e a chi si trova nella condizione di partire per le vacanze con il proprio animale domestico sarà capitato di dover fare i conti con la normativa in materia, che prevede sanzioni dai 25 ai 500 euro per chi porta i cani al mare. A riassumere quello che è probabilmente il sentire di molti, riportiamo una mail giunta alla nostra redazione e indirizzata al sindaco di Ugento Massimo Lecci:

Buongiorno caro sindaco di Ugento, 
con la presente esprimo tutto il mio dissenso in merito alla vostra ordinanza che vieta l’ingresso di animali sulle spiagge. 
Il cane, come il gatto ed altri animali d’affezione, sono ritenuti dalla Corte Costituzionale parte integrante della famiglia. Quindi se il sottoscritto, o qualsiasi cittadino, desidererà recarsi in vacanza o anche a fare una semplice passeggiata in riva al mare, ciò non sarà possibile: scandaloso e retrogrado. Lei sa benissimo che gli animali sono esseri viventi senzienti dotati di sensibilità ed accortezze uniche non paragonabili al miglior essere umano. E se non lo sapesse la invito ad informarsi meglio. Le spiagge si sporcano per colpa di altri gravi motivi non legati ai bisogni fisiologici di un tenero ed innocuo cane. E se lei pensa che tale restrizione amministrativa sia motivata da misure di sicurezza, allora sarebbe il caso che studiasse personalmente, o chi per lei, documentazioni e testimonianze autorevoli che determinano la non pericolosità verso le persone. 
Detto questo, se queste poche parole non sono servite a convincerla nell’eliminare l’ignobile divieto, la invito formalmente a contattare le numerose associazioni animaliste che potranno delucidarla al meglio. Sono sempre di più infatti le persone sensibili alla tutela e salvaguardia animale, e la sua amministrazione in questo resta molto indietro, dimostrando scarsa cura ed attenzione nei riguardi di chi si sforza ogni giorno nel diffondere maggiore cultura ed etica. Gli animali hanno bisogno di maggiori tutele, il futuro è a disposizione di tutti gli esseri viventi. 
Resto in attesa, comunicandole quanto segue: né io o altri miei amici, parenti e conoscenti, si recheranno nella vostra località turistica per trascorrere le vacanze o anche semplicemente di passaggio. Finché sarà in vigore l’ordinanza, la nostra pubblicità sarà assolutamente pessima.

Nulla di personale. I miei più sinceri auguri di buon lavoro e buone vacanze.

Roberto Contestabile

La replica del sindaco – Il sindaco Lecci ribatte riportando il tutto alla sfera di competenza, che è regionale e non comunale: “L’ordinanza che vieta l’accesso dei cani in spiaggia è un’ordinanza (la n. 270 del 2017) che arriva dalla Regione Puglia, non dal Comune. Per questo motivo, il Comune di Ugento – come tutti i Comuni rivieraschi – ha l’obbligo di applicarla, senza poter intervenire nel merito”.

Torre San Giovanni (Ugento) – Riceviamo e pubblichiamo una mail di protesta in riferimento alla festa della Madonna dell’Aiuto svoltasi lo scorso 11 e 12 agosto a Torre San Giovanni:

Caro Direttore, 

Intendo ringraziare gli organizzatori della festa patronale di Torre San Giovanni i quali, la sera del 12 agosto, hanno posticipato all’1,30 i fuochi d’artificio inizialmente previsti per le 23,30. Provocando le giuste rimostranze di chi ha atteso con il naso all’insù fino a tarda notte. È stato come attendere invano il treno in stazione per ben due ore. Molti, tra cui il sottoscritto, vi ha dovuto rinunciare. Si è dato in tal modo, a migliaia di turisti e locali, prova di inefficienza, disorganizzazione e scarsa sensibilità nei confronti del pubblico. 

Alberto De Lorenzis – Roma 

Santa Maria di Leuca (Castrignano del Capo) – La violenza domestica è da tempo un’emergenza e il Capo di Leuca non è quell’isola felice veicolata dal modello de “lu sule, lu mare e lu ientu”. Il Salento è anche violento. A questo spinoso problema è dedicata la serata di sabato 21 luglio a Santa Maria di Leuca. Un incontro di riflessione e confronto a partire dai potenti stimoli dell’ultimo libro dell’antropologo e scrittore Federico Bonadonna: “Hostia. L’innocenza del male”.

Ormai non passa giorno che non si senta parlare di violenza e abusi, quasi sempre sui più deboli (bambini, donne, anziani) e quasi sempre proprio in quegli spazi che per definizione dovrebbero rappresentare i luoghi in cui trovare riparo e protezione. Ciò dovrebbe portare tutti a riflettere su una possibile nuova visione politica, sociale e culturale delle strategie da attuare. Una sfida che richiede un cambio di rotta dei nostri modelli culturali, delle rappresentazioni, linguaggi, abitudini, del modo di stare nel mondo e relazionarsi. In un contesto ancora fortemente maschilista e discriminatore, che oltre a far male ai più deboli fa anche male a tutta la società, considerare la violenza come un fatto non normale, non socialmente accettabile, non più come un momento privato in cui è sempre meglio “non mettere il dito”, sarà il filo conduttore della serata.

“Hostia” è un testo complesso che accompagna il lettore nell’intimo di una storia di abusi, evitando però di cadere nella tentazione di giudicare, missione sempre più difficile soprattutto quando la violenza è compiuta sui minori. Partendo dalla storia di Emma, una bambina di sette anni vittima di abusi, il giovane Martino, psicologo del servizio sociale del litorale ostiense, scenderà sino all’inferno per salvare la piccola e scoprire cosa nasconde il suo comportamento e, soprattutto, per far luce sul perchè una potente politica impedisce che la minore sia data in affidamento. Per farlo dovrà intraprendere anche lui un viaggio nel suo passato, che riporterà alla memoria un abuso mai rivelato. In apparenza sembrerebbero due situazioni incomparabili. Due storie appartenenti a vissuti e ambienti sociali diversi.

Invece la violenza materiale, figlia del disagio sociale, in cui è cresciuta Emma procede appaiata con quella psicologica ed emotiva, propria di ambienti colti e meno disagiati, di cui è stato vittima Martino. L’abilità di Bonadonna è stata quella di raccontare una storia durissima con la competenza di chi, con l’esperienza maturata negli anni, non parla a casaccio. Attraverso una narrazione complessa ma leggera, scevra dai cedimenti agli orrori e da giudizi, rimette un’immagine umana dei carnefici. Anche dietro i carnefici si nascondono vittime a loro volta quasi sempre abusate, che devono misurarsi per tutta la vita con quelle ferite profonde. Qualcuno ce la fa, qualcuno, come i genitori di Emma, soccombe. Qualcuno resta a metà. Perchè? Come una storia di disperazione può trasformarsi in veicolo di speranza?

(di Giovanni Monteduro, sociologo)

Gallipoli – Uscirà l’1 agosto il nuovo libro di Beppe Lopez, “Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie”. Si tratta di un vero e proprio evento perché il lavoro di Lopez, che si è protratto per alcuni anni, ricostruisce, intrecciando il registro narrativo a quello della cronaca, del documento e del saggio, la vita di Salvatore  che non può essere sintetizzata in un solo aggettivo. Fu, infatti, miserabile e fortunata, tragica e baciata per un certo periodo dal successo, sempre solitaria e disperata, segnata dal femminicidio della sua amante per cui conobbe il carcere. Nel ricordo di tanti rimane, comunque,  il cantore degli ultimi, dei braccianti, la massima espressione della cultura e della musica popolare.

 

Una vita tragica e spericolata Era nato ad Apricena nel 1925  da una famiglia poverissima, colpita anche dal lutto di una figlia morta a quattro anni per denutrizione.  Infanzia disperata ai limiti della sopravvivenza. Fu un vecchio maestro cieco, suonatore di violino, mandolino e chitarra a insegnargli a suonare, competenza che lo aiutò a sbarcare il lunario una volta arrivato a Roma dove cantava canzoni napoletane nell’osteria di “Giggetto er Pescatore”. Qui lo notò il regista Giuseppe De Santis che contribuì a dargli consapevolezza del patrimonio di cultura popolare che Salvatore teneva in sé e coltivava. Lo aveva, infatti, invitato a raccogliere canti popolari per un film; non li trovò, nonostante fosse andato di osteria in osteria a parlare con gli anziani, però la cultura popolare era dentro di sé e scrisse canzoni che disse di aver recuperato dalla tradizione orale della sua terra. La sua vita sentimentale e familiare non fu priva di vicende dolorose, a iniziare dalla morte della prima moglie, Antonietta,  morta appena dopo un anno dal matrimonio. Dalle seconde nozze con una ragazza di Benevento ebbe tre figli. L’amore con la sua partner, Adriana Doriani, finì tragicamente: nel 1973, infatti, quando aveva raggiunto il successo, fu accusato di femminicidio; condannato subì il carcere per quattro anni. Con Claudio Villa condivise più volte il palcoscenico, anche all’estero. A periodi di successo e di prosperità economica (il soggiorno in Canada) si altenavano quelli di estrema miseria (visse in una baracca) fino alla morte il 27 agosto del 2005.

 

Scoperto e amato da Calvino, Giovanna Marini, Pino Daniele, Dalla…  Nel 1972  “Le quattro stagioni del Gargano”, un cofanetto di quattro lp con cinquanta canzoni,  confermò  il giudizio di tanti che lo consideravano il padre del fenomeno folk.  Per  Italo Calvino “Matteo è l’ unica fonte di cultura popolare, in Italia e nel mondo, nel suo genere: le sue parole dobbiamo ancora inventarle!”; per Giovanna Marini “Matteo è un profeta, come Omero. Il complesso delle sue poesie cantate dovrebbe diventare materia di studio per i bambini delle scuole”; per Lucio Dalla “Se l’Italia ha avuto un suo Bob Dylan, è stato Matteo…”; per Pino Daniele  Matteo “è il più grosso fenomeno musicale italiano, potrebbe rappresentare la nostra musica nel mondo”. Su di lui furono realizzati spettacoli teatrali  e film sulla sua vita (nel 1974 e nel 1993, in Francia  l’Lp “Chants de mendiants en Italie”, ad opera di Harmonia Mundi e il film Il Cantastorie, della regista Anne Alix). Il più recente cultore di Matteo Salvatore è Vinicio Capossela che nei concerti ne parla frequentemente, canta le sue composizioni e ne ha inserite otto nell’ultimo Cd.

Il libro di Lopez, edito dalla Compagnia editoriale Aliberti,  è tutto questo e tanto altro rimasto finora segreto. Di Matteo Salvatore “non esisteva sinora una ricostruzione organica (e critica) della sua vita e in particolare del “mistero” rappresentato dal suo straordinario repertorio, oltre che dei segreti e delle bugie che lo stesso Salvatore seminò su di esso, sulla sua biografia e sulla tragica fine della sua compagna”. Il libro di  Beppe Lopez – direttore del neonato “Quotidiano di Lecce Brindisi e Taranto” nel ’79 e per alcuni anni – che ha avuto accesso agli atti giudiziari, testimonianze e perizie, fa luce sulla vita di Lopez e sulle radici della sua produzione “documentando la vera origine del suo repertorio più celebrato” ribaltando il giudizio degli storici e dei critici. Facendo luce sulla vita e sulla produzione di Salvatore, Beppe Lopez contribuisce a far conoscere e apprezzare la cultura e la poesia popolare.

 

 

 

 

 

Sannicola – Strettamente legate alla storia del ben più noto monastero di San Mauro, ubicato a nord di Gallipoli, lungo la serra dell’Altolido, sono le vicende della vicina chiesa monastica di San Salvatore, situata su un pianoro che costeggia la serra già citata, nei pressi della zona industriale della cittadina ionica, in un sito che probabilmente costituiva, in epoca medievale, un importante snodo viario locale. Dell’antico nucleo monastico sopravvive oggi solo l’edificio della chiesa abbaziale, inglobato in un complesso masserizio tardo-cinquecentesco di proprietà privata, che attualmente versa, purtroppo, in uno stato di conservazione assai precario.

L’edificio religioso, a tre navate suddivise da due arconi e mezzo per lato e terminante con un’ unica abside, viene datato, in base alle testimonianze documentarie, agli inizi del XIV secolo, più precisamente al 1310, ma le analogie strutturali e decorative con la vicina San Mauro, fanno ritenere che le due fondazioni possano essere datate alla stessa epoca, il XII secolo. Di notevole interesse, nonostante il pessimo stato di conservazione e la sua estrema frammentarietà, è la decorazione pittorica ancora superstite, databile all’inizio del XIV secolo.

Gli affreschi meglio leggibili sono ubicati nel cilindro absidale, ove è raffigurato un gruppo di quattro vescovi officianti, sormontati da una “Deesis”, e da quella che è stata identificata come una “Trasfigurazione” nella soprastante parete lunettata, tutti attribuibili a maestranze legate agli ambienti monastici greco-bizantini. Nonostante le numerose iniziative di sensibilizzazione e gli accorati appelli promossi negli anni da studiosi e associazioni, tra le quali anche Legambiente e l’Osservatorio Torre di Belloluogo, con lo scopo di accendere un faro sulla criticità della situazione e individuare le soluzioni più urgenti e necessarie per garantire il recupero e la salvezza dell’edificio, ferito a morte da incuria e crolli, San Salvatore e il suo scrigno di affreschi e testimonianze rischiano di scomparire, inghiottiti dall’incuria e dall’indifferenza.

Servirebbe un miracolo. Quel  miracolo che potrebbe arrivare dalla trattativa in corso da qualche tempo tra proprietari e Amministrazione comunale di Sannicola e che potrebbe sfociare entro la fine dell’anno in una convenzione che prevederebbe la cessione totale della proprietà dell’ edificio al Comune e la sua gestione equamente suddivisa al 50% tra i due contraenti. Una speranza, forse l’ ultima, una piccola luce che potrebbe strappare San Salvatore all’abisso dell’oblio senza ritorno. E viene in mente, non a caso, una frase significativa  di Oscar Wilde: ”Nemico delle memorie è il tempo. Passano le generazioni e ineluttabile è il transito delle cose verso l’oblio, e se di esse non si parla è come se non fossero mai esistite”.

Andrea Vaglio

Maglie – L’Amministrazione e Biblioteca comunale con il sostegno di alcune associazioni culturali vogliono ricordare le persone che hanno segnato la storia recente della città: poeti, scrittori, intellettuali che nella scuola hanno “cresciuto” intere generazioni di giovani. Dopo il poeta Salvatore Toma nel mese scorso, ora è il turno dei due Micolano, Mario e Claudio, entrambi umanisti: il primo docente di italiano e latino per tanti anni presso l’Istituto magistrale e poi nel liceo Capece; il secondo, docente di latino e greco, figura dominante  per decenni nel liceo Capece. Ora la Fondazione Capece, L’Alca e l’Amministrazione comunale, venerdì 13 luglio,  nell’atrio esterno della Biblioteca (ore 21), ricorderanno le due personalità con la presentazione del libro “Poesie e saggi” a cura di Giuliana Coppola e Salvatore Coppola.

Con Claudio (foto, scomparso a 87 anni nel 2010) in parecchi hanno condiviso l’insegnamento al Capece ed i sei anni di Tempo d’Oggi, dal 1974 al 1980 (come chi scrive questo articolo).  Tempo d’ Oggi è stato un quindicinale che ancora oggi viene citato, una miniera di notizie, di ricerche storiche sul territorio, su cui hanno scritto intellettuali, storici e poeti di Maglie  come Nicola De Donno, Emilio Panarese, Salvatore Toma, ma anche della provincia come Vittorio Zacchino di Galatone, Domenico de Rossi di Gallipoli, Donato Moro di Galatone, Donato Valli di Tricase, Ercole Ugo D’Andrea di Galatone. Come dire le migliori menti del periodo e oltre. Le prose di Claudio Micolano sono raccolte in “Uomini e formiche” e “Prose (due un soldo)”, le sue poesie  in “Crepuscolo” e “S’è chiuso il cielo”, ma numerosi sono i suoi contributi sulle riviste culturali dell’epoca.

Claudio Micolano e Tempo d’oggi Claudio Micolano è presente nella redazione del giornale già dal primo incontro quando in pochi si decise di dare vita a un giornale quindicinale. Il  suo primo pezzo è sul secondo numero  e inaugura una serie di interventi in cui la condizione presente viene confrontata con quella del passato, frutto di memoria personale  o di ricerca documentaria. La nota dominante è la nostalgia di un tempo che non tornerà più. “Com’era verde il mio paese” si intitola il primo pezzo in cui Micolano constata la  natura violata dalla speculazione edilizia  e ricorda con nostalgia “i campi verdi digradanti sul declivio dell’umile serra… dalla contrada Palicella alla Poligarita”. I suoi articoli, tutti lunghi e documentati (d’altronde si trattava di un quindicinale)  ruotavano intorno a precisi nuclei tematici:

La città  Numerosi i pezzi che analizzano la situazione di Maglie. Quello sul n. 6/74,  intitolato “La vecchia signora”, è di stridente attualità, sembra scritto oggi. Micolano fa l’analisi della mancata crescita demografica di Maglie a differenza degli altri centri salentini.  C’è un’accurata indagine sulle cause: mancanza di fonti di lavoro sufficienti e adeguate, priorità ed eccellenze perse nel campo dell’artigianato e del commercio. C’è sempre attenzione agli aspetti quotidiani della città: n.15-16/74 “Finalmente il parco giochi a Maglie” (il parco della Rimembranza); n.21/74  “Il mercato del sabato” descritto minuziosamente usando il registro narrativo; 2/75 “Il problema della biblioteca” (invoca più personale e intervista il sindaco Salvatore Fitto); n 10/75 “È tempo ormai di provvedere: basta con le promesse” riferito alle condizioni del centro storico in degrado; “Non scandali, ma buoni consigli”(n.3/78), Maglie ridotta a uno stagno dove “non si muove nulla”.

Turismo: è un tema caro a Micolano. Sul n10/74 nel pezzo intitolato”Puglia, svendesi villaggi turistici” riflette e commenta su  una visita di giornalisti stranieri; sul n.12 del medesimo anno nota con disappunto le tendopoli abusive ai laghi Alimini;  nel n. 19/ 75 “La calata dei forestieri” fa alcune  riflessioni sul turismo fiorente solo in apparenza (vacanze brevi, turismo di lusso per pochi); nel n. 6/77  analizza “Colpe ed errori del turismo nel Salento” e allo stesso tema dedica l’editoriale  “Tirando le somme” nel n. 15 del medesimo anno; nel  n. 4/78  coniuga il turismo con l’archeologia “S. Cesarea Terme”; “Problemi turistici del Salento: Castro” è il titolo di un pezzo sul n.7 del medesimo anno; “Se dunque non ci difendiamo da soli, chi ci difenderà?”, riflessioni sui “grossi complessi di società fantasma” (n.10/78).

Artigianato e artigiani.  Sempre attento all’evoluzione dell’artigianato (e in alcuni casi ne registra la scomparsa); riflettori accesi  sulle figure di artigiani ancora attivi e sui mestieri che sono scomparsi. n 12/75 “C’era una volta l’artigianato magliese e ora c’è ancora”, riferito alla mostra organizzata dall’Arci; n.4 /77 “Chi salverà l’artigianato?”, a proposito ancora della mostra; n. 9/77 “Mostra artigiani,  farsa o tragicommedia”. Si interessa ancora delle sorti della mostra (“A conclusione di una mostra” n.16/78) e segue la realizzazione dell’area artigianale (“A che punto è a Maglie l’area artigianale” n.6/78; “La metropoli degli artigiani” n.17/78.   Tratteggia con puntuale precisione le figure di alcuni artigiani-artisti: “Enrico Vincenti” (n.11/74); “Ricordo di mesciu Pippi Panarese” (n 2/75); “Adolfo Piccinno l’ultimo artista del legno” (n.11/76); Giuseppe Vella (n.21-22/76);  “Ricordo di un maestro, Pippi Conte” (8-9/79). Recupera con ammirevole precisione i mestieri che sono scomparsi o sono ormai in fase di estinzione: “Lu zzucaru” (n.18/75); “Lu falegname d’arte grossa (n.21/75); “Lu mbrellaru cconzalimmi e ggiustacofane” (n5/76);   “Pellettari o “cunzaturi”, storia delle pelletterie a Maglie attive dal 700, ricerca storica e descrizione dell’ultima quella dei fratelli Tondi (n 7/77); “Lu guarnamentaru”(12/79). In tutti i pezzi, tutti molto lunghi e articolati, una descrizione precisa e minuziosa degli strumenti e delle tecniche senza trascurare gli aspetti ”umani” in cui traspare la solidarietà di fondo con la gente semplice e operosa.

Economia e problemi connessi Apparentemente in contraddizione con la sua formazione classica è il corposo numero di articoli che trattano di economia di ordine generale e in modo specifico locale. Micolano su questo tema si muove con disinvoltura (senza pretese di scientificità) partendo a volte da articoli e riflessioni apparsi su giornali nazionali, oppure traendo spunto da occasionali colloqui con i commecianti locali.  “Crisi e disordine del commercio” (n. 22/74; sul medesimo numero tratteggia la figura di Giuseppe Romano “tra commercio e teatro”; “Spigolature d’economia”(n.2/75),   vista da un comune cittadino dalla parte dei consumatori;  sul n. 23/75  affronta la crisi del tabacco “Per il Sud non c’è speranza”; “C’era una volta l’agricoltura”  sulla  mancanza di politica agricola, crisi della terra collegata alla crisi della società (n. 12/76); “ Economia oggi” (n. 21/77). Strettamente legato all’economia il problema dell’emigrazione : n.17/74 “ La crisi dell’emigrazione”;  nel numero successivo ritorna sull’argomento dopo il referendum in Svizzerra favorevole alla permanenza dei lavoratori stranieri. “Ha vinto il lavoro”- scrive- e si augura che in futuro si possa parlare non di “lavoratori all’estero” ma di “fratelli”.

Scuole  Da uomo di scuola ha a cuore tutti gli istituti  di Maglie e si occupa in particolare di quelli che hanno qualche disagio per penuria di locali: n 25/74 “Ancora critica la situazione di alcune scuole a Maglie”, in particolare il Tecnico industriale  professionale femminile e il  Tecnico commerciale; “Dopo la tempesta” la situazione  del professionale per l’industria e l’artigianato (n.2/76); sul n. 3/77 “Tavola rotonda al Lions club sulla riforma della scuola superiore”;  sul n.16/77 “Obiettivo scuola”, caos di inizio anno visto anche  nelle ripercussioni sulle famiglie; infine due puntate (n.17-18/77) “Obiettivo scuola”, analisi della condizione di tutti gli istituti scolastici.

Difesa delle tradizioni  Attenzione alle tradizioni che sono scomparse o che cambiano:Tradizioni che cambiano”   nostalgia per le tradizioni natalizie (n.1/75); n.11/75 “San Nicola  di ieri e di oggi” (n.11/75); “La fiera dell’Addolorata” (5/76) . La difesa delle tradizioni è legata  al rispetto e alla considerazione degli anziani: n. 26/75 “Non c’è spazio per i vecchi”; n. 12/77 “Questa casa è di tutti”, atti di vandalismo nella casa di riposo in costruzione;  n. 7/79 ”La casa di riposo a Maglie è una realtà”

La politica  Rimane lontano dalle passioni politiche che agitavano gli animi in quegli anni.  La sua posizione può essere riassunta da un editoriale scritto sul n.4-5 del 74 in prossimità del referendum sul divorzio  “Facendo il punto”  è il titolo del pezzo. Ecco la sua posizione” Chi scrive non fa in genere politica, ma segue gli avvenimenti da lontano (non è bello, lo so, ma è comodo), e può spesso tirar le somme d’un fatto con tranquilla obiettività”. Così nel n.17/75 coglie delle recenti elezioni lo spreco dei manifesti elettorali, “Peccato, quanto spreco” è il titolo significativo. In ogni argomento che affronta riaffiora il senso della misura e dell’equilibrio ereditato dal suo amore per il mondo classico.

Recensioni e racconti  Sono gli ambiti in cui si trovava completamente a suo agio.  Da segnalare le numerose recensioni (sempre puntuali e mai servili)  che seguono la produzione (in particolare saggistica) provinciale.  Col n.22 del 21dicembre  del 78  Tempo d’Oggi cambia formato, non più quello “lenzuolo”  ma uno ridotto e maneggevole. Non cambia solo il formato, cambia anche lo spirito che aveva animato i primi tre anni.  Dal quel numero in poi  prendono il sopravvento gli articoli da terza pagina con collaborazioni esterne pregevoli che si aggiungono alle eccellenti competenze interne alla redazione (Nicola De Donno, Emilio Panarese, Verofilo D’Amanzo, Nello Sisinni). Claudio in ogni numero, fino all’ultimo del 20 dicembre 1980,  scrive un racconto: il primo si intitola “La vendetta delle formiche”, l’ultimo “Ignavos redimunt Musae (ovvero: la forza della poesia)”.  Tutto da rileggere.

 

 

Alezio – Molti la ricordano ancora, ad Alezio, Federica Scorrano, una ragazza piena di vita, una bellezza mediterranea, stroncata a 33 anni dal Linfoma di Hodgkin. Di Federica, però, non rimane solo il ricordo sempre più lontano nel tempo, come le vecchie foto dalle quali gli anni risucchiano i colori. Nel volume “Ti Voglio un Bene Più Grande della Morte” (Edizioni Esperidi, 2018), la breve vita di Federica è raccontata dalla sorella Stefania (foto), funzionaria di banca e alla sua prima esperienza letteraria. L’amore per le lettere le era stato trasmesso proprio da Federica, la quale, studentessa di medicina, era anche un’appassionata lettrice. Stefania ricorda la sorella, tre anni più grande di lei, come una presenza costante della propria vita. Le sembra di ricordare, e forse lo ricorda davvero, di aver visto, già nei primi giorni di vita, Federica, appena più alta della culla, sbirciare “tra un pizzo e l’altro” la nuova arrivata nella famiglia.

Il legame si rafforzerà negli anni dell’adolescenza, con la condivisione dei tanti piccoli segreti, le complicità, le gioie e le lacrime dell’età. Federica, come tutte le adolescenti sogna l’amore che, a quell’età, non può essere che assoluto, esclusivo. Quando “Lui” arriva, Federica ne è travolta. Quel “Lui” è la materializzazione dei suoi sogni, è l’amore della vita, quello vissuto attraverso le eroine dei tanti romanzi letti, idealizzato quasi al punto da non poter essere reale. Ma per “Lui” non è la stessa cosa. I ragazzi vivono spesso le storie d’amore in maniera diversa dalle loro coetanee, più leggera, meno romantica. L’impatto della realtà sul sogno non può che generare delusione, che però non affievolisce il sentimento di Federica, che a quell’amore rimane fedele e attenderà che “Lui” ritorni, che comprenda che è lei la sua anima gemella. Nella vana attesa, col passare degli anni, Federica si chiude sempre di più in se stessa, nel suo mondo di letture, di diari segreti e di studi. Ma proprio negli studi cominciano a manifestarsi i segni di quell’insicurezza che va sviluppando. La difficoltà ad affrontare gli esami di medicina, pur con una solida preparazione, si fa sempre più grave. Pur capace di aiutare i colleghi di corso a superare gli esami, non riesce ad affrontare i propri, forse anche per il maniacale perfezionismo che ormai mette in tutte le sue cose. Non si sente mai abbastanza preparata. Non viene mai bocciata, ma si ritira spesso all’ultimo momento. Quando, dopo una serie di esami clinici per indagare le cause di un vago senso di malessere fisico, le viene diagnosticata la malattia, Federica è in compagnia della sorella.

Tornate a casa, Stefania cercherà il Linfoma di Hodgkin sull’enciclopedia medica, che fino a quel momento aveva fatto bella mostra di sé sugli scaffali del soggiorno, ma non era mai stata aperta. Ma Federica ha già capito, non è ancora un medico ma sa di non avere scampo. Pochi mesi dopo, in ospedale, qualche ora prima di morire, Federica mette nella mano della sorella un biglietto, arrotolato. Stefania vorrebbe leggerlo, ma la sorella con un filo di voce le intima: “Dopo”. Poi si addormenta. Non si sveglierà più. “Ti voglio un bene più grande della morte. Spero che Dio mi conceda di poterti fare gli auguri un altro anno. Spero che tu sia felice. Federica”. Stefania l’accompagnerà fino alla fine, laverà e vestirà il corpo della sorella, freddo come marmo, senza alcuna “analogia con la bellezza florida a cui ci avevi abituato per trentatre anni,” fino al momento della cremazione, una pratica espressamente indicata da Federica. Stefania Scorrano ha aspettato ventuno anni per mettere sulla carta ricordi e riflessioni, per fermare per sempre istanti di vita irrimediabilmente lontani.

Il tempo non ha attenuato il dolore, l’ha solo fatto affondare nel profondo dell’anima, dove rimane, sordo e pronto a prorompere ancora alla vista di un oggetto, un libro, un diario, un’immagine che richiamino alla mente momenti di ordinaria vita felice. Tuttavia, Ti voglio un bene più grande della morte non è un libro triste. Tutt’altro, è un libro pieno di vita, di emozioni vere e pure, un canto all’amore fraterno e alle piccole grandi cose della quotidiana familiarità, della cui essenzialità spesso ci accorgiamo troppo tardi. La scrittura di Stefania è snella, la narrazione serrata. Una volta iniziato il libro, è difficile resistere alla tentazione di continuare a leggere ininterrottamente fino all’ultima delle 143 pagine. Il ricavato del libro sarà devoluto alla ricerca contro il cancro. Un motivo in più per acquistare e leggere questa storia appassionata e appassionante.

Aldo Magagnino

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Martedi 26 giugno la grande famiglia dell’Istituto comprensivo Polo 1 di Nardo’ ha festeggiato le colleghe e il personale Ata che sono arrivati al pensionamento. Un percorso lavorativo che termina è una tappa importante della vita di ognuno di noi e per questo  la “SCHOLA POLORUM” con gioia ha scritto versi e parodie per omaggiare e rendere allegra ed emozionante questa tappa. Io personalmente voglio ricordare e omaggiare Lena Perrino carissima Collega-Amica con la quale ho condiviso i 30 anni della mia carriera scolastica a Nardò. Mino Barrotta ti ha descritta “Maestra vulcanica pronta a lanciare sfide e a mettersi in gioco, che spettacolo. Cara Lena da subito ti sei rivelata una persona speciale, sempre pronta a dare il tuo prezioso contributo e valido aiuto a chi era nel bisogno, sei stata una maestra fantastica per i tuoi alunni e un modello per  tutti noi. Hai lasciato le tue “impronte” nella memoria di tanti ragazzi e genitori che ti ricorderanno sempre per la tua lealtà, professionalità e dedizione al lavoro”.

Lena… Tu che sei nata proprio per insegnare a questa scuola tanto hai saputo dare, tu la scuola ce l’hai dentro il cuore scuola viva e vera in questi anni tutto hai saputo fare!

Cara Lena la nostra storia lavorativa insieme parte da lontano. Primo giorno di scuola di un po’di anni  fa, ti vengono incontro due colleghe sembravano x età mamma e figlia e ti dicono:”Ben arrivata, noi siamo una famiglia, speriamo ti troverai bene tra noi” Ovvio che tu cara Lena sai che nel nominare la mamma mi riferisco ad Anna Maria Cacciatore, “la figlia” eri tu, da quel giorno saranno 30 anni a Settembre e noi oggi siamo ancora qui a parlarne. Spesso ti è capitato di dire che io sono la tua memoria storica, non so se per scherzo  o veramente, ma io posso dirti che ricordo ogni singola esperienza fatta insieme, ogni singolo progetto programmato e poi sviluppato, a volte con l’incoscienza che un po’ ci caratterizzava entrambe, ma che abbiamo sempre sviluppato con la voglia di far fare esperienze nuove ai bambini e che ci hanno dato tantissime soddisfazioni. Erano altri tempi ultimamente lo abbiamo ripetuto spesso cara Lena, è vero , i genitori ci davano piena fiducia ed eravamo libere di decidere qualsiasi cosa, loro ci affiancavano sempre.

Oggi tante esperienze non potremmo proprio realizzarle anche per la troppa burocrazia che un po’ ci  ha “tagliato le ali” Tu arrivavi a scuola sempre con grandi idee e non smettevi mai di parlarne sino a quando tutto non era organizzato a puntino. E come per magia abbiamo condiviso a scuola insieme tantissime esperienze sempre con la gioia e la voglia di fare e di veder felici i piccoli a noi affidati

Non posso non ricordarti il corso di Formatori a Lecce che abbiamo frequentato in tre annualità e del quale conservo ancora tutte le bobine degli appunti, quante risate per strada mentre andavamo a Lecce, quante poesie scritte mentre prendevamo appunti e la grande soddisfazione poi quando venne a trovarci a scuola il Direttore Aldo Specchia, che era direttore anche del corso per osservare la parte Didattica-Operativa e ci fece grandi elogi per tutto ciò che di cartellonistica avevamo realizzato con i bambini e il grande Tangram all’ingresso.

Potrei continuare per molto ancora perché le esperienze fatte insieme sono tantissime,ma mi fermo qua tra i ricordi che ti legano alla Scuola dell’Infanzia. La nostra collaborazione è continuata anche dopo che hai deciso di salire un gradino più in alto, e sempre nel rispetto reciproco. La mia disponibilità non è mai venuta meno e Tu lo hai sempre saputo tanto è vero che nel momento in cui ti è servito qualcosa bastava bussare ed io ero li pronta a cercare ciò che ti serviva. Il nostro è un rapporto di stima e amicizia sincera, costruito pian piano rafforzato da continui confronti e divergenze che miravano a migliorare il nostro modo di operare con i bambini, e proprio  forti di questa collaborazione abbiamo raggiunto grandi risultati e avuto grandi soddisfazioni.

Oggi cara Lena il tuo cammino scolastico-lavorativo è giunto al termine, beata te, comincia per te una nuova vita, farai sicuramente la nonna e sono sicura Tu sarai una nonna dolcissima e questa è una soddisfazione grandissima anche se dovrai fare su e giù da Roma, però potrai andarci quando vorrai senza essere legata a ponti, festività o altro. Goditi la tua famiglia e la tua vita Lena te lo meriti, io te lo auguro di cuore, e oggi, anche se lo sai,  voglio dirti di essere contenta di aver lavorato e collaborato con te per tantissimi anni e sono sicura che il nostro rapporto non si chiude stasera noi lo sappiamo che  il filo che ci lega rimarrà per sempre.

Con tantissimo affetto e stima

Maria Grazia Carrisi – Nardò

 

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Con il mese di giugno tutte le scuole sono alle prese con feste ed adempimenti di fine anno scolastico, che anticipano la fine di un percorso impegnativo e l’inizio delle vacanze estive.

Anche il plesso di via Oronzo Quarta si appresta a chiudere e “a riposare”… Ma ciò che stupisce, di anno in anno, è un dato di fatto: esso continua a regalare emozioni, non solo ai piccoli, ma pure agli adulti di ogni età. E l’emozione si sa, non ha voce…

Ancora una volta, finezza ed eleganza hanno caratterizzato lo svolgimento di una manifestazione intitolata “Storie a km zero“, svoltasi il 13 giugno u.s., dove i piccoli protagonisti hanno avuto un ruolo fondamentale, mentre le maestre, da dietro le quinte, sono riuscite non solo a festeggiare la fine di un percorso curricolare, ma ad esaltare l’alleanza, fondamentale e indispensabile, tra la scuola e la famiglia, tra scuola e territorio. E così, tra un balletto e un canto, la Scuola si è illuminata della partecipazione viva di una città, si è riscaldata di emozioni e ha accolto lo sguardo attento di tante famiglie. Le stesse che, accanto alle maestre, sono chiamate a preparare i futuri adulti, i cittadini di una Nardò in continua crescita.

Al termine della festa, con orgoglio, una mamma rivendicava la sua nona presenza, la sua nona festa di plesso, la quale ormai, per come è organizzata e curata, può essere ritenuta a pieno titolo un evento culturale vero, con tanto di messaggio e di spunto per far riflettere…

Originale e immancabile lo sketch divertente di alcuni genitori che ha ricevuto il plauso del grande Gregorio Caputo, anch’egli invitato e visibilmente divertito.

Complimenti dunque, alle mitiche maestre, per la loro creativa capacità di curare i più piccoli dettagli…, per quella passione che non solo si percepiva, ma, come si sul dire, si toccava con mano.

Le mitiche M. Rosaria Durante, M. Cristina Marzano, Mariella Muci, Gabriella Sanasi, Sofia Sabato, Gianna Nazaro, Anna Cardinale, Elisa Tarantino e Michela Cuppone, unitamente alle maestre di sostegno, sono meritevoli di ogni plauso e di sincera gratitudine, non solo da parte delle famiglie, ma della dirigente Presta e sicuramente dell’intero Polo 3 di Nardò, a cui tale plesso scolastico appartiene.

Sempre più in gamba, sempre più capaci di fare, di un piccolo plesso scolastico di periferia, una Scuola protagonista nel territorio, che accompagna le famiglie, incuriosisce l’intera città e che ti pone, tutte le volte, la stessa domanda: riusciranno a fare qualcosa di più bello di ciò che ho appena visto?

W il plesso Piaget! W le grandi maestre! Grazie per essere ciò che siete e che vi rende semplicemente e oggettivamente GRANDI!

Prof. Giancarlo Pellegrino – Nardò

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La sconcertante drammaticità della situazione logistica venutasi a creare nel prestigioso Foro di Bari, dove si approntano, in tutta emergenza, delle tensostrutture per rimediare al disastro del Palagiustizia di via Nazariantz, impone una serissima riflessione e presa di coscienza di tutta quanta l’Avvocatura e degli altri Soggetti del Sistema-Giustizia. 

Al di là della ovvia, solidale partecipazione al disagio gravissimo che vive l’intera comunità forense del capoluogo, urgente ed indifferibile appare ogni intervento utile a scongiurare che possa verificarsi una situazione simile, anche nei nostri Tribunali, civile di via Brenta e penale di viale De Pietro. 

Son passati appena due anni da quando il primo balzò agli “onori” della cronaca nazionale, venendo definito un “colabrodo” per le tantissime criticità sotto il profilo edilizio, statico e, sopratutto, della sicurezza, ed anche il secondo non eccelle, certo, e comunque non lascia del tutto tranquilli, sotto i medesimi profili. 

Auspichiamo che la vicenda barese, triste metafora di un sistema giustizia al collasso e paradigmatico dell’attenzione e delle risorse che chi di dovere riversa ad uno dei settori nevralgici (con sanità e scuola) di un paese civile, scuota tutte le istituzioni, politiche e forensi, richiamandole alle loro responsabilità, perché si prevengano problematiche analoghe nel Foro salentino, con interventi tempestivi, adeguati e proporzionati rispetto alla precaria situazione esistente.

Camera Civile Salentina
Il Presidente avv. Salvatore Donadei

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Il cambiamento puzza sempre più di vecchio regime. Lega e 5 Stelle dimostrano con i loro volgari attacchi e richiesta di impeachment del Presidente Mattarella di essere intolleranti alla democrazia costituzionale. Solidarietà totale e incondizionata al Presidente della Repubblica garante della Costituzione. Quanto accaduto in questi mesi e accade in queste ore dimostra, e lo diciamo con amarezza avendo sperato realmente che i 5Stelle fossero portatori di istanze di vero innovamento, che quello che veniva “spacciato per “cambiamento” altro non era che un volgare inciucio e accordo di potere tra forze populiste e demagogiche quando non xenofobe e razziste come la Lega che delle istituzioni democratiche avrebbero voluto far strame. Democrazia non vuol fare e disfare tutto ciò che si vuole. La Democrazia ha le sue regole che vanno rispettate. Lega e 5 Stelle pensavano di poter dire e fare tutto e il contrario di tutto. Basti ricordare le dichiarazioni del DiBa nazionale (interessante vedere su Youtube il suo video del 2015 sulle presunte ruberie della Lega) che annunciava la sua uscita dal Movimento se vi fosse stato un accordo con la Lega o le accuse a Berlusconi di contiguità con ambienti mafiosi. Quel Berlusconi alleato di Salvini con il quale i 5 Stelle stavano per fare il governo e senza il cui benestare il governo non sarebbe mai nato . Un vero e proprio “paraculo” per dirla alla Saviano. E le dichiarazioni di “Gigino” Di Maio che accusava non più tardi di venti giorni orsono Salvini di essere il fedele esecutore di ordini di Berlusconi dal quale sembrava essere ricattato. E che dire della risposta di Salvini che minacciava querele a tutto spiano. Per non parlare della nomina di un Presidente del Consiglio “tecnico”, non eletto dal popolo. Ma si può veramente credere che sia stata l’opposizione del Presidente Mattarella al nome del Ministro dell’Economia in pectore Savona a far saltare tutto? Ma chi può credere che di fronte alla possibilità di un cambiamento epocale, alla possibilità di governare l’Italia ci si “impunti” di fronte a un nome?. Perché non Giorgetti , alterego di Salvini, o qualche altro brillante economista? La realtà è che non avremo mai una risposta. Forse come dicono in molti Lega e 5 Stelle volevano l’uscita dell’Italia dall’euro con conseguenze disastrose per la nostra economia. Ma non volevano dirlo. Chissà. Fra qualche mese torneremo a votare. E non ci saranno alibi per nessuno. Lega e 5 Stelle dovranno dire con chi stanno. Dovranno dire con chiarezza se vogliono un Italia in Europa o no. Salvini dovrà dire se sta con Berlusconi o con Di Maio e i 5 Stelle non potranno “giocare” più su tutti i tavoli. Hanno perso la loro “verginità” politica, ammesso che l’abbiano mai avuta. In un quadro di profonda crisi istituzionale la Sinistra , che molte colpe ha , deve proporre una alternativa credibile, ha il dovere di ritrovare quella tensione ideale e le radici del proprio essere SINISTRA. Deve tornare a parlare alla “gente”, comprenderne i bisogni e aspettative, dare risposte serie e reali. Deve rinnovare la propria classe dirigente dando spazio a energie nuove che ridiano voce ai valori di solidarietà, uguaglianza, libertà. Solo così si sconfiggeranno i gattopardi, i camaleonti e i….paraculi che oggi monopolizzano la politica italiana.

Centro Studi ” Salento Nuovo” Lucio Tarricone, Nardò

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Buongiorno mio mondo, ricordi chi sono?
Mi chiamo Giovanni e scrivo dal cielo,
quassù non ci sono violenze ed orrori;
ma giuro! Si pagano in eterno gli errori.
Quel giorno fu il buio per me sulla terra,
morii per un senso che ora il popolo afferra.
Il male non vince se gente per bene
abbraccia la vita spezzando catene,
inibendo paure il tempo fa spazio
a chi con speranza non trema in silenzio.
Mi chiamo Giovanni, ricordate il mio nome?
Saltai in aria a Capaci, son Giovanni Falcone.

Luca Imperiale – Sannicola

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Scendevano lacrime quel giorno in cui il cielo
coprì la sua luce sotto ad un velo,
un uomo morì quel giorno di maggio
un uomo i cui occhi trasmettevan coraggio,
coraggio di credere che la Fede fervente
sia il Dono più alto di Dio per la gente.
Lui umile in terra e beato nel cielo
Fu ardente e sincero testimone del Vero,
amante dei fichi che in campagna coglieva
comprava i formaggi e la Puglia egli amava,
brevi istantanee di una vita serena
ricordi mai spenti che in cuore portava.
I figli, la moglie, i nipoti, gli amici
furon per Aldo doni e sorrisi.
Il terrore quel dì con il suo oscuro lavoro
Uccise impietoso il dolce Aldo Moro.
Ancora oggi commossa piange la gente
Sussurrando un saluto
“Ciao Presidente!”.

Luca Imperiale – Sannicola

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Gallipoli – Il 4 aprile le classi terze del liceo classico Quinto Ennio di Gallipoli si sono recate presso la redazione del giornale “Piazzasalento” per incontrare il direttore Fernando D’Aprile e due suoi collaboratori. Tanti sono stati gli argomenti affrontati dal giornalista in una piacevole chiacchierata in cui ha fatto riferimento ad episodi e situazioni vissuti in prima persona nel corso della sua carriera giornalistica. Ne sono scaturite affermazioni interessanti sul ruolo e sul metodo di lavoro del giornalista.
Inizialmente il direttore si è soffermato su come procurarsi le notizie per scrivere un articolo giornalistico in modo corretto. Innanzitutto dal momento che la lettura del giornale cartaceo da parte dei giovani è diminuita e soprattutto negli ultimi anni si preferisce informarsi sul web, bisogna prestare molta attenzione alle cosiddette fake news (false notizie). Oppure molto spesso i giornali di portata locale tendono ad inserire notizie associando loro un titolo di impatto che poi non corrisponde all’esatta realtà dei fatti per ottenere più click.
I tre giornalisti hanno inoltre spiegato ai ragazzi che, nonostante le notizie di cronaca nera interessino una fetta di popolazione maggiore, è per un giornale locale anche molto importante valorizzare attività ed eventi riguardanti la comunità.
“Il giornale locale è un servizio sociale”, afferma infatti il direttore Fernando D’Aprile, “che ha come obiettivo quello di avvicinare le persone, di favorire i rapporti umani”.

Durante gli ultimi minuti dell’incontro dedicati alle curiosità dei ragazzi, una domanda in particolare ha colpito il direttore. Quanto incide il lavoro del giornalista sulla vita privata? La risposta ha messo in evidenza il lato negativo di questo mestiere poiché un giornalista deve cercare di essere sempre il primo a cogliere la notizia e dunque ciò può rappresentare un limite per la vita privata.

Terze classi Liceo Classico – Gallipoli

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Le classi 3°A e 3°B del Liceo Classico “Quinto Ennio” hanno realizzato presso la redazione giornalistica “Piazzasalento” di Gallipoli una fase molto importante dell’attività di ASL “Giornalisti in alternanza”. Gli alunni, accompagnati dalle docenti Rosaria Tarantino e Anna Santo, hanno avuto, il 4 aprile 2018, alle ore 9:15,  la possibilità di incontrare il direttore Fernando D’Aprile e il correlatore Mauro Stefano, i quali hanno illustrato le problematiche che devono affrontare quotidianamente i giornalisti nello svolgimento del loro lavoro. Appellandosi alla loro personale esperienza lavorativa, il Direttore e il Correlatore hanno consentito agli alunni di comprendere  quanto sia importante nella stesura di un articolo la verifica delle fonti e il rispetto delle principali regole deontologiche. La scelta editoriale di “Piazzasalento” è significativa del loro modo di operare: il valore dell’informazione non sta nel sensazionale, ma nella sua attendibilità, esaustività e sinteticità. Da ciò la decisione di offrire notizie locali, che consentano la piena conoscenza del nostro territorio,   di rendere protagoniste le persone attive nella comunità, alle quali si cerca di dare una voce, e di non puntare sulla cronaca nera per raggiungere il maggior numero di lettori. E questa scelta editoriale ha pagato e si può ben affermare, con soddisfazione, che la testata sta crescendo.

Riguardo alla necessità di verificare l’attendibilità delle notizie, il direttore D’Aprile ha evidenziato quali siano i rischi professionali a cui si incorre nel divulgare false informazioni e quanto le stesse possano ledere il vissuto di una persona. A tal proposito  è stata ricordata la Carta di Treviso, un protocollo firmato dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione della stampa italiana, con cui si è regolamentato nello stesso tempo il diritto di cronaca e l’esigenza di difendere l’identità e i diritti dei minori, autori o vittime di reati. E non è mancato il riferimento al “diritto all’oblio”, ossia il diritto e la garanzia a non diffondere, senza che ve ne sia una motivata giustificazione, dati sensibili che possano compromettere l’onore di una persona.    

Interesse ed attenzione partecipata hanno dimostrato le due scolaresche, che hanno potuto, grazie a tale incontro, rinforzare le conoscenze acquisite in modo teorico durante l’attività di alternanza.  Una bellissima esperienza quella vissuta dai ragazzi, i quali si sono appassionati nei confronti di una professione che richiede serietà, competenza ed anche rinunce personali.

Martina Maggio

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Correva l’anno 1986 e le radio italiane cantavano le note di Rosalino Cellamare, in arte Ron: “E’ l’Italia che va con le sue macchinine vrum vrum, sulle piccole autostrade bum, sotto cieli di cristallo blu, blu …”
È il ritornello che mi rimbalzava nella testa, mentre vedevo i tanti giovani (circa 10.000), come quelli rappresentati nella foto, in fila, per partecipare ai test di medicina per accedere all’immatricolazione. Quella folla, pardon, quei giovani hanno suscitato in me tanta tenerezza, alimentata sicuramente dal mio essere genitore, ma anche tanta speranza perché si tratta di giovani con tante potenzialità e pieni di un entusiasmo e passione non comune. 
Quel fiume umano, che scorreva lungo i rivoli della nuova fiera di Roma per accedere ai padiglioni in cui si sarebbe svolta la prova, disarmava; era necessario avere un gran rifornimento di passione, entusiasmo e speranza per non cedere alla tentazione di abbandonare. 
Ed invece quei giovani procedevano, guardavano avanti, vedevano oltre quella marea e cercavano di proiettarsi verso un futuro.

“È l’Italia che va”, mi ripetevo. 
Ma quale Italia!!!
Non è l’Italia che va, sono quei giovani che vanno! Vanno in cerca di un futuro. E ormai, sempre più frequentemente, vanno fuori dai confini nazionali, dove molti di loro troveranno risposte alle loro potenzialità, al loro genio, alla loro passione.
Quest’Italia, invece, non so dove stia andando!

Non mi sarei meravigliato se avessi visto 10.000 persone partecipare ad un concorso per circa 200 posti; e non mi sarei nemmeno meravigliato se avessi visto 10.000 medici concorrere per aspirare a 200 posti. 
Mi meraviglio invece nel vedere che viviamo in un Paese dove si selezionano 10.000 giovani per 200 posti di aspirante universitario, che di per se dovrebbe essere un diritto garantito ad ogni cittadino.
Lo reputo senz’altro un non-senso in un epoca in cui giornalmente ci ripetono che presto in Italia mancheranno medici; lo reputo un non-senso nel constatare che negli ospedali pubblici mancano medici. Lo reputo un non-senso se penso che in ogni professione, per ogni facoltà, per ogni scelta, sará comunque e sempre l’attitudine, la capacità e la genialità di ciascuno a fare la selezione; ed una volta immessoti nel mercato è il mercato stesso che ti selezionerà, scegliendoti o bocciandoti. 
Con la differenza che a quel punto ognuno avrà avuto la sua chance, la sua occasione che è e deve essere, o forse dovrebbe essere, un diritto di tutti.

Mi sono trovato a dialogare con un illustre amico, mio ex compagno di liceo – oggi, medico specializzato, con esperienza acquisita nelle migliori strutture sanitarie ed università europee, autore di numerose pubblicazioni su riviste internazionali, capitoli su volumi internazionali, autore di numerose relazioni e presentazioni orali a congressi nazionali e internazionali, attualmente Professore associato in una illustre Università Italiana – il quale mi rappresentava la sua contrarietà all’attuale sistema di accesso alla facoltà di Medicina e Chirurgia delle Università Italiane e mi diceva “probabilmente se 34 anni fa io e i nostri amici medici ci fossimo dovuti sottoporre all’attuale selezione di accesso, nessuno di noi avrebbe superato test del genere”, aggiungendo, “dispiace dover constatare che quello che è stato consentito a noi, alla mia generazione, cioè di giocare la nostra partita, non è consentito ai nostri figli che sono meglio e più svegli di come eravamo noi”.

E allora mi chiedo: Qui prodest? A chi giova questo sistema, se è vero, come è vero che molti dei nostri giovani vanno a studiare Medicina fuori, esportando finanza e genialità nelle altre nazioni Europee, peraltro, in molti casi, in Università gestite all’estero da quelle Italiane? E chi questa possibilità non può permettersela?
A chi giova? Giova, giova! 
Giova alla “meccanica”!!! Giova ai meccanismi del nostro sistema: le selezioni di ieri hanno fatto incassare, euro in più, euro in meno, 1 MILIONE E 200MILAEURO, per non parlare di tutto il resto del sistema che ci gira intorno: corsi di preparazione organizzati, durante l’anno, in giro per l’Italia da facoltà e scuole; aziende e società specializzate nell’organizzazione dei test, affitti di fiere, soggiorni, ecc ecc ecc.
Insomma, è l’Italia che va … o forse che non va.
Intanto, a tutti Voi giovani di buona speranza, il mio augurio che i vostri sogni possano vedere l’alba; ma sopratutto l’augurio che possiate essere il futuro di quest’Italia che, attualmente, ne è rimasta orfana.

Avv. Antonio Ermenegildo Renna (Vice Sindaco Comune di Alliste)

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In questa campagna elettorale, che sa di commedia dell’assurdo, siamo stati costretti a subire situazioni che fino a pochi anni fa sarebbero potute essere solo prodotti fantasiosi di cattivo gusto: Salvini acclamato a salvatore del sud; squallidi rigurgiti fascisti accolti come la nuova e strabiliante soluzione dei tanti problemi della nostra Italia; statisti di Voghera a gogo; politici d’acciaio, riciclabili all’infinito.

In questa macedonia dell’irrazionale c’è una vicenda che sembra possa mantenere vivo un barlume di speranza: quello che è stato definito il “popolo degli imprenditori”. A Verona, Confindustria ha organizzato un tavolo di lavoro alla cui fase finale hanno partecipato ben 7000 imprenditori che ha avuto come risultato la redazione di un business plan per l’Italia.

Sono proposte concrete, frutto di necessità impellenti che vengono pretese dalla classe politica.

Guardando i logori quadri di questa campagna elettorale, vissuta da tutti come la più pirotecnica, in quanto a promesse, e la più bugiarda, in quanto alla loro irrealizzabile entità, sono anche mancati momenti seri di discussioni o peggio ancora sono mancati addirittura tematiche serie su cui confrontarsi.

Ogni posizione diversa è stata estremizzata, compromettendo di fatto la possibilità di confronti. L’opinione pubblica è stata marginalizzata fino a diventare afona e del tutto assente.

In questa crepuscolare situazione, forse, un appello è da rivolgere proprio ai nostri imprenditori che scommettono quotidianamente del loro, che affidano il proprio destino, e quello dei propri dipendenti, sì alle proprie capacità e competenze, ma una parte di successo -non residuale tra l’altro-, dipende dal contesto territoriale in cui agiscono, dalle infrastrutture, dal sistema creditizio e proprio per questo hanno il sacrosanto diritto di esigere condizioni favorevoli.

Perché, allora, non emulare l’esperienza veronese del Popolo degli imprenditori? Perché non organizzare un’assise, da cui far uscire un business plan per il Salento, per la Puglia che deve essere l’unico canale di comunicazione consentito al mondo politico?

È pura minestra riscaldata la “visita in fabbrica” del politico di turno. È offensivo per le intelligenze di tutti continuare a credere che, sia il politico, sia l’imprenditore abbiano la reale speranza di trarre beneficio da queste visite pastorali.

Se i politici sentono così tanto il desiderio di incontrarvi, di visitare le vostre fabbriche, di indagare, addirittura, sulla privata vita dei singoli operari, cambiate il vostro modo di accoglierli, fatelo solo ed esclusivamente sottoponendo loro quel “business plan” che deve stillare concretezza, ancorarli a scelte e non più promesse.

Unitevi e fate fronte comune, sarebbe un gesto Politico, sociale e umano di una potenza dirompente e di straordinario impatto. Sarebbe l’unico gesto concreto e sensato di questa trita sfilata elettorale.

Si parla di una ripresa economica anche per il TAC; compattarsi ed esigere scelte forti potrebbe essere un segno di maturità imprenditoriale.

Potrebbe rappresentare il gesto della rinascita di un settore che dagli errori del proprio recente passato trae lezioni imprescindibili per operare, finalmente, quel salto di qualità che ci proietterà in una dimensione di maggiore autonomia e identità imprenditoriale. Potrebbe essere il presupposto per trasformare in variopinta e forte farfalla ciò che oggi è stato una timida e soggiogata crisalide.

Il resto della società civile sembra aver smarrito l’interesse a occuparsi in modo incisivo della cosa pubblica, creando un preoccupante vuoto sociale.

La speranza è che i vostri interessi, la vostra intraprendenza possano essere quella scintilla tale da riportare questa sommatoria di individui a ridiventare società, Popolo, recuperando il ruolo centrale dell’agire politico.

Marco Mazzeo – Casarano 

Diso – Anche le donne hanno fatto la storia, ma di fatto sono poco presenti sui libri di storia. Il motivo è che gli storici hanno privilegiato l’aspetto politico-istituzionale, sicché le donne,  che hanno ottenuto il diritto di voto solo nel 1946, sono state escluse dalla vita pubblica e politica e… dalle pagine dei manuali. Questa la situazione fino a qualche tempo fa, ora invece si registra un’inversione di tendenza perché  gli studiosi concordano che non si può parlare dei grandi eventi storici passando a piè pari sul contributo delle donne. Come nel caso della rilettura della Grande Guerra fatta da Salvatore Coppola attraverso il saggio “Pane!… Pace!, il grido di protesta delle donne salentine negli anni della Grande Guerra” edito da Giorgiani editore  nella collana Cultura e Storia della Società di Storia Patria di Lecce.

Donne del Nord e donne del Sud di fronte alla guerra. Il ruolo delle donne, in larga parte di quelle del Nord e del Centro Italia,  a partire dal 24 maggio del 1915, (data dell’ingresso in guerra dell’Italia) è stato evidenziato in quello che venne definito il “fronte interno”  in contrapposizione a quel “fronte di guerra” dei militari che vennero arruolati per difendere i confini della patria.  «Su una popolazione di 4,8 milioni di uomini che lavoravano in agricoltura, 2,6 furono richiamati alle armi – scrive lo storico Antonio Gibelli in La Grande guerra degli italiani 1915-1918“ (Bur Rizzoli). Sicché rimasero attivi nei campi solo 2,2 milioni di uomini sopra i 18 anni, più altri 1,2 milioni tra i 10 e i 18 anni, contro un totale di 6,2 milioni di donne superiori ai 10 anni. Inevitabile fu l’occupazione femminile di spazi già riservati agli uomini, e contemporaneamente lo straordinario aggravio di fatica e di responsabilità». Così le donne cominciarono a occupare spazi prevalentemente occupati dagli uomini nelle campagne, nelle fabbriche, si riunirono in associazioni solidali, si impegnarono a confezionare indumenti per l’esercito, organizzarono raccolte fondi, divennero crocerossine. La guerra fu quindi anche occasione di emancipazione, anche se si trattò di un’esperienza provvisoria: a guerra conclusa non ci fu più posto per operaie e impiegate e gli uomini si ripresero il posto lasciato vuoto per combattere al fronte. Ma in quella parentesi, in cui “indossarono i pantaloni”, si distinsero in efficienza, come puntualizza Alessandro Gualtieri, in “La grande guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno” (Mattioli 1885): «La guerra non è solo la prima linea: hanno combattuto a modo loro anche le donne rimaste al lavoro nei campi, talmente efficienti nello svolgere le loro mansioni che la produzione agricola non scese mai al di sotto del 90 per cento negli anni tra il 1915 e il 1918; o quelle che hanno sostituito gli uomini nei trasporti pubblici o negli uffici postali, dimostrando coi fatti quanto fosse falsa l’idea della inferiorità naturale della donna teorizzata da tanta cultura del tempo». E le donne nel Salento? L’ultimo libro di Salvatore Coppola illumina una zona d’ombra e dimostra come sia proprio fuori dalla storia  lo “stereotipo della donna meridionale, passiva e indifferente alle vicende sociali e politiche” (dall’introduzione di Giuseppe Caramuscio).

Per il pane e per la pace. Le donne salentine lottarono per il pane e la pace , manifestarono contro la penuria alimentare, contro il ritardato pagamento dei sussidi destinati alle famiglie dei richiamati, contro gli abusi nell’assegnazione delle tessere annonarie, contro la guerra reclamando il ritorno a casa dei loro mariti. Si  trattò di manifestazioni spontanee anche se i vertici politici e militari attribuivano la responsabilità delle proteste alla cosiddetta propaganda disfattista alimentata da socialisti e giolittiani. Manifestazioni di protesta massicce interessarono nel 1917 Lecce, Gallipoli, Galatone, Nardò dove la protesta fu contro i funzionari governativi che promuovevano la raccolta fondi per il prestito nazionale. Ma ci furono proteste anche in centri minori come Alezio, Aradeo, Arnesano, Carmiano, Corigliano, Cutrofiano, Felline, Maglie, Martano, Melissano, Muro Leccese, Neviano, Poggiardo, Presicce, Racale, Scorrano, Sogliano, Taviano, Tricase. Le contestazioni avevano una nota comune: accanto al grido  “vogliamo pane, siamo a digiuno noi e i nostri figli”, ci fu quello “abbasso la guerra”, “vogliamo i nostri mariti e congiunti e non il denaro”, “vogliamo la pace”. Le manifestazioni, la cui partecipazione era prevalentemente femminile, provocarono prima sorpresa nelle classi dirigenti, naturalmente maschili, e poi  “un forte senso di fastidio” perché il modello femminile  era quello di “riprodurre, starsene a casa , oziare”

I tumulti di Gallipoli, Galatone, Nardò, Presicce. Il 4 e 5 maggio del 1917 scoppiò quello che viene ricordato come il “tumulto di Gallipoli” , che da manifestazione per il pane divenne protesta contro la guerra. Furono arrestate cinque donne ritenute promotrici e rinviate a giudizio con l’accusa di “avere pubblicamente istigato le donne a fare una dimostrazione ostile alla guerra”. Si era diffusa la voce che stava per mancare il pane perciò le donne la mattina del 5 si radunarono nei pressi di piazza Mercato e cominciarono a gridare contro le autorità comunali che avevano deciso di spostare la vendita dalle panetterie all’ufficio di polizia municipale dove si doveva pagare in contanti. Il 6 e il 7 maggio a Galatone ci fu una manifestazione contro la guerra e la propaganda a favore del prestito nazionale che era sostenuta dall’onorevole Antonio De Viti De Marco. Seguirono altre proteste a Nardò, a Presicce dove 16 donne furono rinviate a giudizio ritenute responsabili del tumulto perché chiedevano che il grano venisse consegnato direttamente alle famiglie e non ai panificatori. Non mancarono le manifestazioni a favore della pace in ambito cattolico.  Si svolsero dappertutto processioni per la pace  raccogliendo l’invito di Benedetto XV che aveva invitato a pregare per la fine del “tremendo flagello”.

Andando a spasso con il mio nipotino di sei anni, mi sono avvicinata alla piazzetta della stazione, cercavo di fargli visitare il Monumento ai caduti e spiegargli il suo significato.

Ho avuto vergogna quando il bambino, vedendo l’acqua della fontana sporca e maleodorante, ha osservato:” Nonna, dove mi hai portato? Qui è tutto sporco e puzzolente!”

Non ho saputo trovare le parole adatte che giustificassero lo stato del posto e la dimenticanza di quanti hanno perso la vita per onorare la Patria.

Come possiamo insegnare il rispetto e l’amore per il nostro passato quando calpestiamo il ricordo di chi ha difeso e combattuto per i nostri valori?

Si dice che i giovani non avviano valori; a me sembra che siano proprio le istituzioni ad averli cancellati così distratti dal contingente e dall’apparire.

Sono amareggiata per le condizioni generali in cui versa Gallipoli dove da diversi anni è cresciuta l’arroganza e la forza del dio-denaro (unico valore).

Mille manifesti autocelebrativi si smentiscono di fronte ad una amarissima realtà

Gallipoli – Giuseppina Montuori

Caro Direttore,
la presente lettera è doverosa per due motivi:
da una parte per rendere omaggio al servizio dialisi del Presidio Ospedaliero di Gallipoli, dove mio suocero ha dializzato per pochi mesi prima di morire e che a noi, come familiari, è sembrato d’eccellenza. E dall’altra, senza voler accusare o denunciare qualcuno, per cercare in qualche modo di segnalare, per migliorare, i comportamenti di alcune figure professionali. Mio suocero è morto il 6 settembre u.s. ed ha dializzato a Gallipoli, dove il personale tutto, dai tecnici, infermieri e i medici, hanno dimostrato, verso una persona sofferente,  tanta comprensione, disponibilità infinita e umanità, che oggi non è poco per familiari e pazienti.

Da questo ne è scaturito un encomio scritto,  ufficiale, con targhetta in pergamena, che abbiamo consegnato ai bravi medici del servizio di dialisi.

Ma purtroppo in questa mia si rende doveroso evidenziare come nel nostro peregrinare nei vari reparti della provincia, abbiamo incontrato non poche difficoltà e disservizi dovuti ai tagli ed accorpamenti di ospedali, che una politica reg.le, bieca e malvagia, sta praticando contro il diritto alla salute delle nostre popolazioni. Per non dire di comportamenti personali, di alcuni sanitari, che spesso esulano dalle inefficienze strutturali, e che vanno ricondotte solo ad atteggiamenti individuali, di alcuni. Come quei medici che per tre volte avevano dimesso mio suocero, e poi fatto rimanere in reparto perché litigiosi tra di loro, non riuscivano a mettersi d’accordo sulle condizioni effettive del paziente. Oppure potrei dire di quel primario che ha sempre negato il nostro familiare avesse contratto in dialisi (non a Gallipoli ovvio) epatite C e poi gravemente ammalato.

Ma qui sarà la magistratura a stabilire verità e giustizia.   

O ancora di quel medico, in un altro reparto, che si è dimostrato verso mio suocero che soffriva, burbero e scontroso. Spesso il servizio dialisi, e noi stessi come familiari, abbiamo chiesto quando stava male il nostro congiunto se fosse possibile praticare una paracentesi per alleviare,  anche se momentaneamente, quel corpo sofferente. E c’era chi accampava pretesti. Alle volte rivolgere un sorriso o una parola di conforto per un paziente che sta male, è come attenuare un dolore fisico. Dico solo questo ai medici e, non solo medici anche miei colleghi infermieri, a chi non riesce a comprendere le sofferenze degli altri: in un ospedale, molti anni fa, c’erano alcuni baroni che dispensavano sorrisi e riservavano stanze solo a chi, pazienti e familiari, si dimostrava “generoso” con loro, con cibi piacevolmente freschi.

La saluto cordialmente, direttore.

Maurizio Maccagnano – Galatone

Gentile Redazione Le mando questo mio semplice scritto, veda se ritiene utile pubblicarlo, grazie.

Tasse e servizi.

Pagare le tasse è un dovere per tutti i cittadini, è anche un bel modo civile per avere dei servizi.

Come dovremmo sapere tutti le tasse che i cittadini pagano, servono per avere tanti servizi e possibilmente ben funzionanti ed efficienti.

A livello locale, scuole, asili nido, manutenzione delle strade, acquedotti, fognature, centri sociali per anziani, case di riposo e molti altri servizi.

A livello nazionale, esercito militare, forze per la pubblica sicurezza, servizio sanitario nazionale, istruzione e formazione, università, trasporti, infrastrutture sul territorio nazionale, protezione civile, ambiente, salute e tantissimi altri servizi.

Se tutti pagassero il dovuto, si pagherebbe di meno tutti e si avrebbero più risorse per avere servizi migliori.

Cari giornalisti e mezzi d’informazione vi chiedo, fate più informazione, formazione, con più trasparenza e obiettività.

Vi chiedo anche perché non dite che chi evade il fisco, chi porta i soldi all’estero, quelli che fanno il lavoro nero, i corrotti, il mal affare, i mafiosi, perché non dite che tutti questi che fanno cose illegali, godono dei servizi che pagano con le tasse i tanti cittadini onesti.

Perché non dite che questi disonesti se vogliono godere dei servizi pubblici, se li dovrebbero pagare.

Cari giornali e tutti mezzi d’informazione, uscite dal generico e delle discussioni inutili, entrate in merito al dovere delle tasse, che vanno pagate, fate chiarezza trasparente, limpida, servirebbe per far crescere la  coscienza e consapevolezza nei cittadini del bene comune, che è un nobile dovere civile e sociale pagare il dovuto.

E ne trarrebbero vantaggio tutti i cittadini, il paese e tutta la società.

Francesco Lena  – Cenate Sopra ( Bergamo)

Gentile direttore,

ho molto apprezzato l’inchiesta su Gallipoli fatta da Piazza Salento.

Da salentino a Roma credo che il giornalismo locale abbia funzioni e responsabilità non inferiori a quelle della classe politica sulla costruzione del dibattito pubblico e sulla crescita culturale del territorio. C’è bisogno di coraggio e verità.

Anche per questo ho pensato di citare una parte dell’inchiesta in un articolo a mia firma su Tap per Strade, una testata nazionale da sempre impegnata in battaglie contro l’irrazionalità e per l’innovazione (link qui: http://stradeonline.it/innovazione-e-mercato/3040-tap-per-fortuna-cresce-il-salento-ancora-no)

Un cordiale saluto e buon lavoro,

Michele De Vitis – Roma

Non bastano due giorni di tramontana di fine agosto a cacciar via l’estate. Già si parla di una settima ondata di caldo intenso fuori dalle medie stagionali. Prevista ancora afa e quindi aria condizionata a go-go. D’altronte , così è l’estate, guai a dirne male.  “Ci dice male de la state, dice male de mammasa” e ancora “Ci dice male de la state, ulìa mpicatu” così ammoniscono gli antichi modi di dire.  In fondo “Ddo fiate a ll’annu, nu vvene la state”, meglio, quindi, godercela, quando c’è con tutte le sue caratteristiche, afa e siccità comprese. Anzi, “Pregamu lu Petreternu, la state cu èggia state, e lu jernu cu èggia jernu” perché “Se lu jernu nu jerniscia, la state nu statiscia”. Inutile accanirsi dietro le previsioni meteo facendone oggetto di continue dissertazioni, da quello che si ricava dalla saggezza popolare in estate le cose devono andare prorprio come vanno. Se è agosto, ci deve essere sole e tanto caldo e non bisogna lasciarsi ingannare da qualche nuvola passeggera: “Nule de state e sserenu de jernu, nu ffare ffidamentu”.  Non sempre l’acqua, che viene spesso invocata,  è una benedizione. Tutt’altro: “ Acqua de state la piscia lu diaulu” e “Acqua de state, pisciazza de Lucifero” e quindi  beato chi la sopporta: “Acqua  de state, jata a cci la pate”

In conclusione, l’estate è una bella stagione, perché anche chi è in difficoltà riesce a vivere dignitosamente, accontentandosi di poco e in buona salute:“La state è la mamma de li puareddi” perché “La state fannu latte puru li ceddi”.  Non manca l’esortazione ai contadini a continuare a impegnarsi nei lavori dei campi e a programmare l’attività dei mesi successivi perché  “Ci dorme la state, disciuna lu jernu”. Esortazione fatta propria dalle operose massaie impegnate nel sole estivo a seccare  pomodori, zucchine e peperoni per gustosissimi piatti nelle giornate fredde d’inverno.

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Patience Gray e Norman Mommens a Spigolizzi

Patience Gray e Norman Mommens a Spigolizzi

SIMU SALENTINI. Nell’anniversario dei cento anni della nascita di Patience Gray, è uscita la biografia di questa donna straordinaria: “Fasting e feasting, the Life of visionary food writer Patience Gray”, scritta dal giornalista statunitense Adam Federman. Il volume, pubblicato dalla Chelsea green publishing, è stato presentato a Londra il 3 luglio. All’inizio degli anni settanta, Patience Gray, scrittrice, giornalista e artista inglese, e il suo compagno, lo scultore di origine fiamminga Norman Mommens, si stabilirono sulla serra di Spigolizzi, nelle campagne di Salve, in una masseria del XVIII secolo, in stato di abbandono da diversi anni. La resero abitabile, ma non vollero mai la corrente elettrica. L’illuminazione era fornita dalle lampade Aladdin a petrolio o dalle candele. Solo anni dopo, un amico tedesco installò sul tetto due pannelli solari, che fornivano sufficiente energia per due lampadine a basso consumo, una nello studio di Patience e una nella cantina, dove conservavano un vino glorioso che producevano con l’aiuto di un gruppo di amici. A Spigolizzi, per oltre trent’anni, i giorni furono scanditi dal ticchettio della Olivetti Lettera 22 di Patience e dal tintinnio del martello e dello scalpello di Norman, ma anche dai ritmi imposti dal lavoro nel campo antistante la masseria, dominato dalla statua del “Gran pazzo” eretta sul perimetro dell’antica aia circolare. Qui, Patience ha portato a compimento Honey from a Weed, Fasting and Feasting in Tuscany, Catalonia, The Cyclades and Apulia (Prospect Books, Londra 1986), un libro di cucina e cultura culinaria mediterranea unico nel suo genere. L’opera, che ebbe un notevole successo e lusinghiere recensioni, e che continua a essere ristampata, ha avuto una gestazione di quasi vent’anni. Nel corso di lunghe peregrinazioni tra Carrara, la Catalogna e la Grecia, al seguito della “insaziabile fame di pietra” del compagno scultore, Patience aveva raccolto un numero impressionante di ricette, dalla viva voce di massaie, contadini e cuochi delle locali trattorie, confluite in quello che è universalmente considerato un capolavoro. Norman morì l’8 febbraio del 2000, Patience lo seguì cinque anni dopo, il 10 marzo 2005. Ambedue riposano nel cimitero di Salve. Adam Federman ha trascorso due mesi a Spigolizzi, ospite di Nicolas Gray, figlio di Patience, e di sua moglie Maggie Armstrong, che dopo la morte di Norman e Patience si sono stabiliti a loro volta alla masseria. Ha avuto la possibilità di consultare anche il copioso carteggio lasciato dalla scrittrice, centinaia di lettere scambiate con amici, famigliari, editori, scrittori, giornalisti e artisti di mezzo mondo. Recensendo il volume, William Boyd, autore di “Una dolce carezza” e “Ogni cuore umano”, parla di “un libro illuminante su una donna straordinaria, cuoca e scrittrice. La vita intensa Patience Gray sembra aderire perfettamente alle sue idee visionarie e rivoluzionarie sul cibo, la cucina e il mangiare. Dovrebbe essere considerata una figura totemica dell’arte culinaria del nostro tempo.” Federman ha anche intervistato molti di coloro che l’hanno conosciuta, qui nel Salento e altrove, delineando il ritratto di una donna affascinante, intelligente e versatile.

luigi mariano con neri marcoreSIMU SALENTINI. A quasi un anno dalla sua pubblicazione e dopo il “Premio Lunezia doc” 2016 ritirato a luglio a Marina di Carrara, “Canzoni all’angolo” (Esordisco/Audioglobe), il secondo cd del cantautore di Galatone Luigi Mariano, riceve un secondo, inaspettato, riconoscimento: il Premio Civilia “Zingari felici”, giunto quest’anno alla sua seconda edizione. Di fatto, il premio conferito al miglior album di un artista salentino 2016. Nella prima edizione la targa era andata a Carolina Bubbico con il suo “Una donna”. L’associazione Civilia, molto attiva nel valorizzare la canzone d’autore a partire dagli artisti del territorio, ha ideato da un po’ di tempo il Premio Civilia, all’interno del quale nasce (l’anno scorso, appunto), il Premio “Zingari felici” riservato ai dischi.

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Una buona fetta dell'impegnativa torta chiamata turismi (balneare, religioso, culturale, giovanile, ambientale, crocieristico...) è stata riservata l'altra sera a Gallipoli, durante un'assemblea plenaria, al...