Rocco Cataldi il primo, poi Greco e Ravenna

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Rocco Cataldi

Simu Salentini. Il Novecento ha regalato a Parabita ed ai parabitani un personaggio della cultura dalle grandi doti artistiche ed umane, il “maestro” Rocco Cataldi, ricordato negli ambienti letterari di Puglia come il “poeta del Sud contadino”. Scrivere di Cataldi, è come rileggere un libro aperto senza segreti, gustato pagina dopo pagina, rima dopo rima con le sue parole “terra terra”. Sono versi, quelli di Cataldi, che se da una parte fanno camminare l’autore “tisu” per avere un nome “onuratu e na poesia”, dall’altra regalano insegnamenti e piccole gocce di vita.

È datata marzo 1949 la prima opera pubblicata dal poeta parabitano, il quale dalle rovine di una guerra appena conclusa trovava l’ispirazione per far conoscere la sua “nobile” penna. “Parabbita è schiantata su n’artura/ E se standicchia janca cu lle vie/ Te menzu monte finu a lla pianura/ Tra fiche, ficalindie e tra l’ulìe…”. È il verso con cui Cataldi, allora appena ventiduenne, apre “Robba Noscia” (Editrice Bruzia, 1949) riservando un doveroso atto d’amore alla sua Parabita che ha sempre amato, ed alla quale si è costantemente riferito tra pubblicazioni edite in lingua ed in vernacolo. Sono, quelle di Cataldi, parole che incorniciate dal dialetto parabitano incidono ed influiscono maggiormente. E quindi diventano vive.

La sua opera oggi è stata raccolta da due poeti parabitani che ancora attraverso il vernacolo esprimono il mondo rurale e contadino, le cui tradizioni riemergono in rima da un romantico passato.

Giuseppe Greco, noto anche con lo pseudonimo di Josè Amaz Greco, scrive una lirica d’autore. E per questo riceve premi e segnalazioni da ogni angolo d’Italia. Gli ultimi dall’associazione “Amici dell’Umbria – Agostino Pensa”, alla 29esima edizione del concorso letterario “Premio Augusta Perusia – Grifo d’Oro” per il componimento “Poesie di Carta” (il 6 agosto scorso) e dal 37esimo premio “Assisi” del 7 agosto scorso con la poesia “Ulia ‘bballu cu ttie”.

Giuseppe Greco ha al suo attivo la pubblicazione di un volume di poesie-colori-parole, “Traini te maravije, misteri te culori e tanti jaggi”, edito nel 2008 sotto l’egida dell’associazione culturale Progetto Parabita traverso il quale sono “pittate” liriche intense  e profonde che colpiscono la fantasia del lettore.

Evadono dalle concezioni rigide della metrica propria di Rocco Cataldi, ma offrono sfumature e vibrazioni uniche e particolari.”Ommu te jentu” è il titolo di una sua poesia che  dà un’idea dello stile di Greco:”Ci viti/ca la notte se lluntana/quandu sprasceddri/lupi/apri vasazze/e pane e cipuddha/cconsa taula/Ogni annu faci ‘i cunti/cu la vita/ommu te jentu/ e tiri a ngalla/masci te cartune/te senti vecchiareddhru/intra nu puzzu/t’acqua te mare.

Popolare è invece la poesia di Tommaso Ravenna, che cogliendo dalle tradizioni e dagli usi della cittadina, “nu picca te quai, nu picca de ddhai” (che è il titolo di una sua raccolta recentemente pubblicata)rievoca mondi lontani di un passato che rivive grazie alla magie dei suoi componimenti.

“Dai suoi versi – ha scritto di lui il critico Gino Pisanò – emerge la sua lettura del mondo, di un mondo che, forse, qualche volta gli ha voltato le spalle e al quale egli, “saltimbanco dell’anima”, senza acrimonia si volge, conciliato e sereno, parlandogli quasi per gioco piano. Anzi pianissimo”.

A definire la poesia di Ravenna contribuisce  anche in modo sintetico una recensione di Paolo Vincenti riferita alla raccolta “Nu picca ‘qquai, nu picca ‘ddhai – Rime in vernacolo salentino”: “Versi semplici, cantabili, diretti, che vengono dall’anima. Versi che non cercano la “pompa magna”, che non cantano i “bossi ligustri o acanti” dei “poeti laureati”, come direbbe Montale, ma “li gigli, li carrofuli, le rose”, quei “Fiuri e ffrutti”, molto meno nobili, come “lu limone” ma che, proprio come i più noti “limoni” montaliani, sono alla portata di tutti.

Intrisi di ironia e, a volte, di tenerezza, questi versi sono espressione del piccolo mondo del poeta, che sembra che se ne infischi dei falsi miti della poesia “impegnata”, così lontano dai grandi temi come la fame nel mondo, le guerre, la pace, la lotta politica, che sono estranei alla sensibilità delicata, un po’ fanciullesca del poeta Ravenna. Lasciatemi divertire, sembra che l’autore voglia dire, citando Gozzano”.  L’eredità di Cataldi è stata raccolta.

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