Quel negoziatore che tratta con tutti ma a fin di bene

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Rocco Angelè in Pakistan

Matino. Rocco Angelè è stato un ragazzo che come molti, è emigrato giovanissimo: «Sono andato via da Matino a 16 anni, poi mi sono diplomato e ho lavorato a Ginevra fino al ’74». Nel ’78 torna a Matino ma riparte due anni dopo. Per un futuro che non poteva immaginare.

Matinese d’origine e ora cittadino del mondo, due lauree, una in Economia conseguita a San Diego in California ed una a Makerere, in Uganda in Scienze sociali; sei lingue tra cui lo swahili ed un lavoro che è prima di tutto una missione. Il suo compito è seguire i progetti finanziati dalle multinazionali e dalle organizzazioni non governative di tutto il mondo, attuati in zone di conflitto.

E’ stato rappresentante dell’Italia in più occasioni e dopo anni di esperienza sul campo, da luglio 2010 si occupa di formazione e consulenza nella stesura e gestione dei progetti per conto del governo tedesco e Usa. Seguire un progetto significa saper negoziare non solo con le autorità locali e soprattutto con i capi dei gruppi ribelli, ma anche conoscere a 360 gradi la situazione politica e sociale di un territorio e saper prendere decisioni in casi di emergenza.

Le prime esperienze, lo portano in Africa e nel 1984 inizia la collaborazione con la Croce rossa internazionale che durerà 14 anni. Durante questo periodo vivrà un cambiamento, una tappa quasi obbligata per chi fa questo mestiere e lui lo sa bene:  «Pur lavorando nel sociale ho dovuto imparare a diventare insensibile, per assicurarmi di portare a termine i progetti». Era il 1985 in Etiopia, gli anni della grave carestia «A volte ci si trovava di fronte anche a 500mila persone, denutrite, ammalate e da capo delle operazioni – racconta – dovevo decidere chi poteva essere recuperato nei centri di riabilitazione nutrizionale e chi no». Una scelta terribile ma necessaria, per salvare quante più vite possibile.

Ogni suo racconto assume le sembianze di un film e invece si tratta di storia vera, vissuta sulla propria pelle, come il sequestro subito nel 2006, il 24 dicembre:  «Ero di ritorno a Juba, dopo aver consegnato 70 tonnellate di farmaci a Torit, centro della resistenza nel Sud Sudan; fui attaccato da un gruppo composto anche da ragazzini tra i 10 e gli 11 anni e in quell’occasione mi servì molto l’esperienza in Afghanistan, capì subito la situazione e mi fermai». Per fortuna dopo due giorni di prigionia fu liberato.

In alcune zone il rischio è altissimo, in alcuni paesi è indispensabile circolare con auto blindate, come in Pakistan, dove a febbraio dovrà recarsi per conto del Ministero tedesco della cooperazione. «Dopo tante difficoltà la soddisfazione è quella di riuscire a recuperare i feriti – conclude Rocco Angelè – realizzare servizi e a dare formazione, perché la pace è molto più della fine della guerra».

Maria A. Quintana

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