I riti salentini legati alle feste dell’Immacolata e S. Lucia

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la pastorale a Parabita

la pastorale a Parabita

SIMU SALENTINI – Natale è alle porte e i salentini sono pronti a festeggiarlo, nel rispetto di una serie di tradizioni che puntualmente si ripetono di anno in anno  e si tramandano alle giovani generazioni. In questo periodo di Avvento (dal latino “adventus”, venuta), che inizia il 29 novembre e termina a Natale, per la Chiesa il giorno più importante è l’8 dicembre, festa dell’Immacolata. Dal 29 novembre al 7 dicembre i fedeli si preparano a festeggiarla partecipando alle “novene”: per nove giorni, svegliati dal dolce suono della pastorale,  si recano in chiesa intorno alle 5,30 del mattino, assistono alla celebrazione della messa, interpretano canti religiosi e recitano preghiere in onore della Madonna.

In realtà a Gallipoli  le note della pastorale, composta da un autore anonimo, si incominciano a sentire già a S.Teresa (15 ottobre) in virtù di una tradizione che si racconta: la santa, sul letto di morte avrebbe espresso il desiderio di ascoltare le note della Pastorale gallipolina. Per questo il giorno della sua festa le note natalizie cominciano a diffondersi nel centro antico. La pastorale viene ancora eseguita nelle vigilie di S. Cecilia (22 novembre), Sant’Andrea, (30 novembre), Immacolata (7 dicembre), S. Lucia (13 dicembre), 24 dicembre, vigilia di Natale. Le pastorali vengono suonate in tutti i paesi salentini, d’altronde costituiscono la colonna sonora del Natale.

Tornando al rito delle novene bisogna aggiungere che in passato vi partecipava gran parte della popolazione contadina che al termine della messa si recava al lavoro nei campi. Per la vigilia dell’Immacolata era obbligatorio il digiuno: si poteva mangiare solo la puccia con le olive nere o con le “passule” (uva passita) o con le sarde sotto sale, preparata in casa e cotta in un forno di pietra. Verso sera cessava il digiuno e si cenava con  “lu stoccapesce cu li jermiceddhi” (lo stoccafisso con i vermicelli), poi, dulcis in fundo, con le “pittule” intinte nel vino cotto o nel miele. In alcuni paesi, finito di cenare, in tanti si munivano di fiaccole e partecipavano alla processione che portava nelle principali strade del paese la statua della Madonna, seguita dal parroco e dai musicanti che suonavano la pastorale.

I salentini sono molto devoti anche a Santa Lucia (13 dicembre), considerata la protettrice della vista, a cui si rivolgevano per ricevere la protezione degli occhi. Un antico proverbio dice: “Santa Lucia te dae la luce de l’anima e de lu corpu”. Le chiese sono affollate di fedeli che ricevono sulla fronte il segno della croce, tracciato dal sacerdote con dell’olio benedetto. In alcuni paesi, come Alezio, il richiamo alla luce viene ripreso dai falò che vengono accesi per le strade. Anche il rito dei falò era nel passato molto comune e coinvolgeva tanta gente impegnata a raccogliere legna per la costruzione di quella “montagna di fuoco” i cui resti, i carboni, venivano messi nel braciere per riscaldarsi.

Gabriella Gnoni

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