Quante sono le patrie del ritmo del rimorso?

Taranta

Non c’è dubbio che la pizzica è l’operazione glocal più riuscita, la risposta alla globalizzazione più sentita, dal momento che i suoi caratteri, anche per chi è all’oscuro della sua genesi, sono stati preservati dall’essere in un certo qual modo  “musica liturgica del tarantismo”. E se è vero che la tradizione viene riscoperta per permettere ad una cultura di proteggersi, allora di certo le radici identitarie di quella salentina devono essere ben sicure,

Non si contano, infatti,  gli studi che negli ultimi 30 anni sono stati fatti intorno a quella che, specialmente in questi mesi, è la colonna sonora dell’estate salentina e che troverà la massima espressione nel concertone finale della “Notte della taranta” a Melpignano il prossimo 24 agosto. I centomila e più che balleranno la pizzica nella spianata dell’abbazia degli Agostiniani non saranno a conoscenza dell’origine terapeutica della musica collegata al culto di S. Paolo e all’acqua che dà la salvezza, (a Melpignano scorre vino, non acqua)  ma sono consapevoli di partecipare ad un rito che ha nella sua ripetitività un elemento portante.

Se Galatina, dopo il viaggio di De Martino e la pubblicazione de “La terra del rimorso”  rimane la sede più documentata del fenomeno delle tarantate e della loro guarigione,  successive indagini hanno portato alla luce altre realtà che ci danno l’idea dell’intero Salento morso e ri-morso dalla taranta.

Sono stati abbattuti anche alcuni punti certi come quello che voleva la taranta “rurale” che pizzicava le donne in campagna nei mesi estivi. C’è, infatti, anche quella urbana e riguarda proprio Gallipoli. Nel 1700 Riccio scriveva che  “le donne del popolo basso abitare sogliono in camere a piano terreno, e talor più profonde, ed in vichi stretti, e più abitati da simil a loro. Caggionan così lordura in siffatte strade, e ne avvengono ostruzioni ed infezioni di visceri, di nervi, capogiri ed umor malinconico. Credendo pertanto essere morse dalla tarantola ballano due o tre giorni”.  Questo di Gallipoli è l’unico ragno urbano che si conosca, gli altri sono rurali.

Un altro luogo comune che è stato ridimensionato è il collegamento con S. Paolo,  il santo che a Malta sconfisse il morso di una vipera e che ha fatto pensare ad un culto speciale nel Salento. Uno studio di qualche anno fa di Mario Cazzato dimostra invece che il culto di S. Paolo era marginale non solo a Galatina, ma in tutto il Salento.

Nella Grecìa salentina solo Soleto presenta una cappella votiva la cui presenza è documentata prima di quella di Galatina; nella diocesi di Lecce erano registrate due cappelle nel capoluogo nei pressi dell’attuale S. Croce (ora scomparse), e una ad Acaya che risale all’800 e che ha dato il via ad una ricerca di Pierpaolo De Giorgi e Antonio Fasiello; nella diocesi di Nardò esistevano due fondazioni religiose dedicate a S. Paolo, tutte e due scomparse. Il più antico riferimento al santo si trova ad Alessano. Marginale, quindi, il culto per S. Paolo e tardivo il collegamento con il tarantismo.

Ma ora in tutte le piazze nessun santo è invocato più di “S. Paolo delle tarante” nelle innumerevoli versioni di pizziche che siano quella di Galatone, di Aradeo, di Acaja. Dal morso e dal ri-morso della taranta  il Salento  non vuole guarire. Ci sono nuovi morsi simbolici, nuovi disagi che il ritmo della musica, almeno per una notte, tenta di ricacciare.

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