Quando il popolo cantava così

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Era il 1934 e la sezione corale del Dopolavoro di Gallipoli partecipa alla II Mostra del mare nell'ambito della V Fiera del Levante. In occasione del Convegno nazionale della pesca meccanica ecco la raccolta di canti "tramandati di generazione in generazione" e cantati dal popolo

Simu salentini. Le canzoni popolari, da sempre, hanno affascinato i gallipolini. In questi canti il popolo si immedesimava nella realtà della vita quotidiana e al canto affidava le sue speranze, i suoi miti, le sue infinite tribolazioni, la sua arguzia, la sua amarezza, il suo riso scintillante. Il tutto espresso con il dialetto piegato a tutte le necessità dell’espressione, ricco di sfumature, ora tagliente, ma sempre armonioso.

Ecco allora che, pur improvvisando i versi, bastava una semplice chitarra e una buona voce per dedicare, magari sotto la finestra e al chiaro di luna, una bella e romantica “serinata”. Salvo incidenti di percorso, sotto forma di “sicchi t’acqua”,  da parte di vicini di casa infastiditi da quel, a volte, lamento.

Nicola Patitari che è stato tra i massimi poeti gallipolini dell’800, si cimenta nella canzone e compone una poesia “Baccu Tabaccu e Venere” da musicare. In questa canzone, come scrive Federico Natali nella sua pubblicazione “Nicola Patitari – Poeta dialettale gallipolino dell’800” “c’è l’espressione della più congeniale e schietta filosofia del Patitari che si configura come serenità di una vita semplice sottratta alle tentazioni della grandezza e del prestigio, dell’avidità di onori e ricchezza e confortata solo da un sano edonismo e da un contenuto erotismo”

La canzone fu composta e cantata per la prima volta in occasione della Festa del mare nel 1890 in onore di Antonietta de Pace. Pare addirittura che lo stesso poeta la volle cantare accompagnato da mandolini e chitarre, seduto su una barca con la luna che faceva scintillare il leggero sciabordio, a ridosso del ponte, mentre la stessa eroina passava da lì. Successivamente alla canzone è stato cambiato il titolo diventato così banalmente “Rumasuje de mare”. Per molto tempo la canzone è stata attribuita ad autore anonimo. Ecco perché non porta il titolo originale.

Nel 1934 la sezione corale del Dopolavoro di Gallipoli, animatore Ettore Vernole, partecipa alla II Mostra del Mare nell’ambito della V Fiera del Levante. In occasione del Convegno nazionale della pesca meccanica, il coro, nel costume tradizionale dei pescatori gallipolini, si esibisce nell’esecuzione, si legge nel frontespizio dell’opuscolo, di “versi e nenie originali ed originari dei secoli scorsi, tradizionali fra i pescatori di Gallipoli,  tramandati di generazione in generazione, ed ancor freschi e vivi, e cantati dal popolo”.

Il popolo gallipolino con i canti esprime malinconia e angoscia, amore e nostalgia. Ma molto spesso s’intravede l’amore per il paese natio, come in “Barcarola”: “Spalanca l’occhi e resta stralunatu pe lu trisoru de baddizzi nc’è”. Temi ricorrenti  sono la vastità del mare, il silenzio argenteo delle notti di luna, il mormorio della risacca. “Quistu celu e quistu mare, su’ le cose le cchiù rare” Canzoni che spesso sanno di dichiarazioni d’amore per Gallipoli e per i frutti del suo mare, che solo ad assaggiarli, canta il Patitari nella sua canzone, danno felicità: “Ostrichi, rizzi, cocciuli e patedde; cuzziddi, carapoti e cannulicchi”

Canto di passione e sofferenza “Lu rusciu de lu mare” riconducibile alla tradizione gallipolina, con canto lento  e straziante, che meglio si addice alla storia. Infatti il canto narra di un amore impossibile tra la figlia di un re ed un soldato, nel periodo in cui Gallipoli era occupata da Turchi e Spagnoli, storici invasori di questa terra.

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