«Eravamo in mano ai boss albanesi»

Casarano. In mano alla mafia albanese, tanto da dover sottostare ai loro ordini pena pesantissime rappresaglie nei loro confronti ma anche nei confronti di altre persone. La tesi difensiva dei quattro fratelli Primiceri, finiti lo scorso settembre in carcere per traffico di droga sulla linea Albania-Italia, è chiara ed è fissata in un memoriale e nelle dichiarazioni rese al magistrato di Lecce, dottor Giuseppe Capoccia, da Luigi Cosimo, Salvatore, Osvaldo Cosimo e Ezio, tutti tra i 48 ed i 43 anni, oggi tutti e quattro ancora agli arresti ma in casa propria.

Dopo una prima fase in cui i fratelli Primiceri – a capo di varie attività legate ai trasporti su gomma e su nave, con una trentina di dipendenti sparsi tra cinque società tra Casarano e Matino – avevano deciso di non rispondere alle domande, in questo consigliati dai loro avvocati,  hanno deciso di raccontare la loro verità.

Sarebbe l’acquisto del traghetto “Veronica”, 1.600 tonnellate di stazza, a determinare in negativo la svolta negli affari delle avviate società di trasporto, che avevano conosciuto e  subito il boom ed il declino del settore calzaturiero di Casarano e del Basso Salento. La riconversione non era stata agevole neanche per loro, ancorati ad un bussiness che sembrava dal futuro garantito, come quello delle scarpe. La nave, insieme al crollo delle commesse delle fabbriche di questo territorio, si era rivelata un affare mangiasoldi, a cominciare dalle riparazioni costosissime.

Per trovare il denaro necessario per far circolare il traghetto, i Primiceri – in particolare Luigi (a sinistra nella foto) e Osvaldo (a destra) – si erano rivolti a quella che credevano essere una banca albanese, fidandosi di un intermediario. In realtà i soldi avevano ben altra ed inconfessabile fonte, che si sarebbe rivelata di lì a poco con modalità sempre più brutali. La minaccia estrema, qualora sui tir delle ditte “Primiceri” non avesse trovato nascondiglio marijuana e cocaina, era stata quella di affondare il “Veronica” addirittura con tutti i passeggeri a bordo.  Il ricatto aveva raggiunto così il suo scopo e da alcuni anni – come dimostrano le indagini partite da Firenze nel 2007 ed i successivi periodici sequestri di stupefacenti – i pesanti automezzi delle “Primiceri” viaggiavano imbottiti di droghe, celate persino nelle gomme dei tir ma all’insaputa dei loro conducenti.

Che non si trattasse di persone con cui discutere molto i Primiceri l’avevano capito quasi subito ma quando ormai era troppo tardi, per cui non erano riusciti a divincolarsi – sempre secondo la loro versione fornita ai magistrati inquirenti – a causa dell’impossibilità di restituire i soldi avuti in prestito.

La linea difensiva ha qualche punto a suo favore proprio nelle intercettazioni fatte dai carabinieri di Roma con un’auto civetta. Ce n’è una in particolare in cui Luigi è trattenuto in ostaggio a Roma da alcuni albanesi che non avevano ricevuto quanto attendevano, cioè 184 chili di marijuana. Luigi chiama il fratello Osvaldo in preda al panico e lo implora: «Io sono bloccato qua, non mi posso muovere. Mi devi mettere a posto questa situazione perchè adesso io sono un uomo morto. Tu non sai cosa mi hanno fatto».  Osvaldo si attiva e chiama un altro albanese per chiedere spiegazioni. Quest’ultimo contatta Luigi che dice: «Non posso parla’, devi urgente sistemare tutto domani. Per favore, per la mia famiglia…Io sto qua nella merda… per favore, per favore, per favore, ti dico per favore…». «Ti do altri cinque minuti per darmi una risposta – si sente anche dire in un confronto telefonico serrato tra albanesi implicati nel traffico – altrimenti questo tuo amico andrà a quel paese…». Situazioni pesanti e difficili, con precisi e gravi reati di mezzo che possono essere soltanto attenuati ma non cancellati.

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