Le vie del centro fanno da scenario a Gesù di Nazareth

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GLI ANTICHI MESTIERI: si realizzano i cestini di vimini

Matino. Un lungo cammino verso la grotta, verso la natività, verso quella famiglia simbolo della perfezione.

È stato inaugurato il 26 dicembre il presepe vivente di Matino che replicherà il prossimo primo e sei gennaio con l’arrivo dei Re Magi. Molte persone hanno affollato le vie del centro storico nella prima delle tre giornate, a partire dall’Arco della Pietà dove, all’interno della chiesa, è stata inscenata l’Annunciazione e poi su per via Gentile per sfociare nella piazza principale, là dove si affaccia il palazzo Marchesale. Un po’ di fila alle porte di quelle che un tempo furono le scuderie, oggi sede del Museo dell’arte contemporanea, una esposizione di quadri, tra cui un’opera di Enzo Miglietta, eclettico artista e sperimentatore dell’arte verbo-visiva della seconda metà del Novecento. Tappeti persiani rossi, tendaggi, drappeggi, e odalische per il bell’Erode.

Tante le stradine tortuose e caratteristiche scalinate che hanno incantato i visitatori, sia quelli che Matino lo conoscevano, sia quelli che non lo conoscevano. Nuvole di fumo uscivano da alcune case, e l’odore non ingannava, erano pittule. Un cestaio, che si era perfettamente calato nella parte, produceva cesti in paglia.

Un presepe vivente è un po’ come andare incontro a un destino sconosciuto, non sai mai cosa ci possa essere dietro l’angolo, o in quella cantina in cui il percorso ti “obbliga” e scendere: «None nun ci scinnu, nci su surgi (topi)» – si sentiva mormorare tra la folla in attesa di proseguire. «None Uccia, tocca passamu de quai!» – la risposta del marito. Alla fine quella cantina portava nel laboratorio di un falegname e attraversandola si sbucava direttamente nella strada parallela. Un breve percorso tra una prateria di fichi d’india, sulla collina di Sant’Ermete, per incontrare contadini e pastori custodi di caprette, oche e galline e qui una domanda iniziava a sorgere spontanea tra i visitatori: ma la Natività, dov’è?

Poi l’osteria: profumo di vino novello, canti stonati, una tromba che strombazza, l’oste e un paio di persone che fingono, o no, di essere un po’ allegre.

Il percorso si chiude con la visita ai frantoi, uno dei quali con un’enorme ruota in funzione. La grotta è a un passo, indicata da una stella cometa. Qui si concentra l’atmosfera del presepe, quella che sa di fieno, di asinello e bue, di pastorelli che, irrequieti su quei posticini che devono occupare, giocano con un cucciolo di labrador.  Poi si scorgono tra le bianche lenzuola due guanciotte rosse rosse, Gesù di Nazareth, anzi il Gesù di Matino e il resto scompare di fronte a lui.

Sofia Marsano

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