Potenzialità e crisi del teatro gallipolino contemporaneo

by -
0 876

Cartolina con un dipinto di Giorgino Ferilli, realizzato per la Commedia di Uccio Piro “La fi ja de la mamma sarena” presentata nel dicembre 1977 a Lecce dal Gruppo Amatori d’Arte “La Funtana 77”

Piro: «Non c’è passione»

Simu Salentini. Negli ultimi vent’anni il teatro dialettale a Gallipoli ha subito una trasformazione. Fino al 1990 c’era stato il Gruppo teatrale della comunità del Canneto a tenere viva la memoria delle tradizioni popolari.

Successivamente, anche per il passaggio di don Santo Tricarico, dal Santuario del Canneto alla parrocchia di San Lazzaro, si organizzava in questo oratorio un gruppo appassionato di teatro dialettale. E così in seguito alla diaspora all’interno della  comunità del Canneto, si costituiva, sotto la guida del parroco, un vero e proprio cantiere teatrale con la presenza di attori esperti e all’interno del quale trovavano posto, tra gli altri,  i fratelli Casole.

Per un po’ di anni però a Gallipoli le opere dialettali latitavano. Era subentrato, tra le compagnie  il vezzo di preparare lavori in lingua e più precisamente musicals e commedie musicali. Era il periodo di “Forza venite gente”, “Aggiungi un posto a tavola”. Poi come per incanto la voglia di teatro dialettale ritornò.

Partendo dagli oratori parrocchiali e dalla scuola. Grazie alla sensibilità di alcuni docenti, tra le attività extra curriculari, trovò posto il teatro dialettale. Ed allora Giuseppe Piro, presentava nell’ambito di una edizione di “Cittascuola” “Cu lu spilu te na fotocrafia” per la regia di Gino Cuppone, seguono “Cu lu jutu te Diu”, “È rrivatu lu mumentu”. Nasce la compagnia “La curte”  all’interno dell’associazione “Città Nuova”, nel Peep 3, con la voglia di fare teatro dialettale.

Intanto in città l’associazione artistico culturale teatrale “A cumbriccula” e il “Cantiere San Lazzaro” si alternano nella presentazione di “Natale sotta susu” alias “Natale in casa Cupiello”, “Cci se face ppe li sordi”  rifacimento in dialetto gallipolino di “Miseria e nobiltà”, “Nu te pacu”. Grazie anche alla regia di Luigi Bottazzo.   Prende piede perciò la moda di tradurre le commedie del grande Eduardo. Facendo perdere però quel senso di appartenenza e di gallipolinità che arricchisce e promuove la cultura locale.

Una moda, quella di tradurre i testi napoletani, che prima non c’era. Si dice che manchino i testi. Eppure Uccio Piro ha una commedia nel cassetto che nessuno ha inteso mettere in scena mentre altri autori sono costretti ad affidare i propri lavori a compagnie di paesi vicini.

«Nella trasposizione in dialetto gallipolino di commedie famose, manca l’humus e il pathos due caratteristiche che trovi nei testi originali» – sottolinea Uccio Piro, da tutti considerato il massimo autore contemporaneo del teatro dialettale gallipolino. «Prima c’era una selettività dei testi che venivano passati al vaglio di validi professionisti e appassionati studiosi del dialetto, mentre oggi si va ad ordine sparso. Questo stato di fatto si evidenzia maggiormente tra gli emergenti autori dialettali, che dovrebbero essere i cultori della lingua e i continuatori delle tradizioni gallipoline. Quelli dei paesi vicini sono più attenti e si rifanno di più alla lingua antica».

Commenta la notizia!