Porto turistico, che schiaffo

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Veduta dal mare di Gallipoli (foto Alessandro Magni)

Gallipoli. Non è andata giù a molti gallipolini l’ultima occasione persa per dotare la città, uno dei capoluoghi del turismo nazionale, di un porto turistico.

Mentre qualcuno si attarda a disquisire se era giusto o sbagliato farlo occupando una parte del porto commerciale in declino attualmente (18 navi in tutto il 2011, zero navi da crociera) come avevano deciso gli ultimi amministratori comunali, di crisi in crisi decaduti anzitempo anche per questo, i più puntano il dito su di una classe dirigente complessivamente intesa, visto che di un attrezzato approdo turistico si parla almeno da tre decenni col bel risultato di essere di nuovo a zero.

Ecco riaffiorare allora le paure che vengano “imprenditori da fuori” a fare il bello e cattivo tempo, a sfruttare “il mare di Gallipoli” senza benefici per la città ed i suoi cittadini, e le riposte a queste opinioni.

C’è chi, come nel numero scorso di “Piazzasalento”, ha argomentato, facendo i conti con l’occupazione prodotta da un solo punto di attracco come il “Bleu Salento (imprenditore di Nardò) che dà lavoro a 21 famiglie gallipoline; chi richiama le prevedibili ricadute economiche e sociali di un porto turistico per  cantieri, riparazioni, manutenzioni, navigazione e gestione.

Romano Fiammata (Comunisti italiani) ha diffuso una lunga nota per giustificare un concetto netto: «Giù le mani dal porto commerciale», per ragioni storiche, per tradizione e per l’economia, in linea in questo caso con la precisa presa di posiszione dell’on. Barba e del Pdl gallipolino. I sostenitori di questa tesi puntano sulla ripresa in particolare del Nord Africa (Egitto, Libia, Tunisia, Algeria) per rivedere un traffico mercantile degno di questo nome.

Sul social network Facebook, il sito “rroba pe caddhipulini” registra decine e decine di commenti: in larghissima parte, perdere 12 milioni di finanziamenti non scende a nessuno “perchè altrove fanno a gara per accaparrarseli – si legge – mentre nella mia città li ottengono e poi li perdono”. «È  l’ennesima coltellata alla città», è la sconsolata espressione di un giovane. Qualcun altro aggiunge: «Vantarsi di questo (aver fatto scadere i termini entro cui utilizzare i 12 milioni, ndr) è la cosa peggiore da fare». C’è chi chiama i gallipolini alla riscossa e chi chiosa: «Ma pure che si svegliano che succede? Tra poco li rimandano a dormire con una bella 50 o 100 euro… (il riferimento è a presunti voti di scambio finora non provati, ndr)».

«Ma Otranto è meglio di noi? Si prenderanno loro i nostri soldi…» si chiede uno che rispovera così una vecchia rivalità per il primato.  In effetti di porto turistico ad Otranto si parla ancor prima che l’idea ai affacciasse qui; il sindaco Martire Schito era arrivato ad avere un progetto nel 1969. E si riparla in questi giorni in cui una società per azioni, la Condotte acqua di Roma, è pronta ad investire 60 milioni per realizzarlo  subito a sud del porto esistente (comprese le strutture a terra e 65 miniappartamenti da 60 mq con annese polemiche), gestirlo per 50 anni per poi passarlo al Comune.

Solo che Otranto ha  mille lacci e lacciuoli che Gallipoli non ha: è Sito d’interesse comunitario (Sic) marino; ci sono rotte nautiche da salvaguardare, al pari del gasdotto e dell’elettrodotto con cui ovviamente non può interferire. Infine c’è una miriade di permessi ancora da ottenere, compresa una delicata Valutazione d’incidenza ambientale. Insomma, Gallipoli poteva approfittarne. E non da oggi.

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