Pietre, cultura e soldi. Dai menhir all’architettura rurale e al design contemporaneo

Da sinistra: il menhir "Crocicchie" individuato nel 1885 da Cosimo De Giorgi all'uscita di Taviano. Oggi un monolite che corrisponde alla descrizione fatta dallo studioso si trova all'esterno del villaggio di Castelforte nel territorio di Racale.  A destra nella foto: menhir "Della Visitazione" menzionato nel 1916, anche questo dal De Giorgi. Oggi si trova alla periferia di Gemini vicino alla cappella della Visitazione (le foto sono tratte dal testo "Dolmenhir", le sacre pietre del Salento"

Da sinistra: il menhir “Crocicchie” individuato nel 1885 da Cosimo De Giorgi all’uscita di Taviano. Oggi un monolite che corrisponde alla descrizione fatta dallo studioso si trova all’esterno del villaggio di Castelforte nel territorio di Racale. A destra nella foto: menhir “Della Visitazione” menzionato nel 1916, anche questo dal De Giorgi. Oggi si trova alla periferia di Gemini vicino alla cappella della Visitazione (le foto sono tratte dal testo “Dolmenhir”, le sacre pietre del Salento”

“È fatto di pietra il mio Sud/di terribili uomini in lotta/contro la roccia da millenni”, cantava Ennio Bonea in  “Sono uno di loro” mettendo in risalto l’elemento che con l’ulivo connota il paesaggio salentino.  Sono le pietre che attraverso i secoli  ci raccontano la presenza e l’opera dell’uomo, dalle grotte ai megaliti  (menhir, dolmen, specchie), dai muretti a secco alle mura messapiche di Alezio e Ugento,  dalle torri ai merletti barocchi di chiese e palazzi. La storia del Salento si sgrana in rosari di pietre. Ce la illustrano  con ricchezza di documentazione e immagini due libri curati da Cesare De Salve: “Dolmenhir, le sacre pietre del Salento” e “Memorie di pietra, tra dolmen e menhir nel territorio del Gal Terra d‘Otranto”. Un lavoro certosino di ricerca che alla fine ha dato i suoi frutti: una esatta ricognizione di menhir e dolmen, alcuni dei quali rintracciati con grandissime difficoltà. Di alcuni si è certificata la scomparsa: demoliti e frantumati, hanno trovato utilizzo in nuove costruzioni. Intorno alla loro presenza tante leggende, anche quella che in alcuni casi ne ha determinato la distruzione: sotto la pietra ci sarebbe stato, ben protetto un tesoro, un’acchiatura, perciò bisognava frantumare le piere e scavare. Ma l’acchiatura era già nel simbolo stesso che nei secoli avrebbe dovuto testimoniare metodi di orientamento o riti funebri, legati all’idea del sacro.

Pietre dappertutto, “che si aggregano, si cercano, si compongono, come se invece  di essere pietre fossero calamite” come scrive lo storico Cesare Brandi. Se gli occhi si aprono estasiati davanti al mistero di menhir e dolmen, alla solennità delle cattedrali e dei castelli, più dimesse e quotidiane appaiono le forme dell’architettura rurale, quella senza architetti, che non ha lasciato nomi importanti da ricordare, ma che è un libro aperto in cui leggere la nostra storia. Sono stati gli stessi contadini che dissodando la terra, per renderla fertile e produttiva, hanno “liberato” le pietre  e hanno costruito muretti a secco, paiare, pagghiare, furneddi. Nasce così quella che viene chiamata anche “architettura vernacolare” realizzata in sede locale facendo ricorso esclusivamente a tecniche apprese anche per  tradizione orale. Sono costruzioni tramandate dall’esperienza di tanti “mesci paritari” che conoscevano la difficile arte di costruire senza violentare l’ambiente, anzi favorendone la tutela. Non è un segreto, infatti, che la ragnatela dei muretti a secco delle nostre campagne costituisce una formidale difesa per l’habitat naturale.

Dai pariti ai paretoni, muraglie difensive di grossi massi sovrapposti a secco che spesso delimitano i confini comunali. «Un lungo paretone – scrive Rossella Barletta citando Costantini – costituiva il confine tra la cittadina di Gallipoli e quella di Galatone e tra questa e il feudo di Collemeto; un altro paretone esisteva tra il territorio di Nardò e quello di Leverano terminando nei pressi della Torre di S. Isidoro, sul litorale ionico; un esempio alquanto interessante di paretone tuttora si può vedere nei pressi della masseria Terranova ossia nella zona collinare che si distende tra Neviano e Collepasso».

Ancora pietre in un progetto promosso da Regione Puglia, InnovaPuglia e Istituto di culture mediterranee della Provincia di Lecce: “Stone stories. Le Pietre di Puglia nell’architettura, nel design, nel paesaggio” che prevede una mostra itinerante e un documentario.  Il progetto  ascolta anche la voce dei  progettisti, degli imprenditori del settore, di cavatori, scalpellini ed edili, perché dentro queste storie c’è un tratto essenziale dell’identità del territorio. Anche dal punto di vista produttivo: il comparto lapideo pugliese consta di 1155 imprese, oltre 50mila addetti, 399 cave e che, nel 2013, ha esportato per un valore di 42,793 milioni di euro (+15% sul 2012).

Commenta la notizia!