Pe’ rinfacciu e pe’ cabbu: i modi di farsi scherno dei difetti o disgrazie altrui

Madonna delle Petrose, edicola

I modi di dire dialettali  hanno una forte carica di spontaneità, sono istintivi,  ad effetto, cercano la reazione immediata. Battute rapide e stringenti, imprecazioni, immagini colorite per colpire subito l’interlocutore. Ci sono, però, due modi di dire che denotano un fondo di delicatezza, di rispetto e quasi di pudore.

“Mai per rinfacciu” e “Mai pe’ cabbu” intercalavano con grande frequenza il periodare salentino. Il primo veniva usato, e qualcuno la usa ancora, per sottolineare un favore che non ha trovato il dovuto riconoscimento.  “Mai pe’ rinfacciu, t’aggiu iutatu” oppure “Mai pe’ rinfacciu, t’aggiu fattu ‘nu ricalu”. Il “rinfacciu” a volte, coinvolgeva anche  la sfera della religiosità e della devozione verso la Madonna e santi. “Eppuru, mai pe’ rinfacciu, l’aggiu ditta ‘na missa; su sciuta alla nuvena, su sciuta e vvinuta te Pumpei”.  Come a dire ti ho rivolto preghiere, ho fatto qualche sacrificio, non per rinfacciarti niente, ma non mi hai ascoltato. Modi di dire che apparentemente non volevano rimproverare niente, ma che invece, di fatto, rinfacciavano il favore non ricambiato.

Altro modo di dire comune era “Mai pe’ cabbu”  che significa  farsi scherno di qualcosa o di qualcuno, scandalizzarsi per qualcosa. Cabbu o jabbu è il sostantivo che si rifà al verbo cabbare o jabbare, ingannare, frodare, deridere, mettere in ridicolo i difetti altrui. Ci si poteva “fare cabbu” di qualche difetto  o deformità fisica, cosa che era considerata più grave che bestemmiare. Non “farsi cabbu” di un difetto fisico non indicava soltanto compassione e umana partecipazione, era un modo per esorcizzare e tenere lontane le disgrazie. C’è da aggiungere che chi  aveva qualche difetto fisico veniva definito come  “segnato da Dio”, come se un dio adirato avesse voluto lasciare un segno perché altri ne traessero insegnamento.

Secondo la credenza popolare era vietato “farsi cabbu” perché prima o poi il rischio  della medesima disgrazia sarebbe stato dietro l’angolo. Infatti “Te lu cabbu nnu  ci mori, ma nci cappi”, e gli anziani non si stancavano di ripetere ai ragazzi  “Nu facitive cabbu te gnenti”, detto che trovava una amplificazione in  “Nu dire te quai nu passu, percé passi e te rumpi li musi”. Il cabbu era ritenuto più potente della stessa bestemmia, infatti “cabbu ‘ncoddha e castimata no”,  e  “castima quanto oi, ma cabbu mai”  perché   “Lu cabbu ccoje e rresta, la castimata scurlisce e cate”.

Astenersi, quindi, dal “farsi cabbu” anche perché  “Cabbu e rrogna an facce te torna”  e “Ci cabbu se face, cabbu se nnuce”. Un invito alla tolleranza nei confronti di chi aveva avuto la sfortuna di avere qualche guaio fisico o aveva dovuto sopportare una situazione spiacevole, ma anche quasi una espressione di autotutela scaramantica.

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