Quell’Orazio Testarotta e i suoi epigoni

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La casa natale del poeta tavianese Orazio Testarotta

Simu Salentini. Dialetto che passione. A Taviano, il dialetto salentino è di casa e lo testimonia un nutrito drappello di poeti anche in questo primo scorcio del terzo millennio.  Ma Taviano è soprattutto la patria del poeta satirico dialettale Orazio Testarotta (alias Oronzo Miggiano) (1870  1964), autore di una vasta produzione di liriche in dialetto salentino.

Apparteneva ad una famiglia tra le maggiori a Taviano. Borghese di provincia non amò molto gli studi regolari e fu un autodidatta convinto. Ha attraversato parte dell’800 e più della metà del ‘900 cogliendone tutti i mutamenti politici e sociali su cui ha esercitato il proprio giudizio morale. Di sé amava dire: “Sono un poeta satirico e critico onesto; odiato, si capisce, dai soli disonesti”. Aveva un acuto spirito di osservazione. In lui, per dirla con le parole del critico Osvaldo Giannì, “c’è tutto l’umorismo tipico della gente del Sud”.

Alla figura di Testarotta bisogna aggiungere due contributi per la valorizzazione del dialetto. Uno è il “Vocabolario salentino della lingua tavianese dialettale antica”, scritto e pubblicato dall’artista e scrittore  tavianese, Giuliano D’Elena, per le edizioni Aesse nel 1987, 1455 pagine ,frutto di un lavoro appassionato.

L’altro è da ascrivere alla sezione “Cultura” del “Circolo Amici dello Sport” di Taviano che, per omaggiare la memoria del suo poeta-concittadino, ha organizzato ben tre concorsi di poesia dialettale salentina intitolati, appunto, “Premio Orazio Testarotta”, nel 1975, nel 1976 e nel 1983, dando alla pubblicazione due interessanti antologie di poesie in vernacolo: “Proposta”, editrice Salentina, Galatina, Aprile 1978 e “L’Incontro” Editrice Graphosette, Taviano, Aprile 1984.

Vediamo, infine, chi sono gli autori tavianesi più rappresentativi. Giuseppe Sabatino Chetta è nato a Taviano il 14 luglio 1912 ed è morto il 6 agosto 1999. La sua vena poetica era istantanea, gli veniva al momento, come un vulcano. Era, la sua, un’ironia compiaciuta e stracittadina. Non ha mai pubblicato versi.

Adamo Massaro nato ad Ortona (Chieti) il 1° marzo 1931 ma da sempre residente a Taviano. È un poeta d’occasione e spesso, in piazza, ama declamare in pubblico, qualche suo verso che sa di ironia moraleggiante come quei cantastorie che prendono in giro la nuova società tecnologica.

Netta Bruno è stata maestra elementare dal 1965 al 1998. Nelle sue liriche c’è tutta la sua nostalgia per il mondo passato. Le sue sono amare constatazioni venate di un pessimismo assai diffuso. Durante le sue lezioni non disdegnava raccontare fatti e aneddoti in dialetto che poi traduceva in italiano.

Francesca Lezzi ha un inizio poetico in lingua italiana, salvo poi ricredersi e versificare in vernacolo. Fa un uso piuttosto personalizzato del dialetto componendo versi dove prevalgono l’amore per la sua famiglia e per i tempi passati.

Antonio Lecci con i suoi versi spesso lugubri ed ermetici, di sapore vagamente pessimistico, spazia da temi attinti alla fantasia a motivi intimistici che hanno albergato nel suo animo. Roberto Leopizzi ha un fondo screziato di pessimismo che tende a posizionarlo in un mondo tutto suo, dove i colori si stemperano nel ricordo dei suoi cari.La malinconia si fa pianto interiore. Non mancano, tuttavia, momenti dove l’intimismo sparisce per lasciare libero spazio alla sua vena satirica e affabulatrice.

Infine Stefano Ria, insegnante di Economia aziendale negli istituti superiori e libero professionista. I suoi versi sono squillanti e veraci, vanno subito al concetto versificato sì che il lettore si compiace e sorride o riflette a seconda del caso. Satira e ironia vanno a braccetto nella  tessitura vernacolare.

Rocco Pasca

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