Operazione “Clean game”: vecchi amici i Padovano e Nicola Femia

RACALE. Avevano trovato il modo di collegare via internet i loro totem al circuito estero non autorizzato dai Monopoli di Stato e di riprodurre, con un controllo elettronico a distanza, giochi vietati che scomparivano come per magia all’arrivo dei controllori. Da anni, attraverso questi ed altri meccanismi (non escluso prestiti rilevanti a commercianti che poi si passava ad esigere in unica soluzione poco dopo, pena il passaggio dell’attività nelle mani dell’associazione), la vera e unica vincitrice era stata l’associazione a delinquere, capace di “far sostituire” agli esercenti gli strumenti da gioco legali con quelli fasulli, dietro una percentuale sugli incassi esentasse. All’opera di convincimento dei più recalcitranti ci pensavano affiliati dei clan Padovano di Gallipoli e Troisi di Casarano.

Ma ciò che ha maggiormente colpito e preoccupato gli investigatori sono stati due elementi: il primo, la complicità fornita al gruppo criminale da un colletto bianco dei Monopoli di Stato di Lecce. Risponderebbe al nome del leccese Dario Panico che, a conoscenza dell’attività illecita, avvisava dell’arrivo dei controllori, s’incontrava in diversi posti (lo certificano le intercettazioni) con i protagonisti del raggiro delinquenziale, dava consigli. Sul numero scorso di “Piazzasalento” dedicato a questo settore, lati oscuri compresi, il presidente del Senato Piero Grasso, già Procuratore nazionale antimafia, si era detto molto sorpreso per la facilità con cui i Monopoli di Stato concedevano autorizzazioni senza approfondire adeguatamente i profili dei richiedenti, rivelatisi spesso inaffidabili se non peggio.

Il secondo elemento è il collegamento, stretto e di lunga data, con la mafia di  Gioiosa jonica facente capo a Nicola Femia del clan Mazzaferro. Li riforniva di schede elettroniche falsificate. Per uno stock di 2.970 di queste non funzionanti e perciò restituite, dopo averle già pagate 780mila euro però, si rischia lo scontro. Interviene dal carcere, a mettere pace, Rosario Padovano, contattato dai calabresi. Salvatore De Lorenzis ci rimane male per il rimprovero del boss, ma tutto finisce lì.

Padovano e Femia, due vecchie conoscenze dei De Lorenzis. I primi, nuove leve comprese, fanno scudo ai De Lorenzis: «Loro ci rispettano e noi rispettiamo loro», dicono in una intercettazione del 2009 ad un interlocutore che invece li voleva mettere contro la famiglia racalina. è il 2006 quando Salvatore De Lorenzis viene trovato in compagnia di Nicola “Rocco” Femia, già allora ritenuto il capo indiscusso del gioco d’azzardo illegale tramite la gestione di slot e scommesse. Al gruppo di Racale – che sembra volersi ritagliare una certa autonomia rispetto ai clan storici, ma non gli è consentito più di tanto – il calabrese fornisce apparecchiature e assistenza informatica di alto livello, in grado di bypassare l’Azienda autonoma dei Monopoli e i circuiti ufficiali attraverso cui agenzie e concessionarie riscuotono un tributo da girare allo Stato, e attingere direttamente a reti internazionali tramite server fuorilegge, dove vige una sola regola: abbattere al minimo le percentuali di vincite, azzerare le grosse vincite.

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