Non soltanto ramoscello e oro giallo

Il porto di Gallipoli - foto di Emiliano Picciolo

Il porto di Gallipoli – foto di Emiliano Picciolo

Non ci sarebbe bisogno di ricorrere ai testi canonici, ai miti e alle tradizioni più antiche per documentare la sacralità degli alberi di ulivo che fanno parte del paesaggio e della storia salentina in modo incontestabile. Se anche non ci fosse la colomba di Noè (Genesi 8,10-11 ) o la gara tra Atena e Poseidone che litigavano per il dominio sull’Attica (e vinse  la dea che scelse l’ulivo mentre l’antagonista aveva portato un cavallo) a rendere sacri i nostri alberi basterebbe la fatica di secoli dei nostri contadini, quella delle raccoglitrici di olive, l’impegno a ricavare l’oro giallo e a farne, fino ai nostri giorni, l’orgoglio dei produttori.

Di significati è carico non solo il ramoscello d’ulivo, ma anche il tronco considerato simbolo di fecondità e prosperità. Per questo in Grecia era vietato sradicarli. Lisia (445-380 a.C), un logografo ateniese che scriveva orazioni perché altri le pronunciassero, in una, “Per l’ulivo sacro”  parla di un piccolo proprietario terriero che è incolpato di aver sradicato un olivo sacro dal proprio terreno. Accusa grave e infamante che una legge,  rimasta in vigore fino a IV secolo a.C. puniva addirittura con la morte (successivamente alla pena capitale si sostituiranno la confisca dei beni e l’esilio). Solone, infatti, aveva promulgato delle leggi   che proteggevano e regolavano la coltivazione, vietando agli stessi proprietari di tagliare alberi in modo indiscriminato, e addirittura la conduzione degli olivi era controllata dai “vigilantes” che segnalavano eventuali infrazioni.

Pianta prettamente mediterranea l’ulivo, diffusa dapprima dai Fenici poi dai Greci permettendo a tutti popoli che si affacciavano sul “mare nostrum” di diventare economicamente indipendenti. Furono però i Romani a diffonderne la coltivazione in tutte le terre di cui entrarono in possesso e a perfezionare anche gli strumenti di spremitura delle olive.

Per quanto riguarda la nostra provincia, si deve ai monaci basiliani (IX-X secolo), la promozione all’olivicoltura: là dove c’erano querceti o terreni incolti nacquero estensioni sempre più vaste di ulivi. L’olivocoltura si affermò con l’aumento del commercio dell’olio sui mercati europei e Gallipoli ebbe un ruolo davvero importante. Nei secoli XVII-XVIII dal porto della città salpavano centinaia e centinaia di  imbarcazioni, cariche di botti olearie destinate ai Paesi del nord Europa. Ma la produzione dell’olio doveva essere consistente anche prima, se è vero che  quando i Veneziani assaltarono Gallipoli nel 1484, la depredarono di un’enorme quantità di olio  che proveniva dalla provincia e dai frantoi cittadini che erano 35. Si deve al successo del commercio se nel 1870  si contavano 12 rappresentanze consolari  europee  nelle adiacenze del porto. Tutti dati che sono una testimonianza sul territorio della famosa affermazione di Columella “Olea prima omnium arborum est”, l’ulivo è il primo tra gli alberi. Certamente nel nostro territorio e in tutta l’area mediterranea.

 

 

 

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