Accanto ha sempre la sua Rosa

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Nino Federico, con sette nipoti avuti dai tre figli nati da Rosa

Taviano. Compirà 100 anni il prossimo 25 maggio nonno Giovanni Michelangelo Federico, da tutti conosciuto come “Nino Tringuli”. Un traguardo invidiabile, riservato a pochi.

Nonostante l’età, sta bene, è quasi autonomo, mangia da solo soprattutto gli spaghetti che arrotola con la forchetta come fosse un giovane di 20 anni, ricorda tutto quello che l’ha visto protagonista. Ha accanto la moglie Rosa, 85 anni portati benissimo, con la quale da 64 anni divide la vita di tutti i giorni. La famiglia si completa con tre figli, Carmelina, Donato e Rossana. E poi sette nipoti e tanti parenti. Nonno Nino ricorda i nomi di tutti e non si confonde mai quando deve chiamare qualcuno. Ciò che sorprende di lui è lo sguardo sorridente e limpido, gli occhi vivi e quei capelli bianchi come la neve.

Ripassa con noi gli anni della sua vita, consapevole di aver attraversato il Novecento e di essere approdato nel Terzo Millennio, l’epoca di Facebook e del mondo virtuale. «Dopo la prima guerra mondiale nei paesi del Sud si viveva in estrema povertà – ricorda –  avevano un senso il pane, i fichi secchi, i legumi, le lucerne per rischiarare le lunghe notti trascorse accanto al camino acceso».

Nacque contadino e la passione per la campagna gli è sempre rimasta. «Fino a qualche anno fa si arrampicava sugli alberi per la potatura – ricorda la figlia Rossana – rimaneva in campagna dalla mattina alla sera e, spesso, dovevamo andarlo a prelevare perché eravamo in pensiero per lui».

Poi scoppiò la seconda guerra mondiale e Nino, come altri, fu richiamato per fare il soldato. «Dagli anni della miseria si passò agli anni della disperazione – aggiunge Nino – della morte facile, della vita appesa ad un filo. Ti attaccavi ai ricordi nelle fredde notti combattute sul fronte tra l’Albania e la Grecia. Poi  i Russi ci fecero prigionieri e ci internarono a Danzica, dove cuocevo il pane di grano per gli ufficiali di Stalin. Pensavo sempre a Rosa, la mia fidanzata, della quale per anni non ebbi sue notizie».

Il 1948 arriva il matrimonio e il viaggio di nozze a Napoli. Diventa colono della ricca famiglia degli Scategni e gestisce in proprio la masseria “Fontana”, dove lavoravano 75 operaie. «Soprattutto di notte – conclude nonno Nino – rivedo pezzi della mia vita, a cui mi tengo stretto, come un autobus alla sua ultima corsa”. La vita, in fondo, è un regalo divino.

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