Nelle botti il pieno di storia

Le antiche botti delle Cantine di Matino

Matino. Uno scenario ricco di storia che affiora dalle enormi botti, ormai solo in esposizione, per la bellezza degli occhi e il ricordo di alcuni, contrapposte alle più moderne tecnologie per la lavorazione dell’uva.

È ciò che si vede andando a visitare le Cantine del Matino e scoprendo il loro passato che diventa ancor più affascinante se raccontato dalla voce del presidente, l’ingegnere Ettore De Luca. Alle spalle più di un secolo di vita e tanta storia e storie da raccontare. Era il 1899, quando  fu istituito l’allora consorzio tra produttori agricoli di Matino, che oltre al vino trattava anche tabacco orientale, grano e un piccolissimo sistema di credito agrario che nel 1900, fu vitale per molte famiglie. Una forte crisi, infatti, colpì gli agricoltori, la causa fu un parassita, la filossera, che faceva morire le piante colpendone la base.

Nel 1940 il primo importante cambiamento: «Achille Starace, nativo di Sannicola e allora segretario del Fascio, decise che tutti consorzi dovessero confluire nell’associazione consorzi agrari nazionali – racconta il presidente – questa cantina rischiava di essere assorbita, senonché in una notte fu cambiata la ragione sociale e si riuscì a salvarla trasformandola in cooperativa».

La parte del credito fu scorporata e denominata banca agricola di Matino, madre dell’attuale banca popolare pugliese. Da allora la cooperativa a Matino è divenuta un’istituzione e la qualità delle uve Negroamaro, Malvasia nera e Sangiovese, raccolte dai vigneti di Parabita, Alezio, Taviano, Casarano, Melissano, Tuglie e Gallipoli, ha dato origine ad un vino che, nel 1971, si è pregiato del marchio doc.

Certo, oggi i metodi di lavorazione sono in parte cambiati, è rimasta in vita la “vecchia” pesatrice, le “carolle” esterne nelle quali viene scaricata l’uva all’arrivo, ma fiero il presidente De Luca espone le ultime innovazioni, volte alla salvaguardia del prodotto: «È cambiato che oggi utilizziamo strumenti e metodi più all’avanguardia, ad esempio, per non disperdere i profumi del vino, la fermentazione avviene al chiuso e a freddo, così come a freddo avviene tutta la lavorazione sino al momento prima dell’imbottigliamento».

Per un vino con un bagaglio culturale così importante, anche l’aspetto della bottiglia è importante e si carica di significato. È  lo stesso presidente De Luca, amante della sua cantina e storico per passione, ad associare ad ogni nuova bottiglia una parte di storia.

Nascono così i doc Arcovecchio, nella versione rosso e rosato e Marchesi del Tufo, dalla malvasia nera Terre dei Borboni, e ancora Poseidon, ottenuto dalle uve chardonnay e pinot blanc, bianco ed elegante omaggio al mare del Salento.

Circa 20 varietà e se non sono doc, hanno comunque la garanzia del marchio igt (indicazione geografica protetta).

Maria Antonietta Quintana

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