La transessualità e la Chiesa oltre etichette e scandali. Don Salvatore Cipressa, dal libro su Giò Stajano a “L’Avvenire”

Nardò – Torna d’attualità, a parti invertite però, la diaspora tra “scienza e fede”, con don Salvatore Cipressa di Copertino, nel senso che stavolta è la fede che apprende dalla scienza, per poi mettersi al servizio dell’umanità sofferente. Non è tipo che si gira dall’altra parte per far finta di niente don Cipressa, che certi temi (quali l’omosessualità e la transessualità) li studia da tempo, quando altri con imbarazzo facevano finta di niente. Di lui ne ha parlato nei giorni scorsi anche il quotidiano cattolico “L’Avvenire”. Cinquantasei anni, don Salvatore Cipressa, prete dal 27 dicembre 1986, è dottore in Teologia morale, con specializzazione in bioetica, insegna a Lecce e a Catanzaro negli Istituti superiori di Scienze religiose, e nella Scuola triennale della diocesi di Nardò Gallipoli di Teologia pastorale. Inoltre è anche segretario dell’Associazione dei moralisti italiani (Atism), nonché collaboratore parrocchiale nella Chiesa del Sacro Cuore di Nardò e direttore diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.

Confessore del nipote di Starace, tra i protagonisti della Dolce vita. Don Salvatore Cipressa ha al suo attivo numerose pubblicazioni su riviste specializzate ed è autore di libri, tra cui “Affettività fragile”, “Bioetica per amare la vita”, “Transessualità tra natura e cultura” e – particolarmente nota anche perché il protagonista è originario di Sannicola e nipote del gerarca fascista Achille Starace, oltre che uno dei protagonisti della “dolce vita” romana anni ’60 – “La mia vita non più scandalosa- scritti inediti di Giò Stajano”, di cui l’autore è stato confessore e che descrive con un velo di commozione: “Gioacchina Stajano, in arte Giò, celebre personaggio del mondo omo-trans italico, è sempre stata etichettata come una persona trasgressiva e scandalosa. In realtà era disperatamente alla ricerca dell’identità che, dopo alterne vicende, ha trovato riflessa nell’Amore misericordioso di Dio e nella fede in Cristo”.

Il coraggio di misurarsi con temi difficili, come la frattura tra l’Io e il corpo. E’ tra i pochi teologi della Chiesa cattolica ad essersi misurato con questo problema “più scottante e traumatico della stessa omosessualità – dice – occorre stare molto attenti nell’etichettarli con formule astratte e ingenerose, perché Il transessuale è una persona segnata da una grande sofferenza. E, anche se la Chiesa non ha ancora preso in esame in modo approfondito questo problema, possiamo applicare anche a loro quanto dice il Papa a proposito delle fragilità: ‘curare le ferite’ e accompagnare con misericordia».

“Perché caricare su queste persone un fardello di proibizioni e divieti?”. “Una volta definita ‘disturbo dell’identità di genere’, la ‘disforia di genere’ è una vera e propria patologia: perché caricare queste persone con un fardello di proibizioni e divieti?”, si chiede, mentre spiega come le persone con simili problematiche sperimentano una radicale frattura tra l’Io e il corpo, che viene vissuto come estraneo e, pertanto, viene rifiutato e non amato. Non si riconoscono, cioè, né nel proprio sesso, né nel proprio corpo. Sono persone con animo e sentimenti femminili in un corpo maschile e viceversa, che, pensando di essere un “errore di natura” sono convinte di avere una “mente giusta” in un “corpo sbagliato” per poi desiderare  la trasformazione del corpo attraverso l’intervento medico- chirurgico. “Ci troviamo di fronte a una persona segnata da grande sofferenza – insiste e conclude don Salvatore Cipressa – si potrebbe applicare quanto Papa Francesco ha detto in altro contesto che bisogna cioè ‘curare le ferite’ e accompagnare con misericordia le persone facendo sentire loro la vicinanza e la prossimità della Chiesa”.

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