Morte preata nu ssente

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Il viale della Rimembranza di Alezio, che porta al cimitero

“Non c’è più tra noi; è passato  a miglior vita; è salito in Cielo; è tornato alla casa del Padre”: tutte perifrasi, giri di parole consolatori, per indicare una verità che non ammette sfumature.  È la morte, che accomuna tutti, uguale e livellatrice. Inevitabile, anche se la sola idea della morte viene esorcizzata facendo di tutto per non entrare in contatto diretto con lei: non si muore in casa, ma in ospedale, nelle case di riposo, sulle strade. E quando c’è un motivo di eccezionalità  (la giovinezza, l’eroismo involontario, una vita sotto i riflettori politici e no) la morte diventa spettacolo con un ultimo applauso, fuochi d’artificio, voli di colombe, rombi di motori.

Alla morte non si vuole pensare, ma il 2 novembre di ogni anno ci apre una parentesi di riflessione e di silenzio, con i cimiteri affollati, con i crisantemi  e il ricordo di chi non c’è più. Un giorno, una settimana, e poi si torna alla fretta di sempre. In passato ci pensavano i detti popolari a ricordare l’inevitabilità della morte, ineluttabile come il passaggio del tempo:”Mentre lu tiempu va, la morte vene”; “Ne purtamu la morte su lle spadde”; “Se campa sempre cu lla morte an canna”; “Cu lla vita cumincia la morte”. Insomma la vita e la morte, due facce della stessa medaglia perché in ogni caso:“Facennu male e sperannu bene, lu tiempu passa e lla morte vene”. E via con una serie di definizioni: “La morte nu ttene regule de tiempude urariu; nu perduna; nu perduna mancu a Cristu; num porta rispettu; num pija tiempu; sana tutti li mali; è lu rimediu de li guai”.

La “livella” non guarda in faccia nessuno  “La morte nu sparagna re de Francia e re de Spagna”; coglie tutti indifferentemente al di là della classe sociale di appartenenza: “Tuzza a lli purtuni, e ttuzza a lle porte”. Non vale nascondersi perché “A ddu te scunni, la morte te troa”; “Scappa a ddu oi, la morte a ddai te spetta”; e non c’è possibilità  per ostacolarla:” Contru la morte nu nc’è arte”; e ” Quannu la morte è vicina, nu ggiova duttore né medicina”. Non vale nemmeno invocarla perché: “Morte chiamata, cchiù tardi vene” ; “Morte preata, nu ssente mai” ;”Quannu la chiami, la morte nu vvene”  e “Tomba priparata, morte rimandata”.

In conclusione, al di là di ogni definizione,”Ttre cose de la morte nu ssai: né cquannu, né ccomu, né dde ddune”

La morte merita rispetto, ma c’è un genere che suscita una reazione differente, quella per funghi: “Cinca more de morte de fungi, o nu llu chiangi, o fingi” e ancora: “Mortu cu lli fungi, nu sse merita llu chiangi”. Come se fosse davvero una morte cercata; morire per i funghi sarebbe proprio da stupidi.

E che dire del fatto che la morte copre con un manto di pietà tutti gli errori? Che tutte le cose negative vengono dimenticate e si esalta anche colui che poco tempo prima era stato oggetto di denigrazione?  I proverbi non ci stanno e spietatamente sottolineano con un detto lapidario che la morte non cambia né addolcisce niente: “Ci è ffessa an vita, è minchia am morte”.

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