La mia Africa con la mia Vespa

Io e la mia vespa 2MedvedichGALLIPOLI. Sarà presentato sabato 17 gennaio al Joly Park Hotel di Gallipoli il libro di Stefano Medvedich  “Soli in Africa io e la mia Vespa” per la collana di libri di “Anxa” diretta da Maurizio Nocera che ha scritto anche la prefazione.
Sono più di 200 pagine su cui si vorrebbe “viaggiare” senza fare soste per non perdere con la minima interruzione la magia che accompagna il fortunoso percorso. Non si tratta dell’ansia di arrivare all’ultima pagina per scoprire come va a finire (questo lo si sa già fin dall’inizio): il protagonista tornerà a casa. Ma lo farà dopo tanti mesi (partenza a marzo, ritorno a ottobre del 2007 dopo aver incontrato in Tanzania Giovanni Primiceri, presidente dell’associazione “Arcobaleno su Tanzania”), dopo aver percorso 18mila chilometri, attraversato 18 nazioni, e soprattutto dopo aver risalito il fiume Congo per più di 1700 Km. Era quest’ultimo il sogno da realizzare perché Stefano Medvedich, all’epoca del viaggio 55enne professore di francese, aveva più volte viaggiato in Africa, era già un esperto conoscitore della storia e della cultura di quei popoli. Quello che gli mancava era l’esperienza estrema, che a conti fatti lo farà più soffrire, addentrarsi nel cuore dell’Africa nera. Più volte ritorna nel racconto l’esperienza del passaggio nella Repubblica Democratica del Congo, con i mille controlli, con le piste fangose, con  le antenne sempre vigili perché ovunque poliziotti corrotti e difficoltà da superare. Alla fine sembra che i conti pareggino: ai disagi difficili anche da raccontare corrispondono tanti episodi di solidarietà.

Perché questo viaggio? Se lo chiede e si dà anche una risposta: «Mi chiedo quale senso dare al mio viaggio; quale sia la ragione profonda che mi ha spinto ad imbarcarmi in una impresa difficile e per certi versi pericolosa». Solo desiderio di conoscere un’altra porzione di mondo? Anche questo, ma aggiunge: «Alla base agiscono anche spinte letterarie provenienti dalle mie numerose letture. Ma, nel fondo di questa avventura, c’è il desidero, in un primo momemto quasi inconsapevole… di mettere alla prova quello che sono… la persona che sono diventato in questi 50 anni della mia vita»” (pag 32). Compagna, e starei per dire quasi protagonista, è la Vespa 150 Piaggio (a cui dedica un lirico epilogo) caricata dal bagaglio indispensabile per affrontare il viaggio. Ma quello che conta è un altro tipo di bagaglio che il protagonista si porta dietro: la conoscenza dei testi dei grandi viaggiatori, la consapevolezza di essere al centro di un viaggio anche letterario, e quello che più conta la qualità che ogni Ulisse deve avere per non spaventarsi di oltrepassare le Colonne d’Ercole: la curiosità intellettuale, l’amore per l’umanità che in ogni latitudine mostra il suo volto.  Basta riconoscersi e riconoscerla negli altri. Un unico appunto: una veste editoriale poco adeguata alla qualità del testo e la mancanza di “cartine” geografiche che potrebbero accompagnare il lettore in questo viaggio che senza dubbio non è da tutti. Al professore Medvedich il merito di averlo fatto e saputo raccontare così bene arricchendolo anche con riferimenti storici.

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