La rivolta per i santuari

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La Chiesa del Crocifisso a Parabita

Parabita. C’era da aspettarselo. La notizia del divieto di celebrare i matrimoni in chiese non parrocchiali, disposto di recente dalla curia, ha varcato i confini del Salento diventando oggetto di curiosità nazionale, sul web e sulla stampa. E non stupisce che un richiamo alla sobrietà, di questi tempi, risulti quanto meno singolare.

Nemmeno i fedeli della stessa diocesi hanno, però, accolto di buon grado il provvedimento che dal 2013 in poi non consentirà più la celebrazione del rito in generici luoghi di culto. In un’infuocata assemblea svoltasi di recente presso la Basilica della Coltura, il parroco della Matrice, don Angelo Corvo, ha cercato di spiegare le ragioni del decreto ma le reazioni, anche forti, non sono mancate.

Le accuse parlano di una limitazione alla libertà personale e alla religiosità dei fedeli, di manovra a fini economici, di complotto delle gerarchie ecclesiastiche. Così una decisione che doveva risvegliare un senso comunitario ha sortito, per ora, l’effetto inverso di dividere e allontanare. Sembra cadere nel nulla anche il richiamo all’obbedienza e al buon senso. Lo stesso buon senso che, d’altra parte, rischia di mancare ogni qual volta si è cercato di fare di un matrimonio un set cinematografico.

Moquette colorata sull’altare, brani di Baglioni al posto dei canti liturgici, richieste di celebrare matrimoni sott’acqua pagando il corso da sub al sacerdote, cineoperatori che consideravano il celebrante un intralcio, statue di santi trasferite qua e là per esigenze fotografiche.

In quest’anarchia, l’eccezione era diventata la regola, e la regola un’eccezione, così la chiesa ha ripristinato una norma che esisteva già dal 1983 ma giaceva dimenticata. Chi si oppone ricorda che nella stessa Basilica, in passato, sono stati celebrati  anche battesimi e prime comunioni. «I santuari sono luoghi per la celebrazione dell’Eucarestia e della Penitenza. Di norma – ha spiegato don Angelo – non vi si amministrano altri sacramenti, se non per validi motivi di necessità o convenienza pastorale».

Fatto sta, che al momento una soluzione che accontenti tutti sembra lontana, soprattutto perché non ci sono i numeri che servirebbero a fare della stessa Basilica la quarta parrocchia del paese. Per rimarcare che non si tratta di speculazione economica, però, lo stesso parroco ha tenuto a precisare che per coloro che decideranno di sposarsi nella parrocchia da lui amministrata «non ci saranno oboli da pagare» e si proporrà di tornare a celebrare il rito anche di domenica, cosa fin’ora  ritenuta problematica a causa del ritardo, cronico, delle spose, che imponeva a tutti lunghe attese. Perché l’ordine e il buon senso devono cominciare anche da questo.

Daniela Palma

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