«Ma l’eradicamento cancellerà il batterio?»

donato bosciaDottor Donato Boscia, dirigente del Cnr che segue dagli inizi questo dramma, cosa risponde a chi dice che per individuare esattamente la Xylella ci vogliono anni e qui si sono impiegati pochi mesi?
Non capisco su che base si affermi che ci vogliono anni. Se si vuol verificare la presenza di Xylella sono sufficienti 6 ore per l’identificazione del Dna, 12 ore per un test immunoenzimatico  Elisa. La difficoltà era tutta nell’indirizzare le indagini nella corretta direzione, e per questo può bastare un’ora o non bastare dieci anni,  ma una volta avuta l’intuizione giusta il gioco è fatto e, come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, la dritta è arrivata dal professor Giovanni Martelli.
C’è chi sostiene che non si tratta di quel batterio ma di sei funghi patogeni di cui si tace “perché non si otterrebbero fondi per la ricerca cosa invece assicurata la Xylella”.
Xylella fastidiosa è un organismo con una posizione di rilievo nella black list dei fitopatogeni, posizione che si è conquistata per la sua pericolosità. Se qualcuno ha da ridire sul perché si debba fare ricerca su un ceppo non caratterizzato, insediatosi in un ambiente nuovo sia geograficamente che biologicamente, con l’epidemiologia tutta da caratterizzare, ho la sensazione che si tratti di “qualcuno” non addetto ai lavori. Quello che lascia basiti è invece il contrario, ossia il perché, al di là del finanziamento delle attività di ricerche urgenti da parte della Regione, il governo e, soprattutto, l’Unione europea non si siano ancora attivati per affrontare la questione di petto, promuovendo adeguati bandi internazionali per programmi di ricerca (a questo riguardo va tuttavia segnalato che  nelle ultime settimane concreti segnali di attenzione in tal senso stanno arrivando dal Ministero delle  Politiche agricole). Stesso discorso riguarda i funghi lignicoli potenzialmente coinvolti, insieme alla Xylella, nel determinismo del Complesso del disseccamento rapido dell’Olivo (anche se, non dimentichiamolo, Xylella non interessa solo l’Olivo), sarebbe poco saggio ignorarli.
Tra gli esperimenti alternativi in corso ce ne sarebbero due con esiti positivi, a Parabita e Torre Chianca di Lecce. Perché non seguire quella via invece degli sradicamenti e dei pesanti trattamenti fitosanitari?
Guardi, su queste cose bisogna procedere con estrema cautela, soprattutto dal punto di vista della comunicazione, la questione è molto seria e l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è alimentare leggende metropolitane che possono poi generare pericolose illusioni e, soprattutto, causare sprechi di risorse in tentativi destinati al fallimento.  Le uniche indicazioni concrete che possono essere date al momento per minimizzare i danni sono quelle contenute nelle linee guida che la Regione ha rilasciato qualche settimana fa e scaricabili dal sito http://svilupporurale.regione.puglia.it/. Riceviamo spesso segnalazioni di tentativi di cure tra le più svariate e fantasiose,  con apparenti effetti benefici e, ovviamente, non tralasciamo niente “a priori”, perché sappiamo che, a volte, è la casualità che aiuta a trovare delle soluzioni. Ovviamente è inutile dare clamore prima di avere qualche dato un po’ più consolidato, e fino a questo momento tutti i tentativi che ci sono stati segnalati sono stati archiviati dagli stessi operatori che, a distanza di qualche settimana o, al massimo, di un paio di mesi, hanno preso atto che si trattava di pure illusioni. Nel caso specifico non conosco dettagli del primo caso che cita; per quanto riguarda Torre Chianca, non ho ancora avuto modo di vedere le piante ma, a giudicare dai commenti e dalle foto che ho ricevuto da colleghi di consolidata esperienza che hanno visitato le piante trattate, temo proprio che anche in questo caso non ci sia da farsi illusioni. In questi casi mi permetta di ricordarle la grande responsabilità che ha la categoria dei giornalisti; anche se, in un momento di stanchezza, uno di noi si lascia sfuggire un commento entusiasta dettato dalla sensazione del momento, un giornalista che ci tiene al territorio dovrebbe contare fino a dieci prima di dare in pasto con titoloni ad otto colonne informazioni che necessitano di verifiche. Vengo comunque all’aspetto più delicato della sua domanda, la contrapposizione tra cura ed eradicazione. Non è il giusto approccio al problema, e deriva dalla confusione che si sta facendo sin dall’inizio tra Xylella fastidiosa e “Complesso del disseccamento rapido dell’olivo”. Xylella fastidiosa è un patogeno da quarantena della lista A1 dell’Eppo, ossia non presente in Europa. In quanto tale è soggetto a misure obbligatorie di eradicazione, in ottemperanza a quanto previsto dalla Direttiva comunitaria 2000/29, a sua volta recepita dall’Italia con il Decreto legislativo 214 del 2005. Queste sono le regole che ci siamo imposti in tempi non sospetti e che abbiamo condiviso con i partner europei. In virtù di queste regole quando succede qualcosa di analogo nei paese vicini noi, per evitare che la calamità ci raggiunga, pretendiamo che il nostro partner le applichi (salvo poi metterle in discussione quando chi deve applicarle siamo noi…). Il “Complesso del disseccamento rapido dell’olivo” è una malattia, probabilmente complessa (ossia causata dalla concomitanza di più fattori). Molto probabilmente Xylella fastidiosa ha un ruolo primario nel suo determinismo (le mappe della presenza di Xylella e quelle del Complesso del disseccamento rapido sono perfettamente sovrapponibili, e questo vorrà pur dire qualcosa), ma per sostituire il “molto probabilmente” con il “certamente”  occorre soddisfare i postulati di Koch, completare le famose prove di patogenicità. Per avere i risultati di tali prove  occorre ancora del tempo. Il problema è che alla Ue del complesso del disseccamento e delle prove di patogenicità non gliene importa un bel niente, l’obbligo dell’eradicazione non dipende assolutamente dal fatto che Xylella causi o meno il complesso del disseccamento,  ma semplicemente dal fatto che un organismo della Lista A1 sia presente in un lembo del territorio dell’Unione; un’eventuale, decisamente improbabile, smentita del ruolo attivo di Xylella nel disseccamento non cambierebbe  di un millimetro la linea della Ue. E’ curioso come, pur trattandosi di un concetto apparentemente semplice, per qualche motivo esso sfugga al dibattito in corso. La discussione in corso nelle sedi competenti sull’opportunità e le modalità di eradicazione di Xylella riguarda infatti la valutazione della possibilità che un programma di eradicazione “totale” (“soluzione finale”) possa centrare l’obiettivo di cancellare del tutto il batterio dal territorio. In genere questi programmi riescono quando si interviene in focolai di dimensioni ancora limitate. Nel nostro caso, non sono solo le dimensioni a condizionare le probabilità di successo di quel programma ma anche quella che si sta dimostrando essere l’altissima efficienza di almeno una delle specie di insetti vettori (la sputacchina), l’esistenza di  specie vegetali sensibili oltre all’olivo, forse non ancora tutte individuate, e, non ultima, l’alta incidenza delle aree residenziali sul territorio interessato, dove l’abitazione tipo è la casa singola con giardino (se, con buona approssimazione, si può pensare ad individuare le specie suscettibili nei terreni agricoli, si pensi invece a quanto possa essere irrealistico provare a censire la flora presente nei giardini privati). E’ per tale motivo che dalle dichiarazioni del Ministro Martina e dell’Assessore Nardoni sembra trasparire la volontà di evitare un intervento di eradicazione totale, dagli esiti quantomeno dubbi, ma piuttosto di azioni di contenimento e di interventi di eradicazione mirati e localizzati. E’ una volontà che io mi sento di condividere, ma che non può prescindere da una preventiva condivisione con la Commissione europea.
Quando anni fa si scoprì un focolaio di dieci ettari ad Alezio. Che cosa si fece?

Ho difficoltà a seguirla. Se parla di focolaio di Xylella, questo è stato scoperto solo lo scorso ottobre. Le poche decine di ettari in agro di Alezio, secondo alcuni, o di Parabita, secondo altri, sono solo il risultato di un tentativo di ricostruzione   fatto lo scorso anno;  con l’aiuto di testimonianze di Taviano, Alezio, Parabita, abbiamo poi affinato la ricostruzione, facendo retrodatare la manifestazione della malattia intorno al 2008.
Cosa risponde a chi paventa operazioni speculative in grande stile delle multinazionali dietro a questa vicenda?
Onestamente non riesco a vedere possibilità di speculazioni di alcun tipo. Per fare cosa poi?

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