Le radici delle nenie notturne

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Santu Lazzaru a Casarano nello scorso anno

Simu Salentini. A quale S. Lazzaro si riferiscono i cantori e i musicisti che nel periodo quaresimale in varie tappe e in alcuni paesi dell’arco ionico vanno ricordando la passione di Cristo, chiedendo generi alimentari che poi distribuiscono ai più poveri?

Non certamente al protagonista della parabola riportata nel vangelo di S. Luca (16,9-31), quella del ricco epulone e di Lazzaro mendico lebbroso, ma a quel Lazzaro di Betania resuscitato da Cristo e ricordato nel calendario ortodosso il sabato prima delle Palme.

Si tratta di un’antica tradizione mutuata dall’Oriente: nel Sinassario, che nel cristianesimo orientale è il corrispondente del Martirologio Romano e raccoglie biografie a agiografia di tutti i santi del calendario bizantino, si legge che “il sabato prima delle Palme, festeggiamo la resurrezione del santo e giusto amico di Cristo, Lazzaro, morto da quattro giorni”.

Nella Grecìa salentina, invece, si canta in grico  ancora  “I passiuna tu Christù”, un testo che narra gli episodi salienti della Passione. I cantori, accompagnati da un portatore di palma (simbolo di pace, ma anche di vittoria e di gloria), si fermavano agli angoli delle strade e cantavano le varie strofe. Si tratta, quindi, di tradizioni antiche che qualche decennio fa erano state accantonate e che ora sono ritornate perché riconosciute come componente essenziale di religiosità popolare. Si trova traccia anche  nei riti dei popoli balcanici, fino alla Romania.

Gli albanesi che nel XV secolo vennero nelle nostre terre e che parlavano naturalmente lingua albanese ma usavano il greco per le celebrazioni liturgiche,   facevano “memoria” della resurrezione di Lazzaro cantando  un canto popolare “Kalimera e Lazarit” la vigilia di Pasqua sottolineando in questo modo anche il valore di “annuncio” della resurrezione di Cristo e di tutti gli uomini.

Il canto delle tappe della passione di Cristo, almeno nella tradizione dei paesi salentini (ma esistono esempi anche in alcune regioni del Nord) terminava con la richiesta di generi alimentari che venivano e vengono distribuiti ai più poveri. Le richieste erano pressanti e adattate anche al nome e alla personalità di colui al quale venivano fatte. In un canto registrato ad Aradeo, per esempio, si dice: “E gghè rrivata la santa Pasca/ne tai l’ove te la puddhascia/E se nu me le tai ‘mprima/ne tai l’ove te la caddhina”. A Matino, invece, si cantava: “Caru Giorgi, essi qua fore/ca si’ chiamatu te lu Signore./Nunna Lucia, nu fare mosse,/ma scucchia l’ove te le cchiù crosse./Sta banimu te li Tarrisi/ci nu teni ove, ne tai turnuisi./Sta banimu macchie macchie/imu consumate le sole e le scarpe”. 

Insieme alle uova veniva chiesto anche il formaggio. La celebrazione di S. Lazzaro, infatti,  in passato aveva anche un significato nel calendario agricolo perché per la settimana santa la preparazione del formaggio doveva essere terminata.Da qui l’invocazione “Santu Lazzaru mia piatusu/’na pezza te casu e ‘nu pilusu”.

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