Gallipoli – La Xylella sottospecie Pauca parla ormai tedesco (un focolaio, eradicato), spagnolo (Alicante, Isole Baleari, in una serra in Andalusia), francese (Corsica e Costa azzurra da epidemia), oltre che salentino e pugliese: lo si evince dalla relazione svolta a Roma in questi giorni davanti alla Commissione Agricoltura della Camera dei deputati da uno dei protagonisti della ricerca, il Cnr di Bari e il dottor Pierfederico La Notte, tra risposte incoraggianti, altre deprimenti e opposizioni polemiche ormai da accantonare.

Un albero malato in due anni crea un cimitero intorno a sé L’inedita partita – con un batterio che, inserito in un nuovo contesto rispetto a quello di provenienza, ha costretto i ricercatori a cominciare da zero – si sta giocando su più tavoli: per cercare di limitare l’azione del principale insetto vettore si è arrivati a pensare di inficiarne persino l’attività sessuale, per dire che si sta lavorando a 360 gradi per trovare la coesistenza utile ed economicamente sostenibile tra batterio e ulivi, ma anche mandorli e ciliegi. Senza tralasciare uno degli elementi fonte di recriminazioni e scontri, il fattore tempo essenziale soprattutto nella zona cuscinetto: “Un alberto infetto che rimane al suo posto per due anni genera una diffusione della malattia disastrosa”, ha raccontato La Notte.

Il quadro più aggiornato del flagello che ha colpito la zona del Gallipolino cinque anni fa per poi diventare un problema italiano ed europeo, è stato presentato mercoledì scorso a Montecitorio, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla Xylella. Il ricercatore dell’Istituto  per la protezione sostenibile delle piante del Consiglio nazionale delle ricerche di Bari, ha ricevuto alla fine i complimenti per contenuti, completezza e pacatezza. L’Istituto da cui proviene è il coordinatore di numerosi progetti di ricerca di atto, a cominciare dai due a carattere internazionale, Horizon 2020 e X Factor con 29 partner, multidisciplinare e con studiosi sparsi per il mondo, da Taiwan al Brasile ed agli Stati uniti. Ha insomma la bussola in mano, dovendo interfacciarsi anche con l’Osservatorio fitosanitario regionale e nazionale e con gli organismi europei come quello sulla sicurezza alimentare (Efsa). Lo sguardo del ricercatore ha infatti spaziato sui diversi piani, con passaggi inediti o poco noti: in Italia si è giunti alla convinzione che il batterio non era più eradicabile e che quindi si doveva cambiare strategia passando al contenimento nel 2015; in Corsica e alle Baleari la “non eradicabilità” della Xylella è stata dichiarata nel dicembre scorso.

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Colpiti 22mila km quadrati in Europa Accertata la provenienza dal Costa Rica (Centro America), questa specie di batterio ha finora colpito 22mila km quadrati di territorio europeo (lo 0,5%), La strategia del tamponamento si è basata su quattro pilastri stabiliti a livello mondiale: controllo vivai, monitoraggio, inoculo, insetto vettore. Ma ricercatori e studiosi hanno dovuto fare i conti con numerosi elementi diversi da zona a zona: ad esempio, qui nel Salento la gamma delle piante ospiti è salita a 31 specie; in America i vettori sono del tutto diversi da quelli individuati in Italia (l’anno scorso ne sono stati intercettati altri due anche se il principale resta la Sputacchina); cambiano da caso a caso anche le metodologie d’intervento.

Per la Sputacchina, di conseguenza, si è giunti a definire il raggio d’azione (cento metri circa), a pensare a piante-trappola, ad erbe repellenti, fino ai messaggi vibrazionali che l’insetto emette a scopo riproduttivo. “Le linee di studio sono proprio tante – ha sottolineato il dottor La Notte – e adesso nutriamo forti speranze sulle resistenze genetiche di alcune specie”. Sulle 15 esaminate due si sono rivelate, com’è noto, resistenti al batterio, il Leccino (la terza varietà più diffusa nel Salento) e la F17 Favolosa. “Questo punto di arrivo – ha continuato il ricercatore – ha portato a rimuovere il divieto di reimpianto nella zona infetta ed ora lì si può ripartire”. la novità sta nel fatto che il Leccino può essere usato come argine naturale alla diffusione del contagio: riceve il batterio, lo ospita ma non lo trasmette.

Si apre uno spiraglio anche per i Monumentali .L’esperto ha fato riferimento ad un caso segnalato da Giovanni Melcarne, agronomo e produtture di un olio Dop di Gagliano del Capo: “Questa Ogliarola di 80 anni colpita da Xylella, per metà risulta innestata, circa 50 anni fa con Leccino. La parte innestata è quella a sinistra, l’apparato fogliare di Ogliarola a destra. Questa pianta è la più bella evidenza empirica, mai trovata fino ad ora, e fa diventare sempre più reale la possibilità di salvare i nostri Monumentali”, ha affermato Melcarne su Facebook (foto in alto; a sinistra il convegno su Xylella alla Fiera del Levante). Ma la ricerca riguarda anche i semenzali selvatici, l’inoculazione in serra, il sovrainnesto su piante infette e tanto screening: su 12 ettari privati nel Sud Salento sono state innestate 440 varietà italiane ed europee nell’aprile 2016; con gli altri fondi della Regione in arrivo l’esperimento  continuerà “e forse potremo restituire le chiome agli alberi secolari”.

Altro capitolo: le medicine Un versante su cui “i risultati non sono stati finora incoraggianti” è quello della ricerca dei medicinali adatti, di qualcosa che applicato alle piante le faccia guarire. Qualcosa di importante, soprattutto per i vivai di barbatelle della vite della zona di Otranto, si è registrato ancora una volta quando sono state scoperte e testate alcune varietà inattaccabili dalla Xylella e che hanno procurato l’annullamento del divieto per la loro movimentazione. Qualcos’altro di importante si potrebbe ottenere se ci fossero controlli adeguati sui materiali vegetali in ingresso un Europa: “Solo che il Cile ha due punti d’ingresso, l’Unione europea ben 42: questo sistema lascia molto a desiderare”. E preoccupare, anche per il futuro.

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