Maglie – Fino al 17 giugno nella Galleria Capece il colore la farà da padrone e tingerà tutto di azzurro con qualche sfumatura qua e là di viola e rosa. Sono in mostra i quadri di Antonio Bramato, che torna a Maglie dopo 44 anni.  Quando nel 1974 la sede dell’Arci ospitò la personale di Bramato, Maglie viveva una stagione fervida di iniziative, speculare al clima che si viveva dappertutto in quegli anni. Antonio Bramato era un giovane architetto. Aveva conseguito la maturità presso il Liceo artistico di Lecce, poi il diploma dell’Accademia delle Belle Arti di Roma e la laurea in Architettura presso “La Sapienza“. Dopo una breve esperienza di docente a Cassino, tornò al Sud come funzionario del Ministero per i Beni e le attività culturali con servizio presso la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici della Puglia, come direttore e coordinatore della sede di Lecce.  Sono stati gli anni in cui Bramato si è dedicato meno alla ricerca artistica e alla pittura perché impegnato a fondo nella tutela del paesaggio salentino e al restauro di numerosi monumenti  della città di Lecce tra i quali bisogna ricordare il nucleo interno del Castello Carlo V, le fortificazioni di Otranto, il Castello di Acaya. Dopo la pensione, nel 2011, è ritornato con prepotenza al primo amore ed ecco le mostre nel castello Carlo V a Lecce, a Gubbio, a Miggiano, a Copertino, a Otranto e ora questa di Maglie.

La voce del colore  Carlo Alberto Augieri scrive che “il colore è la lingua del nostro Artista”, nel colore “pure il ‘forse’ non finisce nel dubbio, perché c’è chiarezza in ciò che il colore dipinge, contagia, epifanizza”. E Giovanni Giangreco, storico dell’arte,  che ha condiviso  con Bramato l’esperienza lavorativa e culturale,  sottolinea come nei paesaggi del Capo di Leuca “Natura e storia si immergono e si confondono nel colore”.  La natura è quella del Capo (Bramato è nato e abita a Miggiano anche se ha uno studio a Lecce), la costa è quella adriatica dai faraglioni di S. Andrea fino alla zona del Ciolo. Poi i paesaggi di campagna con le macchie rosse di papaveri, le pajare, qualche casa in cui “forse” si svolge la vita quotidiana degli uomini.  “Forse” perché le case sembrano nate  dalla fantasia e dai sogni colorati di un bambino: i camini, i tetti spioventi,  le finestre che sembrano tanti occhi sul mondo che, però,rimane fuori. Gli uomini nei quadri di Bramato sono sottintesi: fruitori tranquilli del paesaggio o potenziali elementi inquinanti?  Non c’è una barca sul mare, non c’è un pescatore sugli scogli. Segno di antica solitudine o di sfiducia totale nell’opera dell’uomo. Certamente nella sua lunga esperienza di Soprintendente chi sa quante volte si sarà scontrato con opere “inquinate” proprio dall’intervento dell’uomo  e forse anche dagli animali se anche quando decide di dipingerli, sceglie i pesci, muti e silenziosi.

Un mondo nascosto e un amore palese Il mondo nascosto è quello delle grotte di Castellana a cui Bramato dà luce e colore. Affascinato da stalattiti e stalagmiti, “sculture naturali”, le colora di rosa-arancio  quasi anelanti della luce che è fuori, lontana, che può essere solo intuita ma il cui riverbero, anche sottile, è in grado di dare vita. Intanto grotte e paesaggi marini senza figure e voci umane “vivono” di vita autonoma, macchie di cielo rosa che si riflettono sul blu del mare all’alba  parlano di speranza e aprono a un nuovo giorno, le macchie di giallo sugli scogli, il rosso dei tramonti e dei papaveri , i paesaggi campagna resi più limpidi dopo la pioggia,  muretti a secco, qualche casa sparsa, non sono muti, hanno una loro voce. Quella di una terra che Bramato conosce profondamente e ama, vista dal profondo anche con gli occhi muti dei pesci.

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