La pensione? Ridotta a donna senza gamba

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APPELLO AL PRESIDENTE. Un appello è stato rivolto a Napolitano. Il marito ha dovuto rinunciare al lavoro fi sso

Alliste. Ha dovuto prendere non soltanto il coraggio a due mani ma anche mettere da parte, per il tempo necessario, lo sbigottimento e la disperazione che incalza da molto vicino la serenità sua e di suo marito, per denunciare dapprima al Capo dello Stato Giorgio Napolitano e poi pubblicamente tramite i media il suo stato, i suoi bisogni e l’altrui ingiustizia.

Per la verità fosse stato per loro, il macigno (un altro, in una vita piuttosto arcigna) lo avrebbero sopportato da soli, in qualche modo. Ma la ribellione di una parente ha fatto sì che il caso venisse alla luce, suscitando clamore, incredulità e – si spera – un qualche provvedimento correttivo.

Sì, perchè vedersi ridurre la percentuale di invalidità da 100 a 80% e, di conseguenza, anche la pensione, scesa a 260 euro mensili, quando non si più una gamba, amputata pezzo dopo pezzo, e mentre lo stesso male in un corpo di 48 anni mette a rischio cancrema anche l’altra, è letteralmente incredibile. Roba da stropiccirasi gli occhi per l’assoluta irrrealtà in cui certi controllori, non altrettanto occhiuti con i falsi ciechi, agiscono da freddi ragionieri.

«Noi applichiamo semplicemente le leggi, siamo degli esecutori»: sembra sentirle queste risposte dalla commissione provinciale di controllo, composta da tecnici e medici. Per loro, aver fornito una bella protesi alla donna sposata con un uomo di Alliste e nativa di una frazione di Castrignano del Capo, prima che la sua famiglia emigrasse in Liguria, ha sulla carta risolto il caso e, sempre sulla carta, portato al meccanismo della riduzione della pensione. «Che non basta neanche per pagare i ticket che servono a combattere il diabete, l’ipertensione, una disfunzione renale…», dice pacato (o forse è solo rassegnato) il marito, che ha dovuto rinunciare al lavoro fisso di tecnico elettronico per l’impegno che deriva dall’avere la propria moglie sulla sedia a rotelle. E poi la protesi: «Ci ho provato con tutte le mie forze – racconta la donna – ma dopo alcune cadute non ce l’ho fatta più».

Si campa comunque, certo, in quella casetta con stanza e cucina un po’ fuori dal paese; qualcuno dà una mano come la Caritas ed una cugina; il Comune fa quel che può per le pulizie (due volte a settimana per un’ora), ma di questo passo nessuno pensa che riusciranno a sopravvivere a lungo.

Certo, quando si sposarono era ben altro quello che si immaginavano per loro, che riescono ad apparire una coppia affiatata anche in una situazione simile. Ma proprio quel giorno  – il 21 agosto 2008 – arrivarono le prime avvisaglie: la sposa si trascinò, davanti a pochi intimi, a fatica per tutta la cerimonia. Poi si scoprì il male che portò via dapprima alcune dita del piede, poi via via tutta la gamba fino al bacino, in una odissea tra gli ospedali di Casarano, Gallipoli, Tricase, Brindisi.

Qualcuno adesso ha preso per loro una decisione: una lettera di denuncia al presidente della Repubblica, contando sulla sua sensibilità e sul suo potere d’intervento su chi fa i conti senza la realtà.

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