La lingua te lu tata, non di serie B

Il lavoro nei campi al centro di racconti e poesie

Simu Salentini. Negli ultimi decenni è successo un fatto che a prima vista può sembrare paradossale:  quando ormai l’istruzione diffusa attraverso la scuola insegnava a tutti la lingua italiana, quando la professoressa più  seguita e rispettata, la televisione, dettava regole definendo anche un lessico omogeneo valido dal Trentino alla Puglia, non c’è stato paese in cui non si è pubblicato un libro di poesie in dialetto o non sia stata rappresentata nelle piazze una commedia in vernacolo.

Da una parte, quindi, appiattimento  nella lingua italiana, che ha dato  comunque la possibilità di far uscire dai ghetti linguistici incomunicabili soprattutto gli anziani fornendo loro gli strumenti per esprimersi e farsi capire, e dall’altra  nuova vivacità letteraria o paralletteraria del dialetto.

Vivacità che si riscontra paradossalmente  anche nelle abitudini diffuse. Se non si trova un genitore che parli in dialetto con il figlio, è anche vero che lo stesso figlio, una volta cresciuto, nella pratica quotidiana con gli amici ed ora nel grande repertorio linguistico-musicale della Rete, riesce ad impadronirsi di quel patrimonio  che i suoi genitori all’inizio gli avevano negato.

Di questo tesoro linguistico è l’immediatezza la caratteristica più evidente, quella stessa immediatezza che per anni è stato un elemento di emarginazione della produzione dialettale perché confrontata con forme di espressione più controllate e riflesse.

Ora tutta  questa produzione popolare, immediata, che per tanti anni è rimasta sul piano della tradizione orale  e che comprende  filastrocche, proverbi, modi di dire, cunti, preghiere, leggende, canzoni, sale alla ribalta, all’attenzione prima degli stessi salentini e poi degli altri e diventa motivo e occasione di riconoscimento e di identità.  Sono considerate espressioni popolari del  folklore e costituiscono un genere letterario a sé, “opera di archeologia culturale”come la definisce Donato Valli. Il fatto stesso, però,  che questo patrimonio sia passato dall’oralità alla scrittura meditata, quindi frutto di una pur minima consapevolezza espressiva, la pone nell’ambito della letteratura popolare.

Il menu è ricchissimo: la creatività e l’interpretazione della vita quotidiana nei proverbi capaci sullo stesso argomento di registrare “saggezze” diverse e contraddittorie,  la tradizione antica dei cunti, le filastrocche, le facili rime che i bambini mandavano a memoria sulle ginocchia dei nonni, le canzoni, le preghiere in cui ogni tanto, deformato, appare il latino.

In questo numero ferragostano vogliamo far sorridere, vogliamo offrire un po’ di leggerezza con composizioni che comunque sono nate in tempi non certi facili e che di quei tempi costituiscono a volte lo specchio, a volte l’evasione, la fuga.

Continuando il discorso iniziato con i soprannomi con cui vengono individuati gli abitanti dei nostri paesi, torniamo a riproporre il dialetto e a parlarne condividendo, però, quello che affermava Nicola de Donno, il poeta magliese che ha portato la poesia dialettale ai massimi livelli. “Bisogna tornare ai dialetti, e non, com’è ovvio, sull’ala di un affidarsi al mito illusorio e antistorico del selvaggio, ma con una speranza e un progetto di recupero storico di valori comuni!” Nessun rimpianto, nessun mito, nessuna rivendicazione che non sia quella di una identità che  passa anche attraverso il dialetto.

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