Ivan Navi, tre anni senza pace. Contro la seconda richiesta di archiviazione del “suicidio” insorge la famiglia e denuncia il magistrato

Acquarica del Capo – Sono trascorsi tre anni dal 21 giugno del 2015 quando il corpo di Ivan Ciullo, in arte “Navi”, noto deejay radiofonico, cantautore, produttore musicale e fonico, fu trovato senza vita impiccato con un cavo di microfono ad un albero in località Calie. Dopo tre anni la situazione continua ad apparire un vero proprio giallo, in cui interrogativi e dubbi si moltiplicano, specie tra coloro che Ivan  conoscevano bene: amici e parenti e il dolore implacabile di una madre che cerca con tutte le sue forze verità e giustizia per suo figlio. Ed ora arriva anche la denuncia querela nei confronti del magistrato inquirente sul caso.

Il 12 luglio il Gip decide se chiudere qui la vicenda oppure no Era il 27 febbraio 2017 quando il giudice per le indagini preliminari, Vincenzo Brancato, dopo aver respinto la richiesta di archiviazione da parte del pubblico ministero, aveva chiesto agli inquirenti di ricostruire i contatti telefonici del giovane, procedendo all’acquisizione delle celle telefoniche agganciate sia dal cellulare in uso a Ivan sia da smartphone, tablet e utenze in uso all’uomo con cui Ivan aveva intrattenuto contatti fino all’ultimo, disponendo altresì di acquisire eventuali dati Gps. Il 5 febbraio 2018 era arrivata la notizia della seconda richiesta di archiviazione da parte del Pubblico ministero. Intanto, il 12 luglio è fissata l’ udienza di udienza di discussione con il giudice per le indagini preliminari (Gip). Di fronte alla seconda richiesta di archiviazione, i genitori del giovane hanno presentato una formale denuncia-querela al Tribunale di Potenza nei confronti del Pubblico ministero della Procura di Lecce per l’ipotesi del reato di omissione atti di Ufficio. La famiglia non intende arrendersi e vuole la verità circa l’accaduto (omicidio o suicidio?), così come nutre perplessità circa la conduzione delle indagini.

Dubbi e perplessità della famiglia in una lettera con l’avvocato I genitori riferiscono, in una nota a firma della famiglia e dell’avvocato Francesca Conte di Lecce, che il ritardo nelle indagini ha comportato la perdita di elementi fondamentali per la ricerca della verità e di non essere riusciti a comprendere la ragione per cui non è stata concessa l’autopsia e perché gli indumenti di Ivan siano andati distrutti e mai riconsegnati ai familiari o agli inquirenti. Così come resta – a loro dire – un mistero il mancato ritrovamento delle chiavi e delle videocamere, presenti nell’auto del giovane al momento della scomparsa. Il corpo del giovane, inoltre, sarebbe stato rinvenuto con le gambe genuflesse e non penzolanti, sebbene il cavo del microfono non avesse ceduto, così come scritto nel verbale dei carabinieri di Presicce e nello stesso referto del medico legale.

 

Chiesti altri approfondimenti, tra cui la riesumazione della salma Un altro elemento di dubbio scaturirebbe poi dal fatto che i piedi dello sgabello ritrovato accanto al corpo sarebbero solo appoggiati sul terreno e non affonderebbero nella terra; da accertare infine anche il dato relativo ad una perizia calligrafica mai fatta sulla busta contenente la presunta lettera di addio. L’avvocato della famiglia, che nei mesi scorsi ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione, ritiene che i genitori di Ivan abbiano diritto a ottenere una risposta definitiva in merito alla morte del proprio congiunto. “Troppo tempo è trascorso da quando il ragazzo fu trovato impiccato in campagna e tanti accertamenti potevano essere svolti per svelare i retroscena di questa morte assurda – sostiene l’ avv. Conte – la famiglia vuole “Giustizia” ed è ciò che ci attendiamo dal Gip il 12 luglio”. Il legale ha presentato una memoria integrativa in cui si chiede che siano eseguiti altri approfondimenti investigativi utili a fare luce sulla morte di Ivan; tra questi la riesumazione della salma per eseguire l’autopsia.

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