«Sangue nuovo per il dialetto malato cronico»

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I Sud Sound System in uno scatto di Flavio&Frank

Simu Salentini. I Sud Sound System sono ormai i più  popolari “ambasciatori” della parlata  salentina, intrecciata con la musica popolare giamaicana, l’altro capo del globo. Come è stato possibile questo originale rapporto: ne parliamo con Mirko Grimaldi, originario di Taviano, professore associato di Linguistica generale e Psicologia del linguaggio  all’Università del Salento e direttore del Centro di ricerca interdisciplinare sul Linguaggio finanziato dall’Unione europea.

«Si tratta di un rapporto complesso che ancora non è stato indagato in tutte le sue sfaccettature. Bisogna ricordare che fra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90 molti studiosi si avvicendavano al capezzale dei dialetti, discutendo di diagnosi e terapie efficaci per una malattia ormai cronica, e altri si preparavano a celebrarne degnamente i funerali. I SSS (e altri gruppi del panorama Hip-hop italiano come i torinesi Mau Mau, i napoletani Almanegretta, i veneti Pitura Freska, ecc.), inosservati, fanno una operazione importante: innestano il dialetto in uno stile musicale nuovo, compiendo una piccola rivoluzione. Il fatto è rilevante perché i SSS fanno parte di quella generazione, nata più o meno nella metà degli anni ’60, che doveva rappresentare la tomba dei dialetti. Il dialetto era vissuto come una colpa da espiare, un marchio negativo da cancellare: chi voleva farsi strada nella vita doveva imparare l’italiano».

Si può parlare di uno o più dialetti salentini?

«Il dialetto salentino, o meglio, i dialetti salentini, parlati nella parte meridionale della provincia di Taranto e nelle provincie di Brindisi e Lecce condividono alcune caratteristiche comuni derivate dal particolare sviluppo che ha avuto il latino parlato in queste zone. Si tratta di peculiarità che caratterizzano soprattutto le vocali accentate (che qui sono 5 e non 7 come l’italiano) e in parte le consonanti. Le stesse caratteristiche sono condivise dai dialetti calabresi centro-meridionali e dai dialetti siciliani. Certo, ci sono poi delle variazioni da zona a zona ma che, sostanzialmente, non intaccano questa unità di fondo».

I loro temi in questi 20 anni.

«I SSS, che hanno fatto una operazione di recupero e rilancio del dialetto in modo consapevole, hanno anche mantenuto, mi pare, un legame profondo con la musica popolare, fondata anch’essa sulla percezione e improvvisazione della parola parlata. Tuttavia le tematiche di una parte della musica popolare erano spesso caratterizzate da uno spirito di rassegnazione che con i SSS diventa di denuncia e riscatto, non solo generazionale ma di una un intero territorio. Questa operazione è stata fatta utilizzando non il codice alto della lingua italiana, ma il codice basso del dialetto. In una forma nuova ritorna la peculiarissima capacità di improvvisare e insieme conservare un testo, di farne oggetto tanto di una trasmissione sociale, impersonale, quanto di una serie illimitata di esecuzioni individuali. Con l’impiego di un dialetto che sostanzialmente appare ‘integro’ vengono introdotte tematiche completamente nuove: politica, problematiche sociali varie, rivendicazioni giovanili, confronto generazionale, ecc».

Quanto i SSS hanno cambiato la cultura musicale salentina?

«La questione va affrontata in modo complessivo. Mentre i SSS introducevano l’Hip-hop nel Salento e lo esportavano nel mondo (e non è una esagerazione) altri gruppi lavoravano al recupero e al rilancio della musica popolare: questi due mondi non erano isolati, ma in continuo contatto. C’è stato a un certo punto un intreccio virtuoso di stimoli e di scambi di esperienze che hanno portato a una influenza reciproca, credo. La musica popolare rivisita e reinterpretata in modo nuovo ha avuto benefici dall’operazione dei SSS e viceversa: l’Hip-hop dei SSS non si è mai sostanzialmente staccato dalla proprie radici. Devo però dire che in un sistema Salento che fagocita tutto in quel puerile autocompiacimento che da secoli ci fa stare immobili sulla soglia di casa con la coppola in testa e lo sguardo fisso nel vuoto ad aspettare che qualcosa accada, l’operazione dei SSS non è stata compresa appieno e non è stata sfruttata adeguatamente, così come non è stata sfruttata in modo adeguato l’iniziativa della Notte della Taranta. Si sono diffuse le retoriche dell’origine e dell’identità, mentre questi fenomeni non sono stati inquadrati in un sistema virtuoso che avrebbe dovuto portare a una vera rinascita del Salento».

 

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