In carcere ma da innocente la storia di Emanuele Nassisi

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Parabita. Per i carabinieri, la parola “auto” significava “droga”; “sutta la porta”, così chiamato il punto di ritrovo di tutti i parabitani, era invece la porta di casa dello spacciatore. Errori di interpretazione delle intercettazioni e Emanuele Nassisi, è finito in cella senza sapere perchè.

I capi d’imputazione li ha conoscosciuti solo dal giornale. Notti insonni, sul letto a castello, a pochi centimetri dal soffitto, in attesa di sapere qualcosa in più. Di poter finalmente venir fuori da quell’incubo. Emanuele Nassisi, un ragazzo di Parabita, viveva la sua vita come tanti trentenni coetanei del suo paese, quando, per uno sbaglio nell’interpretazione di alcune intercettazioni, all’improvviso si è visto stravolgere la vita.
I carabinieri hanno fatto irruzione nella sua abitazione all’alba. Poi, dopo una perquisizione, senza nessuna spiegazione, lo hanno spedito in prigione, in custodia cautelare.

«Sono stato portato in carcare il sabato e fino al martedì successivo nessuno mi ha detto niente. All’inizio pensavo fosse uno scherzo – racconta Emanuele – poi, ho iniziato a pensare che tutto si sarebbe risolto nel più breve tempo possibile, alla fine non ci volevo credere. Leggendo il giornale ho capito di cosa mi stavano accusando: associazione a delinquere, spaccio internazionale di droga e di armi. Ho provato tanta rabbia nel constatare che era tutto falso».

Nassisi è molto conosciuto in paese, artista della pietra leccese, le sue opere le esporta in tutto il mondo, è socio in tante associazioni (pure quella dei carabinieri), è stato impegnato anche in politica.

«Tutti sanno bene chi sono – continua – non ho mai avuto problemi con nessuno. A mettermi nei guai sono state le intercettazioni delle telefonate avute con Massimo Donadei, per la compravendita dell’auto. Ed hanno legato la mia attività lavorativa in tutto il mondo con chissà quale giro internazionale di droga. Solo dopo tanto tempo il giudice ha ammesso l’errore».

Due mesi hanno lasciato il segno. «I compagni mi hanno trattato bene – si sfoga Nassisi – ho conosciuto altre persone che come me stavano dentro da innocenti, vittime dello stesso errore. Stare lì non è bello, vedersi chiuso dientro le sbarre mi ha segnato. Ora, di notte, anche il rumore e i lampeggianti del camion dei netturbini mi fanno rivivere la stessa paura. Ed anche la vista dei Carabinieri ora mi turba».

Per questa triste vicenda è stato costretto a rimandare il matrimonio, si sarebbe duvuto sposare il 25 giugno. «Potete immaginare cosa significa spostare data per la chiesa e il ristorante. La mia famiglia mi è stata vicina, anche se i miei permessi per incontrarli erano ridotti, perchè ritenuto pericoloso – dice Nassisi -, inoltre ho perso tanti clienti, avevo dei lavori da consegnare urgentemente, e hanno provveduto in altro modo. sarei dovuto partire anche in Brasile ed è saltato anche quel lavoro. Ho subito un danno all’immagine ed ora devo recuperare».
L’avvocato Luigi Suez sta già provvedendo a chiedere un risarcimento.

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