fernando d'aprileIl recente rinvio a giudizio per 23 persone di Parabita, Matino, Casarano, Racale, Alliste, Alezio per “diffamazione aggravata a mezzo internet”, con minacce e offese su facebook, ha messo al centro le potenzialità e i rischi della rete sociale che conta – nel mondo – due miliardi di utenti e 30 milioni di post ogni minuto. A seguito del sequestro di una moto che circolava senza assicurazione, proprietario e amici si sono lasciati andare pensando – ancora – di essere in un ambito ristretto e confidenziale e quindi “sicuro”.

Era accaduto in precedenza tante volte. Tra l’altro, vi abbiamo raccontato dell’assessore che si adirò col parroco alla fine di una processione (Nardò); dello stesso che definì i genitori “disadattati mentali (ancora Nardò); delle minacce ad un giornalista che provocarono le dimissioni da consigliere dell’autore (Casarano). Ma anche, più di recente, del gruppo “Sei di Neviano se…” che raccoglie 800 euro e li consegna alla scuola per un progetto contro la dislessia o del salvataggio in extremis di un giovane che aveva annunciato il suicidio in rete (Alezio).

Ma quanto successo a Parabita ha elementi che vanno oltre lo sfogo senza remore di sorta contro un carabiniere che fa il suo dovere, nonostante che la Cassazione abbia equiparato internet ad un qualsiasi media e quindi sottoposto alle stesse leggi dall’ormai lontano 1 marzo 2016. La “vittima” in questo frangente è il figlio di un ergastolano del paese, particolare questo che si potrebbe anche tralasciare, essendo il servizio di controllo del territorio uno dei tanti, una routine periodica e diffusa, insomma normale. Se non fosse che proprio per le generalità del controllato hanno fatto più notizia – una brutta notizia – i “mi piace” e le frasi di solidarietà a chi è rimasto appiedato e che, per primo, sfoga su fb la sua rabbia dando il “la” ai post incriminati. Si scorrono le parole usate – minacce di morte, augurio di atroci sofferenze – e si resta colpiti. Poi però riaffiora il contesto in cui è maturato tutto ciò e qualcosa fornisce chiarimenti e conferme.

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Ricordate quando è stato sciolto per infiltrazioni mafiose il Consiglio comunale parabitano? Quasi un anno fa. Il 17 febbraio il ministro Minniti firma il “tutti a casa”. Naturalmente, il provvedimento provoca clamore, come fosse caduto dal cielo, inopinatamente su Parabita. C’è chi non ricorda più l’operazione Coltura di 14 mesi prima; chi ha già rimosso gli arresti domiciliari all’ex vicesindaco e chi non ha mai saputo della commissione prefettizia che ha spulciato gli atti amministrativi del Comune per lunghi mesi. “Ma come! Non c’è neanche un avviso di garanzia e questi sciolgono un Consiglio comunale? E’ una manovra politica…”.

A leggere la corposa relazione che accompagna il decreto, a volerlo fare, non solo si rintracciano i diversi filoni che hanno messo insieme gli indagatori, ma anche la motivazione cardine che hanno portato a quella firma: si chiama “consenso sociale” intorno al gruppo criminale organizzato. E’ il livello di quel consenso che ha allarmato più di tutto; quell’adesione crescente di persone che volevano (e ottenevano) una casa, un lavoro, un prestito, un favore. Era diventato o stava diventando un “centro di  servizi” sempre aperto. In cambio voleva poco: il voto, E’ quella bomba che si è voluto disinnescare. Di cui i 23 “mi piace” di oggi sembrano essere – ci si augura almeno – gli ultimi riverberi.

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