I gallipolini? Una vena inesauribile

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Simu Salentini. I gallipolini? Un popolo di navigatori e poeti! L’arte del verseggiare il gallipolino ce l’ha nel dna. Ed è per questo che a cadenza periodica fioriscono a Gallipoli poeti dialettali, che, pur con grandi sacrifici economici, pubblicano raccolte di poesie. Poesia spontanea.

Senza stravaganze, così come sgorga dal cuore. Versi non costruiti, per cui alle volte privi di musicalità, privi di cadenze armoniose, senza particolari schemi, senza accorgimenti stilistici. I poeti del luogo non ne hanno bisogno, perché versi di sostanza,  da cui traspaiono la semplicità e il loro modo di essere forti e privi di compromessi. Proprio come la gente di mare.

Ettore Vernole nel suo saggio sui poeti dialettali su “Rinascenza Salentina” li suddivideva  in due categorie: gli illetterati e i letterati. Alla prima collocava “quelli che non sanno di latino”, quelli che non conoscono il significato di prosodia e non hanno mai saputo di metrica, alla  seconda  “l’eletta e numerosa schiera di poeti nostri che ha deliziato e delizia tante generazioni di questo nostro popolo salentino che è nato e cresciuto poeta in questa terra permeata appunto di poesia e creata per la poesia” Tra questi trovano posto tutti i poeti dell’800. Saverio Gabriele Buccarella, Giuseppe Marzo,(Pipinu) Nicola Patitari (Ippazio Tari), Emanuele Barba, Eugenio Rossi.

Ma “l’eletta schiera” dei contemporanei è assai cospicua e merita di essere citata. A cominciare da chi non c’è più, Antonio Fedele, Stefano (Bebè) Perrone, Aldino De Vittorio, Cetta De Vittorio, Emilio Passeri, purista per antonomasia del  dialetto,  Walfredo De Matteis.

Poi i vari concorsi di poesia dialettale hanno contribuito a far scoprire altri poeti, tutt’ora prolifici. Ha iniziato il Circolo culturale giovanile, il progenitore del Premio Barocco, facendo risvegliare un grande interesse intorno alla poesia dialettale.

Ad Uccio Piro spetta di diritto la palma del migliore. Ma non solo di Gallipoli. Egli può essere annoverato tra i migliori poeti dialettali viventi. Nelle sue poesie esprime il valore etico, affettivo, viscerale e vitale del mondo che lo circonda, avvalendosi della forza incontenibile della lingua dei padri. E come commediografo rivaleggia in bravura con il compianto Raffaele Protopapa, leccese.

Ma Gallipoli vanta anche altri poeti di un certo spessore. A cominciare da don Luciano Solidoro (Fotoiano Aurelio) che in alcuni componimenti ricorda la musicalità del Patitari, Gigino Barba, inguaribile cantore delle bellezze di Gallipoli, Carmelo Scorrano, custode dell’antico idioma gallipolino, Giorgio Tricarico, Giuseppe Piro, Tonio Cortese. Chiedo scusa se ne ho dimenticato alcuno.  È una  fortuna che ci siano i cantori locali. Essi autenticamente esprimono in dialetto i moti dell’anima e consentono di far capire la vera storia di un popolo.

 

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