Beni per oltre 3 milioni vanno alla collettività

di -
0 912

Il capannone in cui venne assassinato Giorgio Romano

Parabita. Ancora un passo e i cospicui beni confiscati all’imprenditore parabitano Giorgio Romano il 20 marzo 2009 passeranno di mano. Da quelle private del discusso operatore economico coinvolto in presunte attività illecite, a quelle che più pubbliche non si può: le mani dello Stato italiano.

Il decreto di confisca di terreni, abitazioni, auto e un capannone sulla Alezio-Parabita dove Giorgio Romano fu ucciso il 13 settembre del 2008, quando aveva 61 anni, è stato firmato nei giorni scorsi dai magistrati leccesi della seconda sezione penale della Corte d’Appello. L’ultimo atto, che conferma in pieno quando già operato nel marzo di due anni fa, è stato quindi notificato ai familiari di Romano, la moglie e due figli.

I loro avvocati – Massimo Fasano, Luigi Covella, Francesco Fasano – hanno, finora inutilmente, sostenuto la tesi che quei beni erano in effetti di loro proprietà e da diversi anni.
In mano alla collettività finirà presto un patrimonio valutato intorno ai 3 milioni e mezzo, frutto in gran parte – come hanno sostenuto magistrati e finanzieri del Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata (Gico) – di attività fuori legge come usura ed estorsioni.

Sotto la scure della confisca   sono caduti la società “Romano immobiliare”, il cui 90% figurava di proprietà della moglie; un locale in via Matino  della stessa; un’auto Renault. Alla società facevano capo invece una  abitazione in via Boccaccio, un terreno a Casarano e una Mercedes E 280 e un conto corrente bancario. Ai figli risultavano intestati il capannone  di 2.800 metri quadrati in cui il macellaio Vincenzo De Salve, 59 anni, lo colpì mortalmente con una pistola; tre terreni, uno dei quali edificabile.

Proprio sul capannone che ha un ampio terreno retrostante (due ettari) pare ci sia la possibilità che venga affidato ad un istituto religioso che ne vorrebbe fare un centro di attività culturali e d’incontri.
È però caduta nel nulla l’inchiesta con nove indagati che avrebbero brigato per mettere le mani sulle aste di Equitalia; a capo di questa attività ci sarebbe stato lo stesso Romano, poi deceduto. Ma sul “cartello” non sarebbero emerse prove inconfutabili per cui le decine di denunce inoltrate all’autorità giudiziaria sono finite con l’archiviazione.

Nessuna risposta di giustizia quindi a quella trentina di istanze, tra il 2005 e il 2007,  avanzate da cittadini di Casarano, Matino, Parabita, Racale e Alliste che avevano denunciato ai carabinieri il “monopolio” sulle aggiudicazioni delle aste pubbliche di beni a loro pignorati, anche con minacce e tentativi di strozzinaggio. Gran parte di queste accuse sono però cadute con la morte del maggior indiziato. Gli altri otto del presunto “racket” risultavano residenti a Taviano, Alezio, Parabita, Casarano.

Commenta la notizia!