Il tempo non cancella l’orrore

Il piccolo Stefano in braccio al padre nei giorni felici

Taurisano. Torna il numero 30 nella vita di Giampiero Mele con una connotazione decisamente negativa. Il 30 giugno di due anni fa una notizia che è un pugno nello stomaco: un padre giovane, 26 anni, uccide il figlio Stefano, di due, in una palazzina alla periferia di Torre S. Giovanni, marina di Ugento. A 30 anni di carcere l’ha condannato  il giudice Carlo Cazzella, la pena più alta prevista.

Non hanno avuto ragione i difensori di Mele, gli avvocati Gabriella Mastrolia e Angelo Pallara, che avevano invocato l’incapacità di intendere e di volere del loro assistito  al momento del delitto. Anzi, i consulenti nominati dal Tribunale, lo psichiatra Domenico Suma e il professore Antonello Bellomo, hanno stabilito il contrario e lo hanno dimostrato in una lunga perizia di 90 pagine. D’altronde un uomo che il giorno prima si procura gli strumenti con cui ha intenzione di uccidere (una corda e un coltellino) dimostra fredda premeditazione.

Così sono tornate in questi giorni sui giornali le foto dei protagonisti di questo assurdo infanticidio. Quella di un sorridente giovane padre e di  un bambino biondo colto in un momento serio e intenso. E poi quella di una giovane madre, di una madre ragazza e dei nonni. Non c’è risarcimento in denaro  che possa consolare madre e nonni, non c’è tempo che possa mitigare lo schianto di una morte innocente.

La sentenza di questi giorni rinnova ancora il pugno nello stomaco con tutto il peso della vicenda. Ancora una volta infranto il tabu che vuole i genitori protettori dei figli, pronti a difenderli a costo anche della loro vita. Così si diceva, così ci hanno tramandato nei racconti letterari e di vita. È vero, c’era Medea che per vendicarsi dell’abbandono di Giasone uccide i figli, ma quesllo succede nella tragedia greca, è un mito, un racconto, non la realtà.

Nel caso del piccolo Stefano Mele, invece, niente racconti, niente favole, ma una morte efferata. Una coppia che scoppia, un uomo che non si rassegna, la vendetta più grave nei confronti della madre, privarla del figlio.

Figli come oggetti di ricatto, strumenti da usare come minacce. Così è avvenuto, storia di ragazzi non cresciuti alle prese con il fallimento di un amore. Se amore era.

Ora Giampiero Mele si trova in una clinica specializzata in provincia di Bari perché, secondo i medici, non è in grado di sopportare il regime carcerario. Subito dopo l’infanticidio, infatti, aveva tentato di suicidarsi procurandosi varie ferite. Che ora saranno guarite perché esterne. Sono quelle che si porta dentro e che ha procurato agli altri che non potranno mai rimarginarsi.

Commenta la notizia!