Gallipoli, appello della madre di Marco Barba: “Avvicinatelo a Lecce, come ha deciso il Tribunale tre mesi fa”

Gallipoli – Appello di una madre: “Avvicinate mio figlio al carcere di Lecce”. “Ogni lunedì sono costretta ad alzarmi alle 5 per andare a trovare mio figlio Marco e fare colloquio, usando i mezzi pubblici e tornare a casa alle 16,30 dopo 12 ore di sofferenza. Non ci sarebbe nulla di strano se non per il fatto che il Tribunale di Lecce, dottor Sernia a presiedere, conclude una propria Ordinanza datata 1 giugno 2018 con la seguente segnalazione: “Necessità di avvicinamento dell’imputato al luogo di residenza della sua famiglia”. Gli istituti di pena in questione sono quello di Taranto, dove è recluso il figlio, e quello di Lecce. A scrivere queste frasi è la madre dell'”imputato” che non è proprio un detenuto qualsiasi. Lei firma una lettera inviata ai media, è Rosalba Casalino, 66 anni, vedova; il carcerato per il quale chiede l’applicazione dell’ordinanza dei giudici è Marco Barba, 47enne.

A riportare Barba “U tannatu” in galera dopo aver scontato 23 anni per un duplice omicidio quando era ancora minorenne, è stato il minaccioso tentativo di estorcere ad un imprenditore della ristorazione della città, una serie di benefici (un camion frigo tra l’altro) e “favori” (l’acquisto in esclusiva di frutti di mare). La condanna è stata di dieci anni. Poi c’è un altro conto in sospeso per un omicidio.

Fatti ovviamente ben noti alla genitrice: “Ha sbagliato, lo so e lo sa lui, ne ha combinate tante…”, dice al cronista, sottolineando subito dopo la preoccupazione davanti ad un atto del Tribunale che, a distanza di tre mesi, non è diventato ancora efficace. “Ed io continuo a farmi 12 ore di sofferenza la settimana. Data la distanza – prosegue la madre – Marco non riceve visite degli altri famigliari”. A preoccuparla sono le condizioni di salute del figlio che registrerebbero un enfisema polmonare, il bisogno di una sedia a rotelle, il monitorato costantemente della sua salute. “Allora è legittimo il mio pensiero – conclude il suo appello Rosalba Casalino – che la macchina della Giustizia corre a due velocità: fortissima quando Giustizialista, lentissima o addirittura ferma quando deve Garantire i diritti dei detenuti”.

 

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