I funerali di Noemi, i giornalisti, gli avvocati e quel futuro negato a troppi

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fernando d'aprileLe immagini che scorrono e scorreranno sugli schermi fino a sera tardi ed in parte anche domani, sono le ultime che hanno il sapore di noi, del nostro montante interesse, delle paure, della rabbia, dello sgomento man mano che spaginavamo il piccolo libro della vita di una ragazza che ancora non sapeva chi essere, come tanti altri adolescenti.
La densa umanità ancora presente in una comunità ha semplicemente accompagnato la bara, attonita e in silenzio, rispettosa del volere della famiglia più colpita e senza appello. Il corteo funebre con tanto bianco intorno ha fatto il suo inevitabile corso, tra una folla di domande perse nell’aria.

Uomini, donne, giovani e anziani, istituzioni civili e religiose fra qualche ora lasceranno il campo per intero alla battaglia giudiziaria che è già cominciata e che approderà ad una verità, quella giudiziaria, a volte tanto lontana da quella reale. Chiare abbastanza le strategie. A difesa del reo confesso omicida, 17 anni ed una mentalità di aspirante adulto cresciuto male, sono stati chiamati noti avvocati penalisti della provincia; facendo da esperti il loro mestiere, hanno parlato di un pentito, che forse non era “presente a se stesso” al momento dell’uccisione; per stabilire ciò, hanno annunciato la richiesta di una perizia psichiatrica. A curare in sede legale la famiglia di Noemi, arriverà da Roma una famosa loro collega; in una dichiarazione ha puntato il dito contro l’autorità giudiziaria da cui non sono venuti gli interventi richiesti.

A meno di svolte nelle indagini, l’attenzione scemerà come accade sempre. Anche quella dei media – televisivi, di carta, sulla rete – che seguirà ancora una volta la parabola discendente dopo il clamore, le grida, i particolari pruriginosi, secondo quella malsana tendenza per cui la pancia ha più ragioni del cuore e del cervello, magari anche pr mettere insieme più copie, più clic.. Un mio maestro, una trentina di anni fa, ci invitava ad “aprire la pancia alle bambole”, a non fermarci a contemplare le apparenze per poi descriverle. Con parole più gentili, don Tonino Bello amava contrapporre “il gusto dello scavo alla tentazione della superficialità”. Vale per i giornalisti ma, a ben pensare, vale per tutti coloro che hanno rispetto vero, profondo di se stessi.

“Riprendiamoci il tempo della riflessione”: l’invito della psicologa Beatrice Sances (pubblicato qui) adesso potrebbe trovare spazio. A partire dai necessari centri di assistenza a chi si trova invaso da tali incontrollabili pulsioni. Le donne hanno fatto un loro percorso, per vincere alla fine la barriera della denuncia delle violenze, anche in famiglia; hanno trovato servizi specifici e case protette; sono arrivate nuove leggi in loro aiuto. Per gli aggressori, in gran parte uomini-padrone, solo le mura del carcere, finora. È possibile offrire loro un approdo diverso, aprire una porta a chi non vuole fare quella fine? Che vuole essere aiutato in tempo, magari ai primi sintomi?

Forse si farà qualcosa. E la logica della sopraffazione tra generi e della morte (“o io o lei”) troverà ambiti sempre più ristretti e sempre meno ben disposti. Troveranno così – chissà quando ma di sicuro avverrà – altre strade anche le coppie di giovanissimi, oggi sballottolate tra le onde dei “grandi” come novelli migranti, stritolate tra una famiglia che non li ama e un’altra che non li vuole. Loro sì che faranno in tempo ad avere un futuro, oggi negato a troppi.

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