Nandu e lu professore «Eccu cci facimu crai»

L'incontro tra Nandu Popu ed il professore Mirko Grimaldi. Foto di E.Picciolo

Simu Salentini. Tutto è cominciato da questa dichiarazione: “Confesso di esssermi commosso: abbiamo aspettato vent’anni per leggere  uno tra i più belli articoli mai fatti sul nostro lavoro, ma ne è valsa la pena. Bu ringraziamu de core e autru e tantu a tutti quanti ui!“. Firmato: Fernando Nandu Popu Blasi, che ha messo su facebook l’intervista del linguista Mirko Grimaldi “Sangue nuovo per il dialetto malato cronico“, comparso su questo giornale. Abbiamo così messo di fronte, in redazione,  lo studioso e lo “studiato” che non si erano mai incontrati. Entusiasti entrambi, ne è nato un dialogo serrato di oltre due ore e mezzo di cui possiamo offrirvi una galleria fotografica ed un video. Sono venute fuori analisi varie, idee, spunti che potrebbero avere ben presto risposte (i Sud Sound System stanno per entrare in studio per un nuovo album).

Il video dell’incontro | Guarda la galleria fotografrica

Pubblichiamo ampi tratti della conversazione a più voci sull’innegabile rinato interesse verso il dialetto salentino.  L’intervento giornalistico è stato minimo ed è partito dal viaggio -inchiesta “Simu salentini”; più che un botta e risposta si è sviluppato un ragionamento, con riflessioni e proposte interessanti sul tema centrale.

NP – … la nostra esperienza è tutto valore aggiunto: vai in Australia e ti parlano di Casalabate (la marina più sfigata di tutte: quando arrivano da Valona gli albanesi e vedono Casalabate dicono “ma indietro ci  avete riportati?!”) e allora ti chiedi che sta succedendo…

MG – Quando ho scoperto voi stavo a Firenze, dove ero andato che avevo 18 anni; era il ’91 e c’era il primo disco,” Fuecu”. Mi scrive una collega da New York:  qua in America c’è un gruppo del Salento che va in  radio, programmi musicali… da allora ho cominciato  ad interessarmi ai Sud Sound Systsem.

NP – È stato lo stesso per noi: fuori eravamo “cantanti” conosciuti, veicolati dagli emigranti, da salentini che sapevano cosa avevano lasciato; qui le feste le facevamo nascosti in campagna, tra le pajare… erano ragazzi che si mettevano contro la Scu, lo spaccio di eroina, intransigenti, cresciuti con Bob Marley, Nelson Mandela e quelle cose ti facevano schifo, non avevano niente a che fare con te, perdevi amici quasi ogni mese per la droga… e il dialetto è servito più per noi all’inizio. Chi ci pensava che poi ci saremmo messi a studiarlo, io sono arrivato a leggere De Martino, Lapassade, Fumarola, lu Pieru quanta pazienza con noi…

MG – Piero Fumarola è stato uno dei primi a pubblicare qualcosa su di voi; invece il mio primo intervento fu ad un convegno internazionale a Sappada con una dettagliata analisi del testo linguistico e antropologico. Poi altri colleghi s’interessarono a testi dialettali e rap; più di recente in uno studio della “Bocconi” sull’impatto socio-culturale ed economico della “Notte della Taranta” col mio intervento faccio di nuovo riferimento all’operazione vostra; anche a lezione trovo il modo di entrare dentro a queste questioni: voi avete la funzione di mantenere vivo il dialetto.

NP - Ma oggi come oggi è il caso di tirarne fuori una scienza che va dalla letteratura alla medicina, se si pensa ai benefici effetti della catarsi che non sono una fesseria; i bambini non sanno più parlare il dialetto e serve loro una guida, ma nessuno ci crede, degli amministratori pubblici. Io che devo pensare? Allora mi faccio una scuola del dialetto con i vecchi che stanno con i piccini, praticamente tradizione e futuro. Ma queste cose io le devo pensare?! Se faccio questo, poi le canzoni chi me le scrive?

MG – Il fatto è che i SSS  hanno reso il dialetto fruibile tramite i media, dove il dialetto non poteva né doveva comparire assolutamente, e in una generazione come la nostra ha avuto un impatto enorme: il ragazzo che si compra il loro cd non ha più paura di parlare il dialetto, anzi è orgoglioso e comincia a capire quanto ancora c’è da scoprire e  valorizzare. Quando parte il mio corso a febbraio vorrei invitarti per fare una discussione con i ragazzi, perché si rendano conto cosa c’è dietro il vostro lavoro, sull’operazione culturale che avete fatto voi… A proposito dei vecchi, mi frulla una idea che da tempo volevo proporti: non so se conosci Nicola De Donno, poeta dialettale magliese, famosissimo e presente nelle antologie, per certi versi rivoluzionario. Prima degli anni ’50 c’era la poesia popolare; De Donno ed altri fanno in quel periodo l’operazione che avete fatto voi con la musica: i “neodialettali”, come vengono chiamati, usano il dialetto per parlare di cose alte, importanti… siccome usa molto spesso la metrica del sonetto, l’operazione che potreste provare è unire questa cultura e la musica reggae, ci sarebbe una grande risonanza anche presso gli intellettuali…  i SSS che cantano Nicola De Donno…

NP – Si può fare, è la stessa cosa che abbiamo fatto con i brani della Notte: Beddha carusa o Sajetta… ‘sti brani non sembrano fare altro che aspettare l’intervento di qualcuno per tornare a vivere…  A proposito di intellettuali, sapete chi ci ha chiesto di fare qualcosa per lui? Dario Fo.

MG – Bene. Non so quanto è adattabile un sonetto ma se vi mettete la potete modellare come volete quella poesia, potrebbe essere un bel collegamento con quell’energia culturale…

NP – Stiamo per entrare in studio per fare il nuovo disco e sicuramente vedremo cosa si può fare, ci interessa, si crea nuovo interesse… ma sai quante tesi di laurea ci arrivano? Da Novara, Venezia, sul dialetto, De Martino… La cultura dà da mangiare. Quelli della “Notte” devono diventare professori se no fanno la fine di Ucciu Aloisi che solo negli ultimi dieci anni è stato considerato, prima era “nu ‘mbriacu, nu malandrinu”: se c’è un apparato che produce cultura ed i figli tuoi fanno altrettanto, ben venga, magari…

MG – Ci sentiamo gratificati perchè vengono a fare qui film, fiction… e qui che rimane dopo? Una classe politica che ha degli ambasciatori culturali a costo zero come i SSS, che si sono creati da soli a costo zero per noi, li vuoi utilizzare o non hai una visione di quello che sta succedendo sul tuo territorio? Quando sento un testo loro, da linguista vedo quanto è stata complicata la loro operazione, non era affatto semplice, eppure sono stati capaci di stare sul mercato e restarci, quasi unici nel loro genere. E stiamo parlando del ’91…

NP – Aspetta, le prime feste sono dell’87, a casa a mare a Casalabate; si seppe che facevamo reggae, ma chi veniva non era per il  reggae ma per il dialetto, e per la gente che faceva pizzica sapere che altri tenevano il fegato di cantare in dialetto era ‘na cosa grossa; se ne venivano da noi e tu vedevi che cantavano pizzica con i nostri tempi e quando loro cominciavano con il tamburello noi cantavamo sopra di loro, distanza zero. Poi abbiamo scoperto dopo quanto la musica giamaicana sia vicina alla pizzica, per tempi musicali, temi: l’unica arma di riscatto, di reazione… Noi senza accorgercene ci siamo messi a fare i missionari, un po’ da presuntuosi: se stai triste ti sto portando allegria, se ti senti lontana da casa tua, senti questa canzone e ti passa… ma questo modo di fare non ha funzionato a casa nostra, qui per raggiungere l’obiettivo devi fargli dispetto: io dialetto, tu no! Io sto bene e tu stai facendo la fame! Purtroppo funziona in questo ambiente poco illuminato più questo tipo di competizione che altro. Tu giri il mondo, vedi tante cose che funzionano, pensate e realizzate, poi torni qui e dici: perché?

MG – Perché non ci si mette insieme e solo con molta fatica si fanno le cose. Però i tempi cambiano. Prima non c’era altro da fare che andare in trance, ora possiamo osare: però non siamo classe dirigente, dovremmo fare raccordo, sistema…

NP – Certo, perché ancora non si può parlare di Rinascimento.  Da artista mi pongo il problema se non sto rappresentando una terra più bella di quanto è in realtà, pensiamo ai maltrattamenti all’ambiente, al turismo che è una lima: consuma. Le cose cambiano, è vero, ma possono cambiare in peggio o in meglio.

MG – Infatti noi abbiamo una maggiore consapevolezza che le generazioni precedenti non potevano avere; così come le potenzialità che si stanno creando, infinite, ma ci andrei cauto a parlare di rinascita in atto. Con un mio collega di origini salentine vissuto per tanti anni in America, si parlava di progetti e ricerca. Ad un certo punto mi dice: guarda che se ci pensi, il Salento dal punto di vista delle potenzialità è diecimila volte meglio della California, che ormai è stata sfruttata; io ci tornerei a lavorare qua. Le potenzialità sono enormi perché c’è tutto da fare: gente ospitale,  territorio bellissimo, si mangia bene, si sta bene… però poi economia basata su lavoro nero e morti bianche, discariche incontrollate, mare a tratti inquinato, politiche di sviluppo assenti… L’inghippo sta nel rapporto forte che manca tra la classe dirigente che oggi ha 50-60 anni, quella più giovane e tutte quelle figure che hanno influenza sull’opinione pubblica: c’è troppa autoreferenzialità. Tutto si è basato finora su grandi intuizioni, come quella di Codacci Pisanelli per  creazione di un’Università.

NP - Noi non siamo fatti per reggere concorrenze come quella cinese per le scarpe… siamo conosciuti per le cose che durano nel tempo, dalla Magna Grecia in poi: noi ancora campiamo grazie a loro, grazie a quella cultura.

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