"Iancu" il colore del sud a Milano

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Iancu. Un paese vuol dire - è il titolo dello spettacolo che Saccomanno ha realizzato e portato in tour quest'estate (foto di Lucia Baldini)

Tuglie. È stata una buona stagione quella per Fabrizio Saccomanno, impegnato sulle scene con il suo spettacolo “Iancu. Un paese vuol dire”, il racconto attraverso gli occhi di un bambino, della situazione sociale in un Sud lontano nel tempo, con le sue credenze, tradizioni e contraddizioni.

«Difficile fare un semplice bilancio, sono soddisfatto delle reazioni del pubblico – racconta – ovunque ho avuto una grande risposta. Una narrazione si costruisce attraverso il pubblico: io narro delle storie ma sono gli spettatori che ogni volta la fanno vivere. Sono un semplice vettore. Questo è il mio lavoro, poi, il pubblico varia: c’è chi ti segue da subito e chi, invece, va conquistato con tempo».

Con il suo Iancu si esibirà presso il teatro “Elfo Puccini” di Milano (dall’8 al 13 novembre).

«Era da tanto che non mi impegnavo in uno spettacolo di narrazione, poi, da Koreja me lo avevano chiesto ed io ho scelto di raccontare una storia degli anni ’70. Individuato il soggetto, il lavoro più importante è arrivato dopo, quando ho iniziato a capire cosa scartare, decidere cosa non dire e poi come dire altro, come raccontare il senso della morte nei paesi del sud, avere lo sguardo disincantato di un bambino anche sulla condizione femminile».

Sui tagli di fondi per lo spettacolo ha un’idea precisa. «Sono controcorrente rispetto a chi si oppone a priori ai tagli – dice l’attore – mi fa rabbia quando si scambia il teatro per il semplice atto interpretativo, ci sono invece, infinite forme di teatro, con tantissime professionalità che ci lavorano, chi se ne occupa, svolge un servizio sociale per la comunità. E’ vero, però, che i fondi per la cultura vengono sperperati, andrebbe ripensata tutta la politica dello spettacolo, bisognerebbe stare ben attenti a cosa e a come alcune realtà vengono finanziate».

Sì ai tagli, cercando di non far morire le realtà migliori. «Ci sono strutture improduttive che si ubriacano di fondi, sono andato in tantissimi teatri, piccoli e grandi, dove ho visto disequilibri nella gestione, auspico, quindi, dei tagli intelligenti».

Nonostante le ristrettezze economiche c’è, da parte del pubblico la voglia di assistere agli spettacoli e, nel Salento, un fiorire di compagnie teatrali. Quante possono raggiungere l’alta qualità?«Bisogna fare una piccola premessa: ci sono le compagnie riconosciute dal ministero per i Beni e le attività culturali, i cui componenti svolgono solo questo lavoro e quelle, invece, formate da persone che nella vita si occupano di altro e che hanno il teatro come hobby. In Salento di compagnie riconosciute ce ne sono diverse, basti pensare ai Teatri stabili, a Nardò con Silvia Civilla, o Astragali di Fabio Tolledi; i Cantieri Koreja, con tante persone che ci lavorano e non vanno dimenticati i nuovi progetti, come ad esempio Factory o Fibre parallele, nati nel Salento, anche da persone che si rovano qui per vari motivi. Se dobbiamo parlare di qualità, allora, il discorso si sposta su altri livelli, per me, ad esempio, è educare il pubblico».

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