Quando Barba fece morire la “vergogna”

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Eugenio Barba

Simu salentini. L’orgoglio di essere salentini, o meglio la consapevolezza di essere portatori di un patrimonio culturale specifico e non subalterno a quello degli altri, ha una data di origine ben precisa: il 1974, l’esperienza di Eugenio Barba e del suo “Odin Theatre” a Carpignano salentino.

 

Era giovanissimo Barba quando lasciò Gallipoli per girare il mondo attratto dall’Africa e poi dai paesi del nord Europa.

Nel 1964, dopo tre anni di permanenza in Polonia dove aveva conosciuto il teatro di Jerzy Grotowski dal quale aveva appreso la lezione di un teatro povero, senza filtri che impedissero in contatto diretto attori- spettatori, si stabilì in Norvegia, ad Oslo, dove fondò l’Odin. Nel ’74 sbarcò a Carpignano salentino in quell’altrove incontaminato, paese dalle origini antiche, chiuso in un guscio d’uovo come il disegno del suo centro storico.

Barba a Carpignano voleva preparare uno spettacolo sui conquistadores spagnoli in America e incominciò a lavorare con i suoi attori (“i danesi” li chiamavano i carpignanesi anche se c’erano i norvegesi e un’attrice italiana) dopo essersi sistemato in alcune stanze del palazzo ducale, che in paese chiamavano e chiamano il castello.

Come faceva di solito, Barba cercava il contatto con le compagnie locali e a Lecce trovò l’”Oistros” di Luigi Santoro e Giuliano Capani. Fu questo gruppo che all’inizio cominciò ad animare il paese soprattutto tra i bambini. Come testimonia Ferdinando Taviani, allora docente di Storia del teatro presso l’ateneo salentino, Barba e i suoi attori vivevano abbastanza isolati nel castello intenti alla preparazione del loro spettacolo. E lo spettacolo fu pronto e quasi naturalmente dalla pratica nacque la teoria del “baratto”.

Come chiedere soldi agli abitanti di un paese ad economia prevalentemente agricola, a gente che passava tutto il giorno in campagna e d’estate a infilare le foglie di tabacco e a sistemare i tiraletti al sole per farle seccare? Ecco allora nascere l’idea del baratto, della reciprocità, dello scambio di cose immateriali: lo spettacolo doveva essere pagato dai carpignanesi con uno scambio, le tradizioni, le canzoni, le danze del paese.

Così avvenne e si andò ancora più avanti. Non solo canzoni, stornelli e filastrocche, ma anche quel vino che veniva dalle vigne sutta Pasulu dove spira la brezza del mare di S. Andrea e degli Alimini. Gli attori cominciarono ad entrare in contatto con il paese, a partecipare addirittura alle manifestazioni religiose. «Vi do il mio teatro, se voi mi date il vostro» fu l’invito di Barba ai carpignanesi.

Nacque così, l’11 agosto del 1974, quella che è considerata storicamente la prima delle sagre che poi si sono diffuse a macchia d’olio su tutto il Salento: la “Festa te lu mieru”, chiamata nel primo anno “Lu patruno” e poi con il nome che è rimasto fino ad oggi.

Nel corso degli anni la “Festa te lu mieru” ha perso un po’ della sua carica iniziale quando era tutto un paese a contribuire alla buona riuscita. Non c’era famiglia che non si impegnasse a preparare pitta di patate, oliate e altre specialità del paese da offrire insieme al vino.

Era un pullulare anche di iniziative culturali parallele e gli intellettuali di tutta Italia si davano appuntamento nel primo finesettimana di settembre, data che è rimasta inalterata fino ad ora.

Dal palco, montato proprio davanti alla cripta di S. Cristina con le conseguenti polemiche, perché la cripta è la più antica testimonianza (959) dell’epoca bizantina nel Salento, ha visto passare i gruppi più famosi della musica popolare. Pizzica e non solo, canzone popolare leccese, il folk salentino è passato da lì nel corso ormai di trentasette anni.

Il tempo ha fatto il suo corso, sagre e feste ormai sono la scenografia delle serate salentine estive, alcune ad uso e consumo prettamente turistico, nate da creatività estemporanea .
Tante cose sono cambiate, ma il senso di quell’esperienza rimane ancora vivo perché “Simu salentini” da allora è diventato un grido identitario e di riconoscimento.

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