Lavorare per vivere. E morire?

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Fernando D'Aprile, direttore di PiazzasalentoChissà cosa direbbe oggi il mio amico, operaio specializzato nella più grande acciaieria d’Europa. Oggi che il caso Ilva (Italsider, quando produceva debiti) divide i suoi colleghi, Taranto, la Puglia e l’Italia.
Vivere per lavorare (con buone probabilità, finalmente documentate, di morirci lì in riva allo Jonio) o lavorare per vivere? È lo stesso dilemma, in altre parole, di come far convivere l’industria pesante con una città, con chi ci vive e lavora, le pecore e le cozze, insomma l’ambiente, la vita.
Chissà cosa direbbe il mio amico operaio che per 28 anni ha dovuto lasciare moglie e figli a tavola anche a Natale – perchè l’altoforno non si ferma, non si può fermare – prendere la borsa e salire sul pullman. Non si può spegnere la fusione neanche nelle feste comandate. E neanche quando la diossina e i veleni intossicano e sfigurano interi quartieri e malcapitati esseri viventi.
Il mio amico speciale – pochi mesi dopo la pensione e per lo scoppio della leucemia – è entrato in quella schiera. Di certo non avrebbe voluto, come gli altri. Ma più di altri era consapevole del male in agguato. Invano.

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