Una buona fetta dell’impegnativa torta chiamata turismi (balneare, religioso, culturale, giovanile, ambientale, crocieristico…) è stata riservata l’altra sera a Gallipoli, durante un’assemblea plenaria, al ruolo che gioca e che potrebbe giocare a lungo la comunicazione con i nuovi media. Come travolti da un insolito problema, hanno sentito il bisogno di intervenire in tanti, tutti a rimarcare una “informazione” poco veritiera, falsa, deformante della realtà. Il “la” lo aveva dato il primo cittadino pochi giorni prima con un sonante “Nessuno tocchi Gallipoli”, un avvertimento che voleva essere un ostacolo al diffondersi di “maldicenze, denigrazioni, attacchi feroci” rivolti ad “una Gallipoli che non esiste”.

Se e sono ascoltate diverse di proposte, appelli e richieste di aiuto. C’è chi ha ipotizzato un “ufficio comunicazione tipo Caterpillar” per restituire pan per focaccia; chi ha invocato il sostegno della Regione per fronteggiare le avanzate bufalesche e chi ha esortato a fare cose egregie da contrapporre ai sentiment negativi. I più si sono detti pronti ancora a combattere “la stampa nazionale”, per la verità piuttosto marginale rispetto alla diffusione assicurata dalle reti sociali e per questo spesso all’inseguimento di quanto ribolle in rete. Una riflessione corale lecita, ovviamente, anzi congrua ed opportuna rispetto a stagioni che si susseguono sull’abbrivo di presunti fatti (ieri il balcone affittato, l’altro ieri lo stupro inesistente) da cui qualcuno parte e che hanno un effetto detonante: più tempo passa e più lievitano, straripando da schermi di ogni tipo. C’è di mezzo da parte dei protagonisti pubblici e privati anche tanto orgoglio, motivato dall’impegno che in tanti mettono per tirare su il miglior risultato, magari non più in una sola stagione. Ma forse il contesto – contro i cui eccessi antipatici combatte  anche uno come Trump – ci dice che dobbiamo fare qualcosa di più, forse molto di più.

I “film” su cui riflettere non sono pochi Pubblichiamo intorno alle 2 di notte su piazzasalento.it un articolo su di un presunto pedofilo individuato nottetempo a Mancaversa di Taviano e su moti da giustizia sommaria; la notizia con foto arriva a superare le 53mila visualizzazioni; l’articolo successivo dopo alcune ore e a vicenda ormai conclusa con una denuncia per minacce, si ferma a 2mila lettori circa. Come mai? I fatti, completati e ben definiti, non interessano? Il canotto alla Baia verde di Gallipoli dopo un acquazzone gira il mondo e un importante progetto urbano resta in una nicchia di poche decine di attenzioni: come mai? Perché le precisazioni e le rettifiche sostanziali sui media classici e quelli di ultima generazione risultano prive di un qualsiasi appeal? Ricordate quell’incredibile estate 2015? Riportiamo brevemente da un nostro articolo-commento: “Lunedì pomeriggio il Sindaco di Gallipoli si dimette; è la seconda volta dopo quella dei primi di maggio. Passano un paio d’ore e il Tgcom24 lancia la notizia così: “Morto in discoteca a Gallipoli, Sindaco si dimette dopo frasi contro i genitori”. Dopo una mezzoretta, l’Huffington Post Italia prende e rilancia: “Il Sindaco di Gallipoli si dimette dopo i tweet contro la famiglia del giovane morto”. Martedì mattina, ecco il titolo del Corriere del Mezzogiorno Puglia: “Un tweet sui genitori scatena lo sdegno, il Sindaco di Gallipoli decide di dimettersi”. Media lontani e vicini, tutti con la stessa verità. Si dà il caso però che l’accaduto si era verificato in una discoteca di Santa Cesarea Terme. Ricordate per caso doverose correzioni nei giorni seguenti?

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Davanti a questo fenomeno inedito in grado di raggiungere migliaia di persone in pochi secondi e di influenzarle e che non si può spiegare solo con l’enorme notorietà raggiunta da Gallipoli, gli studiosi si sono messi al lavoro affrontando problemi nuovissimi, tra flussi incontrollati e incontrollabili (persino da parte degli stessi creatori, come dicono), incursioni della polizia postale su pagine che alcuni si ostinano a ritenere “private”, e banche dati che valgono miliardi passate di mano senza alcuna tracciabilità ma con sicuri effetti su consumatori, elettori, aziende. Qualche analisi è arrivata, qualche campanellino d’allarme è suonato, qualche ricerca si è avviata. Mancano ancora i rimedi, va detto.

È lo storytelling, bellezza. Lo storytelling. E tu non puoi farci niente! Niente!”, parafrasando Humphrey Bogart. Che cos’é? “Sfila via i fatti della realtà: ciò che resta è storytelling” risponderebbe Alessandro Baricco che con la sua Scuola esplora le dinamiche culturali contemporanee. Potremo chiamarla narrazione, per essere più chiari: la creazione di una rappresentazione di un fatto, dove lo scopo è emozionare, coinvolgere, non tanto essere rigorosi nel racconto. Un balcone con un cartello affittasi ed un numero di telefono? Non serve sapere altro: è la solita Gallipoli cafona, si conclude subito. “Colleghiamoci con la città dello stupro, Gallipoli” cinguettava lieve una conduttrice in quella estate in cui il tema caldo era una realtà inesistente. Poi le due violenze a sfondo sessuale in quello stesso periodo, come rilevammo noi, sulla costa romagnola, consumate in aree parcheggio erano vere e purtroppo non isolate. Ma lì narrare una storia non funzionava più. Vuoi mettere Gallipoli,  con i suoi richiami, gli ammiccamenti, le promesse di toda gioia toda bellezza? “Comunicare non è mai stato così divertente. Non importa (solo) cosa fai, ma in che modo ti racconti”, dice un content e community manager di una importante banca.

Quanti risolvono il problema indicando con disprezzo la massa ignorante, poco istruita quando non analfabeta “pronta a bersi di tutto” sbagliano. Qui siamo in uno scenario mai visto prima, che disorienta, ti fa sbandare e anche quando ritieni di esserti messo al riparo, arriva rotolando e travolge pure te, il tuo senso critico, la tua cosiddetta cultura. No, non vanno presi per pecoroni coloro che ci credono; forse alla fine non si pongono tanti perché semplicemente per autodifesa, davanti ad una mole di post e immagini da capogiro. Qui siamo agli inizi di una rivoluzione generazionale cominciata nel 2007, con l’arrivo di questi apparecchi con cui ti puoi collegare alla rete da qualsiasi parte del mondo; un telefono mobile diventa anche un elaboratore palmare e il tuo mondo sta lì con te. Vi sembra poco?

Chi sa usare lo storytelling, con tanto di gruppi di professionisti spesso giovanissimi, conosce lo strumento e – in casi di assoluta spregiudicatezza o per calcolo studiato – può diluire l’antefatto concreto – qualsiasi antefatto – a tal punto che di reale nella fine del racconto non ce n’è neanche un grammo. Parte dalla realtà, ma poi riesce a far  prevalere la “realtà” infiocchettata, rivestita, illuminata, che attrae, convince tanto da volerla comunicare anche ad altri. E da qui comincia a riempirsi una piazza immensa, mai vista prima. In fin dei conti il racconto del fatto sostituisce il fatto stesso, tanto da far dire agli specialisti che “un fatto senza una narrazione degna di questo nome, non esiste”. E’ il racconto adesso a tenere il campo, tutto il campo spogliatoi compresi;  un po’ favolistico, un po’ rassicurante, non chiede sforzi a nessuno; tutto il resto non esiste, anzi non è mai accaduto. Come la verità sullo stupro immaginato o sul balcone in affitto.

 

 

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