Simu salentini! Dimmi solo la tua ‘ngiuria e così saprò chi sei davvero

Casarano. Succede ancora, soprattutto nei centri più piccoli, quando qualche anziano chiede il nome ad un ragazzo che naturalmente risponde con il nome e il cognome. La domanda successiva è la richiesta del soprannome, che alcuni chiamano ‘giurata, ‘ngiuria, ingiuria, impropriamente perché di offensivo non c’è davvero niente.

Il nome colto è agnome (ad nomen, aggiunta al nome); fino a qualche anno fa era segno distintivo delle famiglie che nell’omonimia del cognome si distinguevano, appunto, dal soprannome. Si fa risalire l’uso al 1V secolo a. C. ai Romani che avevano tre termini per definirsi: il “praenomen”, che è il nostro “nome”; il “nomen”, che corrisponde al nostro cognome e indicava l’appartenenza alla gens, stirpe; il “cognomen”, che è il nostro soprannome.

Per esempio Marco Tullio Cicerone: Marco è il nome, Tullio è il cognome e Cicerone è il soprannome derivato da una caratteristica fisica, un’escrescenza sul naso simile ad un cece.

È difficile stabilire le motivazioni legate alla nascita e alla diffusione dei soprannomi che sono collettivi, quando individuano un’intera comunità, e individuali diventati poi connotativi di intere famiglie. Quelli collettivi, a volte, trovano delle motivazioni storiche o si radicano nei miti, nei racconti che esaltano qualità e meriti di una comunità in relazione ai difetti o alle caratteristiche salienti delle comunità vicine.

A volte bastava un pretesto, una diceria paesana, la ripetizione di una parola, un carattere fisico, La maggior parte dei soprannomi nasceva occasionalmente a opera di un membro della comunità; l’efficacia e la durata erano in relazione proprio al prestigio sociale di chi lo aveva attribuito. Le classi alte, i ricchi, i nobili, di solito non avevano un soprannome; a definirli era sufficiente il cognome che li differenziava dal volgo.

Il soprannome si trasmetteva per via paterna, anche se a volte quello della madre veniva ad assumere maggiore importanza in casi particolari: se il padre era di un paese diverso, o emigrato a lungo per cui la figura di riferimento era quella materna. La trasmissibilità del soprannome diventava la garanzia di appartenenza ad un gruppo allargato a cui venivano riconosciute caratteristiche comuni. Così il soprannome diventava un elemento non solo di riconoscimento, ma anche di identità.

Lo storico tedesco Gerald Rohlfs, nel suo “Dizionario storico dei soprannomi salentini” elenca i temi a cui si riferisce la maggior parte dei soprannomi. Ne ricordiamo alcuni: difetti fisici e morali, mestieri, parti del corpo umano, vestiario, vivande e commestibili, attrezzi domestici o agricoli, chiesa e religione, animali domestici.
Solo alcuni esempi, perché come si può vedere già in questo numero di Piazzasalento (dei soprannomi continueremo a parlare) non c’è limite alla creatività.

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