Lu sciroppu te cantina bona medicina

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La borragine

Simu Salentini. Autunno, prepariamoci ad affrontare quelli che vengono ritenuti gli inevitabili mali di stagione: raffreddori, prima di tutto, tosse, bronchiti e altri disturbi dell’apparato respiratorio.

Le cure? Siamo pronti a ricorrere al medico e ad andare in farmacia a rifornirci dei medicinali adatti. Qualche decennio fa, invece, le prime cure avevano come punto di partenza quello che offriva la terra e l’esperienza dei nonni, cioè le erbe spontanee le cui qualità erano conosciute e sfruttate.  Si usava cioè la fitoterapia che trovava posto già in  un erbario di anonimi monaci del XIV sec.: “Herbis non verbis fiunt medicamenta vitae”, meglio le erbe che le parole per raggiungere equilibrio e armonia, salute e benessere.

La maggior parte delle piante spontanee che crescono nei campi hanno delle proprietà che adeguatamente sfruttate contribuiscono al benessere dell’uomo. È chiaro che la conoscenza è pregiudiziale all’uso. Proprio la conoscenza  è venuta meno e un patrimonio di tradizioni rischia di andare perduto.

Per scongiurare questo pericolo Salvatore Presicce, biologo e medico di Scorrano, con pazienza e passione ha scritto  “Piante medicinali spontanee del Salento” in cui cataloga e descrive le più comuni piante spontanee del territorio utilizzate per la cura di alcune malattie. Si tratta, a volte, di tradizione orale, che se non viene fissata, inevitabilmente andrà dimenticata.

«Nel nostro territorio – scrive  Presicce – sono presenti diverse specie che hanno avuto interesse nella medicina popolare come ad esempio la “centaurea minore” (centaurea erythrea) detta comunemente chinino ed utilizzata contro le febbri di varia natura, la “malva” (malva silvestris) utilizzata nelle malattie bronchiali, la “scilla” (urginea maritima) nota per le sue proprietà cardiotonche e diuretiche».

Sono ben 1.400 le specie vegetali diverse registrate nel Salento e forse val la pena imparare a riconoscere almeno le più comuni, quelle che arricchiscono la macchia mediterranea o ricoprono i cigli delle strade e i muretti a secco. Alcune venivano usate per decotti contro i raffreddori e gli altri malanni stagionali.

Contro il raffreddore c’è il rimedio classico di un bicchiere di vino caldo prima di andare a letto, oppure un infuso preparato con un cucchiaio di semi di finocchio, la buccia di un’arancia, alcuni fichi secchi, carrube, fiori di malva e di fico d’India. Si lasciava bollire tutto in un litro d’acqua per 10 minuti, poi si filtrava, si zuccherava e se ne beveva una tazza prima di andare a letto.

Si usava anche la  “sanapata” un cataplasma ottenuto pestando i semi di “sanapo” (senape selvatica) «che poi erano messi un un cartoncino su cui veniva cucita una garza: veniva poi applicato sul petto e sulla spalla, dopo averlo bagnato con acqua calda, ma poi doveva essere spostato continuamente perché poteva dare scottature».

E per la tosse? Bollire in un litro d’acqua, bucce di mandorle  e di noci, alloro, papavero da oppio (papagna), malva, rovo, fichi secchi e buccia di arancia, fino a ridurre il liquido di un terzo, poi si aggiungeva zucchero e miele e si bolliva nuovamente.

Un  cucchiaio di questo decotto tre volte al giorno. Oppure decotto con fichi secchi e carrube che si preparava bollendo  tre/quattro carrube, cinque/sei fichi secchi in mezzo litro d’acqua; quindi si raffreddava e si beveva la sera prima di andare a letto.

C’era infine anche un metodo più robusto: “Pignuli te ucceria e sciroppo te cantina”, cioè bistecche e vino caldo. Tanto, sostiene un detto tedesco, il raffreddore se lo curi dura sette giorni, se non lo curi una settimana.        

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