Cornuti perchè ben sazi

di -
0 584

Patrono di due sole città in Puglia, Martina Franca e Taviano, S. Martino è uno dei santi più popolari legata com’è la sua festa a quella del vino.  In realtà questo collegamento non ha niente a che fare con la vita del santo caratterizzata da povertà e disponibilità verso il prossimo davvero esemplari. Ma intorno all’11 novembre c’è odore di mosto, c’è il vino nuovo, nella tradizione leccese finisce un’annata agraria e ne inizia un’altra. La notte di S. Martino come quella di S. Silvestro, sempre di capodanno di tratta. Si aprono le ozze, si assaggia il vino come ricordano alcuni detti popolari molto conosciuti: “San Martinu, ogne mustu è vvinu”,  “San Martinu, se proa lu vinu” Altri richiamano il santo legandolo sia all’inizio della stagione invernale che  alle attività del contadino: “De santu Martinu, lu jernu è vicinu” e con l’inverno, quindi le difficoltà e i malanni di stagione perché “Fenca santu Martinu, sta bbonu lu vecchiu e llu picculinu”, “Santu Martinu, lu cranu meju an terra cca a lu mulinu”, “San Martinu, sìmmana an chinu”,”Se oi ffaci nu bbonu vinu, zzappa e pputa de santu Martinu”.

San Martino è ricordato anche come santo dei cornuti e qui le battutacce si sprecano perché sarebbe l’abuso del vino a provocare tradimenti, “le corna”. Su questa  interpretazione diffusa e accettata da molti, fa luce Pierpaolo De Giorgi nel testo “La pizzica la taranta e il vino. Il pensiero armonico”. Documenti  cartacei e iconografici alla mano dimostra che alla base di questa “attribuzione” c’è un chiaro riferimento alle abitudini romane  ( la coena e il convivium) passati poi nella tradizione contadina salentina. Nel Salento, intorno alla festa di S. Martino era usanza fare “la festa della spillazione”, dove appunto si spillava o spuddhava il vino nuovo. Ecco quello che si ricava dalla descrizione che ne fa Anacleto Lupo in “Quella lontana cena col vino nuovo per campare 100 anni” nella Gazzetta del Mezzogiorno, 20 novembre 1992: “I tavoli arcuati della cena della spillazione sono a forma di corna, proprio come quelli in voga nella Roma imperiale. I due re del banchetto, il padrone di casa e l’ospite più anziano si siedono alle due estremità di uno dei tavoli,vengono acclamati e salutati come cornuti” Non perché traditi dalle rispettive mogli, ma perché sedevano alle estremità del tavolo che in latino si chiamavano cornua, da qui “i cornuti”. D’altronde quel posto  costituiva un privilegio perché si stava più comodi e non pigiati con gli altri commensali. Altri pensano che la festa dei cornuti sia un retaggio delle feste faunali romane celebrate nei primi giorni di dicembre durante le quali c’era l’inversione dei rapporti sociali e “gli schiavi con addosso pelli di cornuti caproni, potevano permettersi ogni libertà e insidiare le mogli dei loro signori” (Jurlaro). Bisogna aggiungere che il gesto delle corna è  ravvisabile in tante icone del mondo orientale, greco e romano, ed è segno di armonia   e beneaugurante come i brindisi nelle festeconviviali. Altro che dileggio e scherno.

Commenta la notizia!