Cinque stradine e un libro aperto

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PARABITA. In piazza Umberto I si accede da cinque stradine diverse, ricamate tra i cunicoli del grazioso centro storico della Città delle Veneri. Cinque, una per ciascuno dei sensi umani per ricordare suoni, profumi, gusti, immagini ed incontri che nei secoli hanno animato il centro del centro del paese. Piazza Umberto I oggi è un’agorà che (come Parabita) cerca di ritrovare i fasti perduti, di rievocare avvenimenti, momenti belli e meno belli che in questo salotto buono, negli anni, si sono alternati. Ma lo fa con fatica, perché i luoghi del ritrovo oggi sono altri, magari più virtuali che reali, nonostante questo sito, cui fanno da cornice palazzi signorili, un castello (ahinoi! in decadenza) e la parrocchiale, per fascino e bellezza non tema il confronto di un milione di tweet.

Quante storie potrebbe raccontare Piazza Umberto I. La nostalgia non è una variabile temporale, spazia all’infinito e può rievocare le giornate delle lotte contadine, quando il fascismo era solo un’idea e l’unico pensiero per gli “arditi” soldati “te lu fore” era quello di portare un tozzo di pane a tavola. Piazza Umberto I è un libro aperto, ricco di pagine ingiallite dal tempo, dalle quali riemerge il click di un carnevale che si consumava con semplicità e con l’entusiasmo di vedere passare una gondola di cartapesta che invece dei coriandoli dispensava buonumore. Di mercanti e furbi dell’affare che qui mercanteggiavano i prodotti della terra; di vespri al suono delle campane che nel 1937 annunciavano l’avvio di un congresso eucaristico che a Parabita richiamò i fedeli di un’intera diocesi.

Quante giornate di lavoro “trovate” nei pressi della edicola votiva di san Leonardo, quante serate ad aspettare il prezzo delle patate “da scappare” l’indomani. Quante spese alimentari segnate sul quaderni del “poi pacu” dalla Mutilata; quanti “mommi” a cinque lire hanno colorato “lu tabacchinu t’à Michela” e quel suo presepe perennemente esposto sugli scaffali tanto da far avvertire il freddo invernale anche negli assolati pomeriggi di agosto. Incoerenze. Come negli infuocati comizi elettorali che qui, da cento e passa anni, promettono che il prossimo sarà il giorno migliore.

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